La Caffarella e il «Grand Tour»: come poeti e scrittori del sette-ottocento hanno visto la Caffarella

Come scrive Lorenzo Quilici nella prefazione al libro "La valle della Caffarella, la Storia ci racconta", artisti, poeti e letterati, studiosi si sono ispirati all'ambiente straordinario della Caffarella, a partire da Du Perac nel Cinquecento, da Piranesi nel Settecento, da Goethe e da Canova ai primi dell'Ottocento, che vi hanno trovato fonte d'ispirazione a seconda delle più mutevoli sfumature del sentimento, della ricerca mitologica e dal piacere arcadico alla rievocazione storica, dalla ricerca erudita alla ricostruzione fantastica.

Questo "pellegrinaggio artistico-letterario" è stato particolarmente intenso a partire dalla metà del '700, e per un secolo fino alla metà dell'800, quando ogni uomo di cultura europeo che si rispettasse doveva aver compiuto almeno un viaggio in Italia, paese ricco di testimonianze del passato classico (greco e romano), di paesaggi bucolici e sempre vivacizzato da feste, spettacoli teatrali e musicali. Da Hans Christian Andersen a Chateaubriand, da Goethe fino a Lord Byron, praticamente tutti gli scrittori e i poeti che visitano Roma rimarranno incantati dal fascino della Caffarella e soprattutto dal ninfeo di Egeria.


Marquis de Seignelay

L'Italie en 1671
Relation d'un voyage du Marquis de Seignelay

Già nel Seicento il fascino della città eterna attrae forestieri e curiosi da ogni parte d'Europa, tra i quali il Marchese De Seignelay, figlio maggiore del Ministro Colbert e segretario di Stato della Marina francese, che visiterà l'Italia nel 1671, e che trascriverà gli appunti di viaggio in modo da formare una vera e propria guida turistica. Uscendo da Roma per andare a Napoli, abbiamo la descrizione, magari non proprio accurata, di quello che si poteva vedere:

Je suis parti de Rome ce mercredi 15 avril 1671, pour m'en aller à Naples. J'ai passé par le quartier de Saint-Jean et par la porte du même nom qu'on appeloit porta Capena. En passant, j'ai vu quantité de ruines anciennes et j'ai remarqué à gauche, sur mon chemin, tout ce qui paroît du Circus maximus, et encore, avant de sortir de la ville, j'ai vu quelques restes du bâtiment de la bibliothèque d'Auguste qui paroissent sur le haut du mont Palatin. J'ai encore remarqué du même côté le lieu où les Juifs furent relégués du temps de Domitien. Sur ma droite, j'ai vu ce qui s'appelle présentement Capo di Bove, qu'est un gros mausolée fait autrefois pour la sépulture de Cecilia Metella; un peu plus bas, j'ai remarqué les restes du cirque de Caracalla, ceux des Thermae Antoninianae, et ceux des Castra praetoriana, dans le milieu desquels sont les masures d'un temple de Mars qui étoit extrêmement grand. J'ai vu ensuite la fontaine Égérie, où l'on dit que Numa Pompilius venoit autrefois voir cette nymphe; j'ai encore vu lelong de la via Latina, qui est celle qui mène à Castel Gandolfo, quantité de sépultures anciennes à droite et à gauche, parmi lesquelles la plus remarquable est celle des Horaces.
Sono partito da Roma questo mercoledė 15 aprile 1671, per andarmene a Napoli. Sono passato per il quartiere di S. Giovanni e per la porta dello stesso nome che era chiamata porta Capena. Passando, ho visto una quantità di ruderi antichi e ho notato a sinistra, sul mio cammino, tutto quello che appare del Circo Massimo, e ancora, prima di uscire dalla città, ho visto alcuni resti delle fondamenta della biblioteca di Augusto che appaiono in cima al monte Palatino. Ho ancora notato dallo stesso lato il luogo in cui i Giudei furono relegati al tempo di Domiziano. Sulla mia destra ho visto quello che oggi si chiama Capo di Bove, che è un grosso mausoleo costruito un tempo per la sepoltura di Cecilia Metella; un po' più in basso, ho notato i resti del circo di Caracalla, quelli delle Thermae Antoninianae, e quelli dei Castra praetoriana, in mezzo ai quali sono i muri di un tempio di Marte che era estremamente grande. Ho visto quindi la fonte Egeria, dove si dice che Numa Pompilio veniva un tempo per vedere questa ninfa; ho visto ancora lungo la via Latina, che è quella che porta a Castel Gandolfo, una quantità di sepolcri antichi a destra e a sinistra, tra i quali il più notevole è quello degli Orazi.


Albert de Montesquieu

Voyages
(1728-1731)

De la fontaine d'Égérie, qui est hors des murs de Rome, près Saint-Sébastien, il y avoit 20 miles de forêt, dite Aricine, et Égérie étoit une nymphe de cette forêt. La campagne de Rome avoit donc tout une autre face qu'à présent. L'air pouvoit être différent.
Dalle fonte di Egeria, che sta fuori delle mura di Roma, vicino S. Sebastiano, c'era per 20 miglia una foresta, detta Aricina, ed Egeria era una ninfa di questa foresta. La campagna di Roma aveva quindi tutt'altro aspetto rispetto a ora. L'aria poteva essere differente.


Giovan Battista Piranesi

La descrizione priva di colore della campagna romana del Presidente Charles De Brosses trova una curiosa analogia nello sproporzionato, nel terribile, nella vertigine sulla via Appia dell'illuminista disincantato Piranesi.

frontespizio del II Tomo delle Antichità Romane di Piranesi

La ricostruzione immaginaria della via Appia riprodotta nel frontespizio del II Tomo delle Antichità Romane del veneto Giovan Battista Piranesi (1756) non si limita ad introdurre l'archivio di tavole analitiche, di sezioni stradali e di rilievi architettonici del volume, ma con i suoi candelabri fuori scala, i cippi, le erme, gli obelischi egizi, i templi e i sarcofagi, le piramidi, le iscrizioni funerarie, i busti, i vasi enormi, le steli, le torri paradossali, le urne cinerarie, fornisce una precisa chiave di lettura al Classico e all'Antico di un Illuminismo che si va trasformando nel Preromanticismo.

Spelonca della Ninfa Egeria, detta volgarmente la Cafarella, e Tempio delle Camene oggi S. Urbano, di Giovan Battista Piranesi (1741-1748)
Spelonca della Ninfa Egeria, detta volgarmente la Cafarella, e Tempio delle Camene oggi S. Urbano, di Giovan Battista Piranesi (1741-1748)

Johann Wolfgang Goethe

Goethe nella Campagna romana
Goethe nella Campagna romana

Stimolati da ciò che vedevano, molti grand touristi acquistavano in Italia sculture classiche, quadri del 17o e 18o secolo, e copie di famosi capolavori. Commissionavano inoltre ritratti di loro stessi ad artisti italiani o ad artisti loro amici che lavoravano in quel momento in Italia.

Il grande ritratto di Goethe nella Campagna romana di Johann Heinrich Wilhelm Tischbein (1786), conservato al Frankfurter Städelsches Museum, "un quadro molto bello ma troppo grande per le nostre case settentrionali", ci mostra Goethe ritratto in veste di viaggiatore, con un grande mantello bianco e il cappello, seduto sopra un capitello rovesciato di fronte alla Campagna romana, della quale appaiono i ruderi, gli acquedotti e la tomba di Cecilia Metella. E' il il manifesto programmatico del Grand Tour e della cultura neoclassica che lo accompagna, che si rivela in Goethe nel brano in cui descrive la valle dell'Egeria:

Italienische Reise

Cecilia Metella, di Enrico Coleman
Cecilia Metella, di Enrico Coleman, dei XXV della Campagna Romana, gruppo fondato nel 1904

Den 11. November.

Heut' hab' ich die Nymphe Egeria besucht, dann die Rennbahn des Caracalla, die zerstörten Grabstätten längs der Via Appia und das Grab der Metella, das einem erst einen Begriff von solidem Mauerwerk gibt. Diese Menschen arbeiteten für die Ewigkeit, es war auf alles kalkuliert, nur auf den Unsinn der Verwüster nicht, dem alles weichen mußte. Recht sehnlich habe ich dich herzugewünscht. Die Reste der großen Wasserleitung sind höchst ehrwürdig. Der schöne, große Zweck, ein Volk zu tränken durch eine so ungeheure Anstalt! Abends kamen wir ans Coliseo, da es schon dämmrig war. Wenn man das ansieht, scheint wieder alles andre klein, es ist so groß, daß man das Bild nicht in der Seele behalten kann; man erinnert sich dessen nur kleiner wieder, und kehrt man dahin zurück, kommt es einem aufs neue größer vor.

Viaggio in Italia

11 novembre 1786

Oggi ho visitato la Ninfa Egeria, poi il Circo di Caracalla, i resti dei sepolcri lungo la via Appia e la tomba di Metella, che dà veramente l'idea della solida costruzione muraria. Quegli uomini lavoravano per l'eternità, ed avevano calcolato tutto meno la pazzia dei devastatori, innanzi alla quale tutto doveva cedere. Come ti avrei voluta con me! Le rovine del grande acquedotto incutono il più grande rispetto. Un bello e grande proposito, il dissetare un popolo con un'opera così imponente! La sera siamo andati al Colosseo, che stava già facendo buio. Quando uno contempla una cosa simile tutto il resto appare piccolo, è così grande che uno non riesce a immaginarsela dentro di sé; uno ne ricorda solo una piccola immagine, e quando ritorna a vederlo, ne ha l'effetto che sia più grande di prima.


Alessandro Verri

Notti romane
(1792-1804)

La scoperta nel 1780 del sepolcro degli Scipioni scatena inauditi entusiasmi nel mondo intellettuale italiano, dei quali si farà portavoce il nobile, coltissimo letterato milanese Alessandro Verri, che così racconta al fratello Pietro Verri in una lettera del 20 aprile 1782:

«Sono stato per la seconda volta nei sepolcri de' Scipioni che si vanno sempre più scoprendo. Sono situati sotto una casetta da vignaiolo accanto l'antica via Appia fuori di Porta Capena dove, secondo anche osserva Cicerone nelle Tuscolane, vi erano i sepolcri de' Metelli, de' Servilî, e de' Scipioni. La casetta è fabbricata sul tufo il quale è scavato in grotte sotterranee, e dentro sono collocate le urne. Le prime di esse ritrovate sono di una cattiva tenera pietra detta peperino, e le lettere non erano tampoco incise, ma scritte con un color rosso, conservato fino a nostri tempi dalla benignità della fortuna. Le altre urne che ora si vanno scoprendo hanno qualche ornato di buono stile e le lettere incise. Il senator Quirini veneziano portò via un cranio de' Scipioni, Monsieur Dutens ha rubato un dente d'oro che porta in scatoletta avvolto nel bombace: io ho trafugato l'osso sacro di non so qual Scipione, perché i scavatori hanno confuso le preziose loro reliquie ormai disperse a forza di rubberie antiquarie; ma il nome, e la gloria rimane perpetuamente non soggetta a queste usurpazioni.»

L'autore nell'opera «Notti romane» immagina di trovarsi in quel luogo, di notte, a colloquio con le ombre degli antichi Romani (tra i quali il principale è Marco Tullio Cicerone) e di guidarli al chiaro di luna per le vie di Roma.

Il documento rappresenta la complessa atmosfera culturale della seconda metà del Settecento, con le forme iniziali sensistiche e illuministiche che sfumano in un Preromanticismo con decisa sensibilità neoclassica. Lo stile, con i periodi spezzati, i ritmi e le cadenze che creano una suggestione musicale, i riferimenti ai rumori del luogo preannunciano (ancora non sono descritti i colori!) la prosa poetica del Romanticismo.


Taceva la moltitudine come il pelago in calma, e però da quel silenzio congetturando ch'erano appagate del mio ragionamento, e che bramavano esser guidate altrove, io declinai a manca dell'Appia via. Giungemmo in breve a quella pianura, dove ancora i peregrini di tutte le genti ammirano le ruine dello speco della Ninfa Egeria. E' fama che in quel medesimo si tratteneva il religioso re in sacri colloqui con lei. Era l'aere puro, onde appariva sgombra quell'amena valle, circondata da' soprastanti colli, in ogni parte dell'orizzonte. Nel mezzo di lei scorreva il rivo sacro dell'acqua Egeria placidamente, al mormorio della quale corrispondea il cheto susurro dell'aere notturno, che lieve scotea le fronde. Talvolta muggivano i buoi poascenti sul margine erboso, ed i cani solleciti latravano ad ogni cadente foglia. La rana intanto gracidava nella palude, mentre il grillo strideva nelle aride fessure del campo. Spaziavano i pipistrelli nel cielo tenebroso, ed i notturni augelli facevano talvolta fremere l'aura trapassando sulla tacita valle. Incontro a questa, dalla parte della via Appia, stanno le vaste ruine del Circo di Caracalla. Nella sua arena deserta regnava pur silenzio antico, e solo dagli avanzi degli edifizi squallidi usciva il monotono gemere dei gufi. Or tace la via Appia, un tempo rumorosa per la moltitudine: è muto il circo, nel quale risonavano miste le acclamazioni di innumerevoli spettatori, ai nitriti dei coirsieri, al cigolio delle ruote, allo scoppio de' flagelli, alle minacce de' condottieri. Sacro ed antico è il silenzio della valle Egeria. Sono consapevoli quelle moltitudini de' riti misteriosi del re mansueto. Per la qual cosa ci avvicinammo coi pensieri ingombrati da riverenza allo speco della Ninfa celebrata. La folta edera ne occupa l'ingresso, e mormora nella grotta interna la sacra fonte. Il colle sovrasta, e vi appariscono ancora le ruine del tempio delle Camene. «Salve, proruppe Tullio, o venerevole antro accomodato col tuo dolce silenzio alle celesti contemplazioni! Non l'Egeria Ninfa, non le Muse, non altri numi sognati, ma il grato strepito di questa fonte, e le ombre opache, e l'aura cheta, e la solitudine pensierosa mirabilmente favorirono le avvedute discipline. Non sia alcuno, che si dolga di questi inganni prudenti, ma della stolta ferocia del volgo, la quale costrinse il saggio re ad immaginarli».

Tullio tacque, ed allora un incredibil silenzio frenava così tutte le voci, che il solo benché lieve mormorio della placida fonte s'udiva in tanta moltitudine. Non mai alla presenza di altri oggetti erano state le ombre così tacite per alta riverenza, come in tempio misterioso, e innanzi nume tremendo. Niuna eloquenza avrebbe così espresso il comune rispetto, quanto l'universale e lunga pausa d'ogni favella. E poiché alquanto spazio di tempo io rimasi, e niuna voce movea l'aura, mi rivolsi di nuovo alla città. Rientrai in quella per la medesima porta Capena, e quindi a manca apparvero incontanente le spaziose mura delle terme del tristo Caracalla presso le falde dell'Aventino, solo avanzo de' splendidi ornamenti co' quali era quel colle ricoperto. Allora incominciò il bisbiglio delle turbe, ed elle specialmente rammentavano la magnificenza di quell'edifizio, ove ben mille e seicento seggi marmorei erano accomodati ai pubblici lavacri, ove le immagini di numi e di eroi sculti dai più esperti scalpelli della Grecia erano ammirate, e degne da resistere al tempo. Or si dolevano apparirne segno niuno, come svanite in polvere, e le diroccate vestigia delle Terme contemplavano crollanti, squallide, neglette, misera testimonianza dell'instabilità d'ogni umana grandezza.


John Chetwode Eustace

Nel XVIII secolo molti erano i giovani britannici ricchi che completavano la loro educazione con un tour europeo; il tour quasi sempre comprendeva il viaggio in Italia, per vedere gli edifici e le sculture dell'antica Roma, e dal 1760 i grand touristi potevano osservare anche i nuovi scavi a Ercolano e Pompei.

Alla fine del settecento il Grand Tour non era più riservato ai ai nobili e ai ricchi gentiluomini: viaggiatori della classe media gradualmente superano i nobili, le guide scritte sostituiscono i tutori e le guide dell'aristocrazia, e i visitatori comprano souvenir anziché sculture.

All'inizio dell'ottocento anche il reverendo Eustace percorre il Grand Tour d'Italia, un Tour definito "classico", in continuo confronto con i testi degli autori latini, e simile più al resoconto del Marchese De Seignelay che al pellegrinaggio dei romantici. La trascrizione degli appunti di viaggio, pubblicata a Londra nel 1814, sarà la guida d'Italia più nota ai viaggiatori inglesi del tempo. Nel 1802 Eustace soggiorna a Roma, e dopo aver visitato il ninfeo di Egeria così ne trascriverà le impressioni:

A classical tour through Italy (1802)
vol. I, London 1814

A little beyond the circus of Caracalla, and in full view from it, rises the mausoleum of Cecilia Metella, a beautiful circular edifice, built by Crassus, in honor of that Roman matron his wife, and daughter to Quintus Metellus Creticus. It is of considerable height and great thickness: in the centre is a hollow space reaching from the pavement to the top of the building. In this concavity was deposited the body in a marble sarcophagus, which in the time of Paul III was removed to the court of the Farnesian palace. The solidity and simplicity of this monument are worthy of the republican era in which it was erected, and have enabled it to resist the incidents and survive the lapse of two thousand years.

A celebrated antiquary attributes to the architectural formation of this edifice, the singular effect of re-echoing clearly and distinctly such words as were uttered within a certain distance of its circumference; so that at the funeral of Metella the cries and lamentations of the attendants were repeated so often, and in such soft and plaintive accents, that the spirits of the dead, and even the infernal divinities themselves, seemed to partake the general sorrow, and to murmur back the sighs and groans fo the mourners. As this fiction is poetical, and does some credit to the author, it is but fair to present it to the reader, in his own words. "Quodque in eo maxime mirandum est, artificio tam singulari composita est ea moles, ut Echo loquenntium voces septies et octies distincte et articulate referat; ut in exequiis et funere quod Crassus uxori solemniter celebrabat, ejulatus plorantium multiplicaretur in immensum, non secus ac si Dii Manes et omnes inferorum animae fatum Caeciliae illius commiserati ex imo terrae continuis plangerent ploratibus, suumque dolorem testarentur communem, quem lacrymis viventium conjunctum esse vellent*." - Contiguous to this mausoleum rise the remains of ramparts, houses, and churches erected in the middle ages, and presenting in their actual state a melancholy scene of utter desolation**.

*Boissard.

**At the lawless period when the Roman nobles defied the feeble authority of the Popes, and the shadowy privileges of the people, and passed their days in perpetual warfare with each other, the family of the Gaietani turned this sepulchre into a fortress, and erected the battlements that still disfigure its summit.

The traveller on his return may traverse the circus of Caracalla, now a luxuriant meadow, pass under its time-worn gate, and crossing the road descent into a pleasant dell where he will find a grotto and a fountain with a few trees scattered around them. The grotto is covered with a solid arch and lined with walls. The niches on both sides were probably occupied in ancient times by the divinities of the place; over the fountain a statue rather disfigured by time appears in a reclining posture. Various evergreen shrubs hang over the fountain, play around the statue, and wind and flourish through the grotto and over its entrance. The statue represents the Nymph Egeria; and the grotto, the fountain, and the grove that once shaded it, were consacrated by Numa, to the same nymph and to the muses. "Lucus erat" says Titus Livius, "quem medium ex opaco specu fons perenni rigabat aqua, quo quia se praesepe Numa sine arbitris, velut ad congressum deae, inferebat, Camoenis eum lucum sacravit; quod earum ibi consilia cum conjuge sua Egeria essent." (I. 21)

A streamlet, pure limpid and wholesome, flows from the fountain and waters the little valley. Juvenal complains on the marble ornaments and artificial decorations of this fountain, and wishes that it had been abandoned to its ancient simplicity, to its grassy margin and to its native rock*. His wishes are now nearly accomplished; the vault indeed remains, but the marble lining, the pillars, the statues have disappeared and probably lie buried under the mud that covers the pavement of the grotto. The mendicant crowd that frequented the grove in that poet's days are also vanished, and the solitude of the place is as deep and undisturbed as when it was the nightly resort of the Roman legislator.

Conjuge qui felix nymphâ ducibusque Camaenis
Sacrificos docuit ritus; gentemque feroci
Assuetam bello, pacis traduxit ad artes.
Ovid Met.

On the brow of the hill that borders the Egerian valley on the south stands the little church of St. Urban, formerly a temple of Bacchus, or, as it is with more appearance of truth, denominated by others, the temple of the Muses, loocking down upon the valley and the groves sacred to these goddesses. As the portico was taken in to enlarge the cella and adapt it better for the purposes of a church, the four marble pillars of fluted Corinthian are now incased in the cell.

A little further on is a brick temple, small indeed but well-proportioned and adorned with pilasters and a regular cornice. Antiquarians differ with regard to its appellation. Some suppose it to be sacred to the God Rediculus, who prompted Annibal, when encamped there, to return and withdraw from the city. But as Annibal was encamped, not on this but on the opposite side of the city, beyond the Anio and three miles from the porta Collina, and as Livius makes no mention of any such temple, this opinion seems to be ill-grounded. Others suppose it to be the temple erected to Fortuna Muliebris on the retreat of Coriolanus. Such a temple was indeed erected and perhaps on this spot, though Coriolanus was not encamped here, but three or four miles further from the city at the Fossae Cluiliae. At all events, a temple erected by public authority, even in that age of simplicity, would probably have been built not of brick, but of stone, so that after all it may possibly have been one of the many sepulchres which bordered the Via Latina, and almost covered the space between it and the Via Appia**. The traveller then turns again toward the via Appia, recrosses the river Almo (lubricus Almo) and re-enter by the Porta Capena.

*In vallem Egeriae descendimus et speluncas
Dissimiles veris. quanto praestantius esset
Numen aquae, viridi si margine clauderet undas
Herba, nec ingenuum violarent marmora tophum? Juv. III.

The metamorphosis of Egeria into a fountain, so prettily related by Ovid, took place in the vale of Aricia.

Nam conjux urbe relicta
Vallis Aricinae densis latet abdita sylvis.

**Experiar quid concedatur in illos
Quorum Flaminiâ tegitur cinis atque Latinâ. Juv. Sat. I

Cui per medias nolis occurrere noctem
Clivosae veheris dum per monumenta Latinae. Sat. V

Un viaggio "classico" attraverso l'Italia (1802)

Un poco oltre il Circo di Caracalla, dal quale si gode in pieno la sua vista, sorge il mausoleo di Cecilia Metella, un bell'edificio circolare, costruito da Crasso, in onore di quella matrona romana che fu sua moglie nonché figlia di Quinto Metello Cretico. Il monumento è di considerevole altezza e molto massiccio; al centro uno spazio vuoto va dal pavimento alla cima dell'edificio. All'interno della cavità fu deposto il corpo, in un sarcofago in marmo, poi rimosso e portato nel cortile del palazzo Farnese al tempo di Paolo III. La solidità e la semplicità del monumento, degne dell'era repubblicana durante la quale fu costruito, gli hanno consentito di resistere agli eventi e sopravvivere per ben 2000 anni.

Un famoso antiquario attribuisce alla particolare architettura dell'edificio il singolare effetto di una chiara e distinta eco di tutto ciò che viene pronunciato fino a una certa distanza dalla sua circonferenza. Cosicché al funerale di Metella i pianti e i lamenti dei presenti si ripeterono così spesso, e con accenti talmente sommessi e malinconici, che gli spiriti dei defunti, e persino le stesse divinità infernali, sussurrando gli stessi gemiti e sospiri dei partecipanti, sembravano prender parte al cordoglio generale. Dal momento che questo racconto è assai poetico e fa onore al suo autore, è giusto presentarlo al lettore con le sue stesse parole: "Quodque in eo maxime mirandum est, artificio tam singulari composita est ea moles, ut Echo loquentium voces septies et octies distincte et articulate referat; ut in exequiis et funere quod Crassus uxori solemniter celebrabat, ejulatus plorantium multiplicaretur in immensum, non secus ac si Dii Manes et omnes inferorum animae fatum Caeciliae illius commiserati ex imo terrae continuis plangerent ploratibus, suumque dolorem testarentur communem, quem lacrymis viventium conjunctum esse vellent*." Contigui al Mausoleo sorgono i resti di terrapieni, bastioni, abitazioni e chiese erette durante il Medioevo che offrono, nel loro stato attuale, un malinconico scenario di totale desolazione**.

*Boissard.

**Durante il tempo senza legge in cui i nobili romani sfidavano la debole autorità dei papi ed gli illusori privilegi del popolo, passando le loro giornate in continue guerre tra loro, la famiglia dei Gaietani trasformava il sepolcro in fortezza, erigendo la merlatura che ancora deturpa la sua cima.

Il viaggiatore, al suo ritorno, può attraversare il Circo di Caracalla, oggi un prato rigoglioso, passare sotto la porta ormai consumata dal tempo, attraversare la strada e così discendere in una piacevole piccola valle dove troverà una grotta ed una fontana, con pochi alberi disseminati intorno. La grotta è sovrastata da un solido arco e circondata da mura. Le nicchie su entrambi i lati erano probabilmente occupate in tempi antichi dalle divinità del luogo. Sopra la fontana, una statua piuttosto sfigurata dal tempo, appare in posizione adagiata. Diversi arbusti sempreverdi scendono sulla fontana, giocano intorno alla statua, si attorcigliano rigogliosi per tutta la grotta e sulla sua apertura. La statua rappresenta la ninfa Egeria e la grotta, la fontana e il boschetto, che un tempo la ombreggiavano, furono consacrati da Numa alla stessa ninfa ed alle muse. "Lucus erat" dice Tito Livio, "quem medium ex opaco specu fons perenni rigabat aqua, quo quia se praesepe Numa sine arbitris, velut ad congressum deae, inferebat, Camoenis eum lucum sacravit; quod earum ibi consilia cum conjuge sua Egeria essent." (I. 21) Un ruscello, puro, limpido e salubre, scorre dalla fontana e bagna la piccola valle. Giovenale si lamenta degli ornamenti marmorei e delle decorazioni artificiali della fontana, e vorrebbe vederla abbandonata alla sua originaria semplicità, ai suoi margini erbosi, e alla sua roccia incontaminata*. I suoi desideri si sono quasi del tutto realizzati. La volta ancora rimane, ma la rivestitura in marmo, le colonne, le statue sono scomparse e probabilmente giacciono seppellite sotto il fango che copre il pavimento della grotta. Anche la folla mendicante che frequentava il boschetto al tempo del poeta è scomparsa, e la solitudine del luogo è profonda e indisturbata come al tempo in cui esso costituiva il rifugio notturno del legislatore romano.

Conjuge qui felix nymphâ ducibusque Camaenis
Sacrificos docuit ritus; gentemque feroci
Assuetam bello, pacis traduxit ad artes.
Ovid Met.

Sul ciglio del colle che circonda la valle dell'Egeria, si erge a sud la piccola chiesa di S. Urbano, precedentemente tempio di Bacco, oppure, come da altri più verosimilmente denominata, tempio delle Muse. La chiesa si affaccia sulla valle e sui boschetti sacri a quelle dee. Poiché il porticato è stato incorporato nella cella al fine di ingrandirla e meglio adattarla agli scopi di una chiesa, le quattro colonne di marmo corinzio sono ora incassate all'interno della cella. Un poco oltre troviamo un tempio in laterizio, veramente piccolo ma ben proporzionato e decorato con pilastri ed un cornicione regolare. Gli esperti non sono concordi riguardo alla sua attribuzione. Alcuni suppongono che sia consacrato al Dio Redicolo, il quale spinse Annibale lì accampato a fare marcia indietro e ritirarsi dalla città. Tuttavia, poiché quello si accampò non qui, ma sul lato opposto della città, oltre l'Aniene e a tre miglia dalla porta Collina, e poiché Livio non fa alcun cenno a un tale tempio, questa opinione sembra infondata. Altri invece suppongono che sia il tempio eretto alla Fortuna Muliebre durante la ritirata di Coriolano. Un tale tempio fu effettivamente costruito e forse proprio da queste parti, ma Coriolano non si accampò in questo luogo, ma tre o quattro miglia oltre la città alle Fosse Cluilie. In ogni caso un tempio eretto dalla pubblica autorità, anche a quei tempi di semplicità, probabilmente sarebbe stato costruito non in laterizio ma in pietra, così che dopo tutto, potrebbe trattarsi di uno dei numerosi sepolcri che costeggiavano la via Latina e che quasi coprivano lo spazio tra questa e la via Appia**. Il viaggiatore a questo punto si volta di nuovo verso la via Appia, riattraversa il fiume Almone (lubricus Almo) ed rientra da Porta Capena.

*In vallem Egeriae descendimus et speluncas
Dissimiles veris. quanto praestantius esset
Numen aquae, viridi si margine clauderet undas
Herba, nec ingenuum violarent marmora tophum? Juv. III.

La metamorfosi di Egeria in una fontana, così graziosamente raccontata da Ovidio, ebbe luogo nella vallata di Ariccia.

Nam conjux urbe relicta
Vallis Aricinae densis latet abdita sylvis.

**Experiar quid concedatur in illos
Quorum Flaminiâ tegitur cinis atque Latinâ. Juv. Sat. I

Cui per medias nolis occurrere noctem
Clivosae veheris dum per monumenta Latinae. Sat. V


George Gordon Byron

Un'opera non giovanile di George Byron è il viaggio del giovane Aroldo, nel quale Byron riversa un po' le esperienze avute nel corso degli anni e durante i suoi numerosi viaggi.

Chi è il giovane Aroldo? Uomo disdegnoso e freddo, sazio di ogni piacere, Childe Harold abbandona la sua dimora patrizia e percorre le strade del mondo per cercare di distrarsi nelle testimonianze di grandi imprese storiche e culturali; in questo pellegrinaggio, le sue sensazioni, il suo stesso spirito sono sottomessi al giudizio del suo alto orgoglio. Eppure a contatto con i vari paesi e le differenti culture, di fronte ai famosi monumenti e alle grandi opere dell'arte, l'orgoglio deve rassegnarsi a diventare attento: gli eventi del passato e del presente richiamano Harold a vita nuova, trasfigurando l'impassibile maschera di un giovane precocemente invecchiato e già sazio di esperienze, nel volto dell'eroe dell'Eternità, vicino agli altri uomini e alla natura.

Nel corso del suo viaggio Harold si soffermerà a riflettere su alcuni personaggi femminili, tra i quali Cecilia Metella e la ninfa Egeria, come leggiamo nelle strofe del canto IV, frutto di una passeggiata a cavallo sulla via Appia nel maggio 1817. Ad Egeria è attribuita la proprietà della "ninfolepsia": coloro che vedono una ninfa resterebbero affascinati dalla sua immagine per il resto della loro vita, e tormentati da un ideale irraggiungibile.

Childe Harold's Pilgrimage
Canto 4
(1812, 1816, 1818)

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
XCIX
There is a stern round tower of other days,
Firm as a fortress, with its fence of stone,
Such as an army's baffled strength delays,
Standing with half its battlements alone,
And with two thousand years of ivy grown,
The garland of eternity, where wave
The green leaves over all by time o'er thrown; --
Where was this tower of strength? within its case
What treasure lay, so lock'd, so hid? -- A woman's grave.

V'è una severa torre di tempi passati,
Salda come una fortezza, con la sua difesa di pietra,
Di quelle che trattengono e frustrano la forza di un esercito,
Anche se rimangono soltanto con metà dei loro bastioni,
E coperta con edera bimillenaria,
La ghirlanda dell'Eternità, dove ondeggiano
Le foglie verdi sopra tutto gettate dal Tempo;
Dov'era questa torre possente? Quale tesoro giace nel suo grembo,
così rinchiuso, così nascosto? La tomba di una donna.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
CXV
Egeria! sweet creation of some heart
Which found no mortal resting-place so fair
As thine ideal breast; whate'er thou art
Or wert, -- a young Aurora of the air,
The nympholepsy of some fond despair;
Or, it might be, a beauty of the earth,
Who found a more than common votary there
Too much adoring; whatsoe'er thy birth,
Thou wert a beautiful thought, and softly bodied forth.

Egeria! Dolce creazione di un cuore
Che non trovò giaciglio mortale più grato
Del tuo seno ideale; qualunque cosa tu sia
O fosti - una giovane Aurora celeste,
La ninfolepsia di una disperazione appassionata;
Oppure, è possibile forse, una bellezza terrena
Che lì trovò un più che comune seguace
Troppo adorante; qualunque sia la tua nascita,
Tu fosti uno splendido pensiero, e teneramente incarnato.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
CXVI
The mosses of thy fountain still are sprinkled
With thine Elysian water-drops; the face
Of thy cave-guarded spring with years unwrinkled,
Reflects the meek-eyed genius of the place,
Whose green, wild margin now no more erase
Art's works; nor must the delicate waters sleep,
Prison'd in marble -- bubbling from the base
Of the cleft statue, with a gentle leap
The rill runs o'er -- and round -- fern, flowers, and ivy creep,

I muschi della tua fontana sono ancora spruzzati
Delle tue gocce d'acqua d'Elisio; il volto
Con anni senza rughe della tua sorgente protetta dalla grotta
Riflette il genio del luogo dallo sguardo mite,
I cui verdi, selvaggi confini non cancellano più
Le opere d'Arte; né devono dormire le dolci acque,
Prigioniere del marmo - gorgoglianti ai piedi
Della statua troncata, con un balzo grazioso
Il rivo corre sopra - e attorno - le felci, i fiori e l'edera si arrampicano,
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
CXVII
Fantastically tangled: the green hills
Are clothed with early blossoms, through the grass
The quick-eyed lizard rustles, and the bills
Of summer-birds sing welcome as ye pass;
Flowers fresh in hue, and many in their class,
Implore the pausing step, and with their dyes,
Dance in the soft breeze in a fairy mass;
The sweetness of the violet's deep blue eyes,
Kiss'd by the breath of heaven, seems colour'd by its skies.

Meravigliosamente intrecciati: le verdi colline
Sono vestite di precoci germogli, attraverso l'erba
La lucertola dagli occhi svelti guizza, e i becchi
Degli uccelli estivi intonano il benvenuto a voi che passate;
Fiori freschi nei toni, e molti di ciascuna specie,
Implorano un passo esitante, e con i loro colori,
Danzano in schiere fatate nella tenera brezza;
La dolcezza dei profondi occhi azzurri della viola,
baciata dal respiro del paradiso, pare colorata dai suoi cieli.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
CXVIII
Here didst thou dwell, in this enchanted cover,
Egeria! thy all heavenly bosom beating
For the far footsteps of thy mortal lover;
The purple Midnight veil'd that mystic meeting
With her most starry canopy, and seating
Thyself by thine adorer, what befell?
This cave was surely shaped out for the greeting
Of an enamour'd Goddess, and the cell
Haunted by holy Love -- the earliest oracle!

Qui tu dimorasti, in questo rifugio incantato,
Egeria! Il tuo seno divino che batte
Per i passi lontani del tuo amante mortale;
La Mezzanotte purpurea velò quel mistico incontro
Con la sua volta più stellata, e assisa
Accanto al tuo adoratore, che accadde?
Questa grotta fu certamente scolpita per dare il saluto
A una Dea innamorata, e la cella
Frequentata da Amore sacro - l'oracolo più antico.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 
CXIX
And didst thou not, thy breast to his replying,
Blend a celestial with a human heart;
And Love, which dies as it was born, in sighing,
Share with immortal transport? could thine art
Make them indeed immortal, and impart
The purity of Heaven to earthly joys,
Expel the venom and not blunt the dart -
The dull satiety which all destroys -
And root from out the soul the deadly weed which cloys?

E, mentre il tuo seno divino rispondeva al suo,
non mescesti tu un cuore divino con un cuore mortale?
E dell'amore, che muore come è nato, nei sospiri,
non partecipasti tu con immortali rapimenti? E poteva la tua arte
renderli veramente immortali, ed impartire
la purezza del cielo alle gioie terrene,
e senza spuntare la freccia espellere il veleno -
la fosca sazietà che tutto distrugge -
e sradicare dall'anima la mortale gramigna che porta alla nausea?


Stendhal

E' passato poco meno di un secolo dal viaggio del Presidente De Brosses che, nel 1828, due grandissimi personaggi della letteratura francese percorreranno a loro volta il "Viaggio a Roma": Stendhal e Chateaubriand.

Stendhal racconta di essere venuto a Roma sei volte e di avere «visitato con molta attenzione i monumenti della Città Eterna».

Benché Stendhal abbia visitato la via Appia Antica più volte, anche da solo come dice lui, gli appunti che riguardano i monumenti del nostro parco sembrano più una compilazione di altri testi che il resoconto delle proprie impressioni. Ad esempio Stendhal raccomanda la visita di ventiquattro tra le più notevoli chiese romane e ne cita altre ottantasei che meritano una passeggiata:

Promenades dans Rome
III, 5 octobre 1828

Chiesa Domine quo vadis Cette petite église qui se voit à gauche sur la voie Appienne porte trois noms: Santa_Maria delle Palme, Santa_Maria delle Piante, et Domine quo vadis. Quelques écrivains ont dit qu'elle a été bâtie sur l'emplacement du fameux temple de Mars. Saint Pierre, dans un de ses moments de faiblesse que saint Paul ne lui perdonnait pas, fuyait Rome et les persécutions. Arrivé au lieu où nous sommes, Jésus lui apparut: le sauveur des hommes portait la croix sur les épaules. A cette vue imprévue, l'apôtre s'écria: «Domine, quo vadis?» Cette église fut rebâtie sous Clément VIII. La façade est de 1737.

Sant_Urbano Près de la grotte de la nymphe Égérie, c'est un temple antique élevé probablement en l'honneur des Muses: on détruisit le portique quand on le changea en église.

Passeggiate a Roma
III, 5 ottobre 1828

Chiesa Domine quo vadis Questa piccola chiesa che si vede a sinistra sulla via Appia porta tre nomi: Santa_Maria delle Palme, Santa_Maria delle Piante, e Domine quo vadis. Certi scrittori hanno detto che è fondata sul luogo del famoso tempio di Marte. S. Pietro, in uno dei suoi momenti di debolezza che S. Paolo non gli perdonava, fuggiva da Roma e dalle persecuzioni. Arrivato in questo luogo dove noi siamo, Gesù gli apparve: il salvatore degli uomini portava la croce sulle spalle. A questa vista inaspettata, l'apostolo domandò: «Domine, quo vadis?» Questa chiesa fu ricostruita al tempo di Clemente VIII. La facciata è del 1737.

Sant_Urbano Vicino alla grotta della ninfa Egeria, c'è un tempio antico costruito probabilmente in onore delle Muse: il portico fu distrutto quando fu trasformato in chiesa.

Fatto sta che per Stendhal la descrizione delle chiese è importante non perché egli sia divenuto un credente, ma per i capolavori in esse contenuti:

Histoire de la peinture en Italie

L'église de Saint_Urbain, aussi à Rome, est un autre monument de ces temps reculés. Il est encore possible de distinguer sur les murs quelques figures qui représentent des scènes prises dans l'Évangile, dans la légende de saint Urbain, et dans celle de sainte Cécilie. Comme on ne trouve rien dans cet ouvrage qui rappelle la manière des peintres qui, à cette époque, florissaient à Constantinople, qu'en particulier les têtes et les draperies sont traitées d'une façon différente, il est naturel de l'attribuer au pinceau italien. On y lit la date de 1011.

Storia della pittura in Italia

La chiesa di Sant'Urbano, anch'essa a Roma, è un altro monumento di quei tempi arretrati. E' ancora possibile distinguere sui muri alcune figure che rappresentano delle scene tratte dal Vangelo, dalla leggenda di S. Urbano, e da quella di S. Cecilia. Dal momento che non si trova nulla in quest'opera che ricordi la maniera dei pittori che, in quest'epoca, fiorivano a Costantinopoli, in particolare le teste e i vestiti sono trattati in modo differente, è naturale attribuirla al pennello italiano. Vi si legge la data 1011.

François-René de Chateaubriand

L'immagine che Chateaubriand, a Roma in qualità di ambasciatore, darà della campagna romana è del tutto diversa da quella del Presidente De Brosses. Tutti i cinque sensi sono coinvolti, e compaiono anche i colori del territorio descritto:

Mémoires d'Outre-tombe
III L38 Chapitre 5
1er juin au soir, 1833
Journal de Carlsbad à Paris. - Cynthie. - Egra. - Wallenstein.

(Bibliothèque nationale de France)

...Du fond de ma calèche, je regardais se lever les étoiles. N'ayez pas peur, Cynthie; ce n'est que la susurration des roseaux inclinés par notre passage dans leur forêt mobile. J'ai un poignard pour les jaloux et du sang pour toi. Que ce tombeau ne vous cause aucune épouvante, c'est celui d'une femme jadis aimée comme vous: Cecilia Metella reposait ici.

Qu'elle est admirable, cette nuit, dans la campagne romaine! La lune se lève derrière la Sabine pour regarder la mer; elle fait sortir des ténèbres diaphanes les sommets cendrés de bleu d'Albano, les lignes plus lointaines et moins gravées du Soracte. Le long canal des vieux aqueducs laisse échapper quelques globules de son onde à travers les mousses, les ancolies, les gérofliers, et joint les montagnes aux murailles de la ville. Plantés les uns sur les autres, les portiques aériens, en découpant le ciel, promènent dans les airs le torrent des âges et le cours des ruisseaux.

Législatrice du monde, Rome, assise sur la pierre de son sépulcre, avec sa robe de siècles, projette le dessin irrégulier de sa grande figure dans la solitude lactée.

Asseyons-nous: ce pin, comme le chevrier des Abruzzes, déploie son ombrelle parmi des ruines. La lune neige sa lumière sur la couronne gothique de la tour du tombeau de Metella et sur les festons de marbre enchaînés aux cornes des bucranes; pompe élégante qui nous invite à jouir de la vie, sitôt écoulée.

Ecoutez! la nymphe Egérie chante au bord de sa fontaine; le rossignol se fait entendre dans la vigne de l'hypogée des Scipions; la brise alanguie de la Syrie nous apporte indolemment la senteur des tubéreuses sauvages. Le palmier de la villa abandonnée se balance à demi noyé dans l'améthyste et l'azur des clartés phébéennes. Mais toi, pâlie par les reflets de la candeur de Diane, ô Cynthie, tu es mille fois plus gracieuse que ce palmier. Les mânes de Délie, de Lalagé, de Lydie, de Lesbie, d'Olympia posés sur des corniches ébréchées, balbutient autour de toi des paroles mystérieuses. Tes regards se croisent avec ceux des étoiles et se mêlent à leurs rayons.

Mais, Cynthie, il n'y a de vrai que le bonheur dont tu peux jouir. Ces constellations si brillantes sur ta tête ne s'harmonisent à tes félicités que par l'illusion d'une perspective trompeuse. Jeune Italienne, le temps fuit! sur ces tapis de fleurs tes compagnes ont déjà passé.

Une vapeur se déroule, monte et enveloppe l'oeil de la nuit d'une rétine argentée; le pélican crie et retourne aux grèves; la bécasse s'abat dans les prêles des sources diamantées; la cloche résonne sous la coupole de Saint-Pierre; le plain-chant nocturne, voix du moyen âge, attriste le monastère isolé de Sainte-Croix; le moine psalmodie à genoux les ante-laudes, sur les colonnes calcinées de Saint-Paul; des vestales se prosternent sur la dalle glacée qui ferme leurs cryptes; le pifferaro souffle sa complainte de minuit devant la Madone solitaire, à la porte condamnée d'une catacombe. Heure de la mélancolie, la religion s'éveille et l'amour s'endort!

Memorie d'Oltretomba

1 giugno sera, 1833

Dal fondo del mio calesse, guardavo il sorgere delle stelle.

«Non abbiate paura, Cinzia, non è che il sussurro dei roseti piegati dal nostro passaggio nella loro mobile foresta. Ho un pugnale per gli uomini gelosi, e sangue per te. Che questa tomba non provochi in voi alcuno spavento; è quella di una donna un tempo amata come voi: Cecilia Metella riposava qui.

Che meraviglia questa notte nella campagna romana! La luna sorge dietro la Sabina per guardare il mare; lei fa uscire dalle tenebre diafane le cime di cenere blu di Albano, le linee più distanti e meno gravi del Soratte.

Il lungo canale dei vecchi acquedotti lascia sfuggire poche gocciole della sua onda attraverso i muschi, le aquilegie, i chiodi di garofano, e unisce le montagne alle mura della città: piantati gli uni sulle altre, i portici ariosi, tagliando il cielo, accompagnano nell'aria il torrente delle età e il corso dei ruscelli.

Legislatrice del mondo, Roma, seduta sulla pietra del suo sepolcro, con il suo vestito di secoli, proietta il disegno irregolare della sua grande figura nella solitudine lattea. Sediamoci: questo pino, come il pecoraro abruzzese, spiega il suo ombrello tra le rovine. La luna nevica la sua luce sulla corona gotica della torre della tomba di Metella, e sui festoni di marmo incatenati alle corna dei bucrani; una elegante pompa che ci invita a gioire della vita, così veloce.

Ascolta! La ninfa Egeria canta dal bordo della sua fontana; l'usignolo si fa udire nella vigna dell'ipogeo degli Scipioni; la brezza languida dello scirocco ci porta indolentemente la fragranza dei tuberi selvatici.

La palma della villa abbandonata ondeggia semiannegata nell'ametista e nell'azzurro della luminosità di Febo.

Ma tu, resa pallida per i riflessi del candore di Diana, o Cinzia, tu sei mille volte più graziosa della palma. Le ombre di Delia, di Lalage, di Lidia, di Lesbia, di Olimpia posate sulle rotte cornici, balbettano intorno a te parole misteriose. I tuoi sguardi si incrociano con quelli delle stelle, e si mescolano divinamente con i loro raggi.

Ma, Cinzia, non c'è nulla di vero tranne la beatitudine di cui tu puoi gioire. Queste costellazioni così brillanti sulla tua testa non si armonizzano con la tua felicità se non per l'illusione di una sghemba prospettiva. Giovane Italiana, il tempo fugge! Su quei tappeti di fiori le tue compagne sono già passate via.

Un vapore si spiega, sale e avviluppa l'occhio della notte con una reticella argentata; il pellicano piange e ritorna alla spiaggia. La beccaccia si posa sulle code cavalline delle sorgenti adamantine; la campana risuona sotto la cupola di S. Pietro; il canto notturno, voce del medioevo, rattrista l'isolato monastero di S. Croce; il monaco recita in ginocchio le lodi, sulle colonne calcinate di S. Paolo; vestali si prostrano sulla piastra ghiacciata che chiude le loro cripte; il pifferaio soffia il suo lamento di mezzanotte davanti alla Madonna solitaria, alla porta condannata di una catacomba.

E' l'ora della melanconia, la religione si sveglia, e l'amore si addormenta!


Hans Christian Andersen

Nell'ottobre del 1833 il grande poeta e scrittore danese Hans Christian Andersen (1805-75) arriva per la prima volta a Roma, che visiterà in lungo e in largo insieme a tutto il circondario. Da vero romantico, Andersen godrà la bellezza e lo spirito dei luoghi incontrati, riversando poi le sue sensazioni nei suoi romanzi a sfondo autobiografico, e soprattutto nei suoi inseparabili diari:

Dagbøger I, 1825-1834
(1833)

22.-23. oktober 1833

Onsdag den 23.

Tog derpaa til Scipionernes Gravsted, Indgangen er i et Viinbjerg, vi fik hver sit Vox Lys, en gammel Kone gik foran og viiste os de i Klippen huggede Grave. Scipio Africanus læste jeg. Nu kjørte vi fra disse Catakomber ud til Egerias Grotte, Nymphen mangle Arme og Hoved, rundtom voxte Græs, men Kilden rislede frodigt, jeg sad paa en Steen og digtede, lidt fra laae en lille Lund. Penierne ligne opslaaede, Cypresserne nedslaaede Paraplyer. - Kjørte nu til Caracallas uhyre Circus og tæt ved laae Sepulcra Cæciliæ Metellæ, en prægtig Ruin, vi saae gjennem den brudte Kuppel, der var bekrandset med grønt, de gamle Ruiner, det friske Grønne og den blaae Himmel, var det ikke Oldtid, Nutid og det Fjerne. - Mange Eideks. - Vi toge nu til Sebastians Kirken, saae hans Grav, med Marmorbilledet med gyldne Pile, her leed han Martyrdøden, med tændte Lys stege vi ned i Katakomberne, snevre lave Gange gjennem Jorden lige til Rom, ja fordum til Ostia.

sant'Urbano disegnato da Hans Christian Andersen

I diari

Mercoledì, 23 ottobre 1833

[...] Dopodiché andammo alla tomba della famiglia di Scipione. L'entrata era in una vigna. Ognuno di noi prese una candela; una vecchia camminava davanti a noi e ci mostrava le tombe scavate nelle pareti di roccia. Io lessi "Scipio Africanus". A questo punto ci dirigemmo fuori da queste catacombe verso il Grotto di Egeria.

La ninfa mancava delle sue braccia e della sua testa; c'era solo erba che cresceva tutt'intorno, ma la sorgente gorgogliava in modo esuberante. Io sedetti su una pietra e composi. A poca distanza c'era un boschetto. I pini sembravano ombrelli aperti, e i cipressi ombrelli chiusi. Allora ci spostammo all'enorme circo di Caracalla, e lì accanto al monumento funerario di Cecilia Metella, un rudere magnifico. Abbiamo potuto vedere le vecchie rovine; attraverso la cupola rotta coronata di viti, le fresche, verdi piante e il cielo blu - non erano i tempi antichi, il presente e il lontanissimo tutto in uno? Gran quantità di lucertole. Quindi siamo usciti per la chiesa di S. Sebastiano, abbiamo visto la sua tomba e la figura di marmo con le frecce dorate, è qui che lui subì il martirio.


Fanny Lewald

Italienisches Bilderbuch
(1847)

Die Grotte der Egeria

Man spricht immer von der fortschreitenden Entwicklung der reinen Idee der Menschheit und Menschlichkeit in unseren Tagen, von gerechter Würdigung des Guten und Edlen! Mich dünkt jedoch, daß wir in vielen Beziehungen nicht sonderlich weitergekommen sind und daß die Alten in ihrem heidnischen Humanismus oft viel milder und viel gerechter waren als wir.

Wir urteilen noch viel zu sehr nach vorgeschriebenen Regeln, ohne an die Ausnahmsfälle zu denken. Wir messen abstrakte Begriffe, wie Tugend, Pflicht und Ehre, noch immer nach einem festen Maße, als ob es Dinge oder Lebensmittel wären, deren relativen Wert das wohlgeeichte Gewicht und Maß der Polizeibehörde bestimmen. Daß jeder Standpunkt im Leben, daß jedes Verhältnis besondere Pflichten, eine besondere Ehre und eine ganz persönliche Tugend bedingen, das könnte man längst zum Vorteil der Menschlichkeit begriffen haben, wenn nicht ein großer Teil der Menschen viel mehr Lust am Verdammen als am Verehren hätte.

Am ungerechtesten aber gehen in dieser Beziehung die Frauen untereinander zu Werke. Es ist, als ob keine sich hoch genug auf dem Piedestal ihrer eigenen Heiligkeit und Tugend glaubte, ohne sich auf den Nacken einiger gedemütigten Weiber zu stellen. Die Frauen sind dahin gekommen, sich aus ihrem Glück eine Tugend zu machen. Sie schmücken sich mit der Gunst des Zufalls, die ihnen ein ruhiges Gemüt, sorgliche Erziehung, brave Eltern und einen geliebten Gatten erteilte, wie mit einem wohlverdienten Heiligenschein, vor dem jene Unglücklichen, welche mit heißer, liebedurstiger Seele, mit glühendem Temperament traurigen Verhältnissen erlagen, beschämt die Augen schließen müssen.

Sieht man diesen herzlosen, weiblichen Hochmut, diese gleisnerische Prüderie in unserer Zeit zum Gesetz der Sitte erhoben, so empört sich das Gefühl dagegen, und man schämt sich, wenn man wirklich ein weiches, erbarmungsvolles Frauenherz in der Brust hat, vor jenen Unglückseligen, die kalte Selbstsucht ohne Prüfung verdammt.

Das Heidentum, das überall so reich an poetischen Allegorien ist, hat uns auch für diese Verhältnisse ein anmutiges Beispiel hinterlassen. Die Alten verachteten eine Lais, eine Buhlerin; aber sie erhoben Egeria, die Geliebte des Numa Pompilius, die sich keusch den Blicken des Volkes entzog und in verborgener Stille den König zu allem Großen und Erhabenen begeisterte, zu dem göttlichen Range einer unsichtbaren Nymphe.

Es gibt Gestalten der Mythe, Züge in der Geschichte, die so lieblich, so schön sind, daß das Herz daran zu glauben begehrt, wenn auch alle gelehrten Forscher gegen ihre Wahrheit streiten. Die innere, notwendige Wahrheit hat auch ein heiliges Recht; und oft meine ich, man leiste uns eigentlich einen recht schlechten Dienst, wenn man uns den Glauben an Gestalten zerstört, welche für uns die Träger erhebender Ideen geworden sind.

Mich betrübte es, als ein Archäologe mir in Rom weitläufig beweisen wollte, die Grotte der Egeria könne nicht echt, nicht jene Grotte sein, in der die Nymphe wohnte, weil das netzförmige Mauerwerk aus der Kaiserzeit, nicht aus den Tagen der Könige herrühre. Solche Erläuterungen muß man bald wieder zu vergessen suchen, um sich den Zauber nicht zu zerstören, der in unserer Phantasie gewisse Gestalten und Orte umschwebt und der oft mehr Belebendes und Anregendes besitzt als die trockne, kalte Wahrheit des eigentlichen Wissens.

Die Nymphe Egeria war mir von je ein schönes Bild weiblicher, hingebender Liebe gewesen, die untergeht in dem Geliebten, keinen Ruhm, keinen Ehrgeiz kennt als den, ihn groß und gut zu sehen; und selbst Tadel und Verkennung nicht achtet, weil ihr das Glück des Geliebten der höchste Lohn ist. Es zog mich zu ihrer Grotte, zu dem stillen Asyl der Liebe, wie es den Gläubigen zieht zu einem Gnadenbilde. Liebe ist ja die höchste Gnade für den, der sie empfängt, wie für den, der gewürdigt wird, sie spenden zu können!

Außerhalb der Porta San Sebastiano beginnt die antike Gräberstraße. Denkmal reiht sich an Denkmal. Die prächtigen Hüllen der stolzen Monumente sind in Trümmer versunken; frevelnder Übermut vernichtete die Marmorwände der Mausoleen und ließ nichts zurück als den festgemauerten Kein des innern Grabes, in dem die Sorgfalt der Überlebenden die Asche geliebter Toten vor dem Zerstäuben zu bewahren strebte.

Aber die Gräber sollten des Schmuckes nicht entbehren. Wo die schonungslose Barbarei den Marmor raubte, schmückt die Natur alljährlich das nackte Gemäuer mit dem glänzenden Smaragdgrün üppig rankenden Efeus. Mächtige Pinien wachsen hie und da an den Grabhügeln hervor, eine einsame Zypresse steht bisweilen daneben, und muntere, kleine Römer klettern, nach Schmetterlingen haschend, auf den Gräbern ihrer Ahnen umher.

Vorüber an den Gräbern der Scipionen, vorüber an dem prächtigen Denkmal, das in seinen Marmorquadern den Namen der Cäcilia Metella auf die Nachwelt trägt, gelangt man mitten in der öden, baumleeren Campagna in ein liebliches Tal zwischen mäßigen Hügeln, dessen kräftige Baumvegetation hier doppelt erquicklich, doppelt schattenkühl erscheint. Es ist das Tal der Egeria.

Ein kleines Gewässer fließt langsam hindurch, fast verborgen von den großen Stengeln und Blättern der Canna und anderer Rohrgewächse. Wogende Getreidefelder und frisches Wiesengrün, aus dem Tausende von Anemonen und Maßlieb hervorsprießen, geben dem einsamen Tale ein üppiges Gepräge. Unter dem Baumesschatten auf den Hügeln weidete, als ich die Grotte besuchte, eine Herde Schafe; der braune Hirtenknabe lag schlummernd neben seinem großen, langhaarigen Wolfshunde, der ihn und die Herde aufmerksam bewachte.

Baumwurzeln, Efeuranken und andere Schlinggewächse in der ganzen Fülle südlichen Pflanzenreichtums schmücken und verhüllen den Eingang zur Grotte, die sich in dem Hügel befindet. Netzförmiges Mauerwerk bildet die Wände und die Wölbung. Ein kleiner Quell rieselt aus grünbemooster Marmorfassung durch die Hinterwand in ein Becken nieder, eine weibliche Figur ist ruhend über der Quelle dargestellt. Konsolen an den Wänden, die jetzt der Statuen beraubt sind, zeugen von reicherer Verzierung und von der Verehrung, welche man einst dieser Grotte zollte. Alle Wände, der Eingang, ja selbst der Fußboden sind dicht und weich mit dem feinblättrigen Venushaar überwuchert, das auf seinen leichten, rotbraunen Stengelchen, jeder Luftbewegung folgend, uns zitternd und nickend zu begrüßen scheint.

Wie der Pilger an das Grab eines Märtyrers glaubt mit innerer, befriedigter Erhebung, so fühlte ich hier und glaubte an Heiliges und Schönes, an edle, begeisternde, verklärende Liebe. Ich glaubte an den edlen Numa, der von Regierungssorgen, von schweren Pflichten gedrückt, hierher floh in die Arme eines geliebten Weibes, um in seinem Glücke Kraft zu suchen für den schweren Beruf des Herrschers.

Und der Geist einer sorglichen Frauennatur scheint noch jetzt die Grotte zu umschweben, pflanzend und jätend, schaffend und sorgend zu freundlichem Empfang des geliebten, des einzigen Gastes. Woher sonst dies grüne, lauschige Plätzchen in der sonnenverbrannten Campagna? Woher dies trauliche Asyl für süßes Beieinandersein?

Die Blumen blühen so frisch an der Quelle, die Bäume flüstern so leise, und die schwanken Blätter der Canna wiegen sich so träumerisch müde im warmen Sonnenschein, als gelte es, ein liebend Paar in seligen Schlummer zu wiegen oder es zu verbergen vor dem Auge der Welt in paradiesischer Einsamkeit.

Es ist der Geist Egeriens, der das Wunder wirkt.

La grotta di Egeria

Ai nostri giorni si parla sempre dello sviluppo progressivo dell'idea pura di Genere Umano e di Umanità, del giusto apprezzamento del Bene e della Nobiltà d'animo. Mi sembra però che noi, in molti aspetti, non siamo andati particolarmente avanti, e che gli antichi, nel loro Umanesimo pagano riuscissero anche meglio di noi a considerare le cose con ponderatezza e giustizia.

Noi giudichiamo ancora troppo sulla base di regole prestabilite, senza pensare alle eccezioni e in questo modo valutiamo anche concetti astratti come Virtù, Dovere, Onore, sempre in modo rigido, come se questi fossero oggetti o cose da mangiare, il cui valore relativo possa essere determinato un'autorità amministrativa. Se la maggior parte del Genere Umano non avesse più forte l'inclinazione alla condanna anziché all'ammirazione, avremmo già capito, con grande vantaggio dell'Umanità tutta, che ogni punto di vista, ogni relazione genera come conseguenza doveri, onori e virtù.

Ma sono soprattutto le donne, purtroppo, nei loro rapporti a procedere con questi parametri. Come se nessuna di loro fosse abbastanza sicura dei propri talenti da permettersi il lusso di non sfruttare a vantaggio della propria immagine il disonore di qualche altra donna forse meno virtuosa. Le donne sono arrivate a questo, a considerare virtù ciò che detta il costume piuttosto che la nobiltà dei sentimenti e dell'animo. Si fanno belle con il favore del caso, che ha dato loro una mente calma, una educazione premurosa, bravi genitori e un affezionato marito, come con una ben meritata aureola, davanti alla quale certe sfortunate, che con una cocente anima assetata d'amore, con un temperamento rovente sono cadute in tristi condizioni, mortificate devono chiudere gli occhi.

Se si osserva questo orgoglio femminile privo di sentimento, questo pudore precostituito e innalzato a legge dei nostri costumi, viene da indignarsi e vergognarsi se si possiede un animo davvero femminile, ossia tenero e compassionevole, davanti alle sventurate, che il freddo egoismo condanna senza appello.

Il paganesimo, con le sue molte allegorie, ci ha lasciato anche un grazioso esempio del comportamento degli antichi in casi siffatti. Gli antich pagani infatti, sebbene disprezzassero una Laide, una donna dai facili costumi, furono capaci di innalzare fino al rango divino una ninfa, Egeria per l'appunto, invisibile amante di Numa Pompilio, che sottrasse casto da sé lo sguardo della gente ma in silenzio ispirò a lui quanto di più grande e sublime egli fu capace.

Nella mitologia ci sono degli storie ricorrenti talmente belle e divertenti che vorremmo fossero vere a dispetto di ogni erudita confutazione di studiosi. Ma alla fine finiamo per privilegiare la verità storica, nell'amore della quale siamo stati allevati, facendo un pessimo servizio agli alti ideali di cui le storie stesse sono portatrici.

Per questa ragione, mi hanno addolorato le fondate argomentazioni di un archeologo atte a dimostrare che la grotta di Egeria non poteva essere genuina, non poteva essere la grotta nella quale abitava la ninfa, perché la muratura in opera reticolata proveniva dal periodo dell'Impero, e non dai giorni dei Re. Una simile spiegazione si deve cercare di dimenticarla subito, per non distruggerci la magia che nella nostra fantasia aleggia intorno il certo aspetto e il luogo e che spesso possiede più vitalità e più sollecitazione della secca, fredda verità della conoscenza effettiva.

La ninfa Egeria ha sempre rappresentato per me il simbolo di un grande amore di una donna che si abbandona senza riserve al proprio amante senza altra ambizione che quella di vederlo migliorare anche a costo di venir lei stessa biasimata, perché per lei la fortuna del suo amante è la più alta ricompensa. Mi ha attirato alla sua grotta, al silenzioso rifugio dell'amore, come attira il credente ad un'immagine di Grazia. E in fondo l'Amore è la più alta grazia per chi lo riceve, come per colui che diventa meritevole di poterlo donare.

Fuori porta San Sebastiano comincia l'antica strada dei sepolcri. Monumenti seguono altri monumenti. I magnifici rivestimenti di opere superbe sono sprofondati tra le macerie; una sacrilega spavalderia ha distrutto i muri di marmo dei mausolei e non ha lasciato dietro di sé nulla a parte la solida muratura di nessun valore dell'interno delle tombe, nella quale la solerzia dei sopravvissuti tese a preservare la cenere dell'amato defunto dallo sgretolamento.

Ma le tombe non dovevano mancare di ornamento. E ciò che è stato sottratto dagli spietati barbari è stato restituito dalla natura che decora tutto l'anno i nudi muri con il brillante verde smeraldo della rigogliosa edera rampicante. Imponenti pini crescono qua e là sui tumuli, un cipresso solitario si erge talvolta accanto, e vivaci piccoli Romani si arrampicano, acchiappando farfalle, sulle tombe dei loro antenati tutt'intorno.

Passata la tomba degli Scipioni, passato il magnifico monumento che nei suoi blocchi di marmo tramanda ai posteri il nome di Cecilia Metella, si perviene, in mezzo alla deserta campagna spoglia di alberi, ad una graziosa valle tra dolci colline, la cui potente vegetazione arborea appare qui doppiamente ristoratrice, doppiamente fresca d'ombra. Questa è la valle di Egeria.

Un piccolo ruscello scorre nel mezzo lentamente, quasi nascosto dai grossi fusti e dalle foglie delle canne e di altre piante di palude. Ondeggianti graminacee e un fresco prato erboso spruzzato di migliaia di anemoni e margherite danno alla valle solitaria un tocco sontuoso. Quando io ho visitato la grotta, sotto l'ombra arborea e sulle colline pascolava un gregge di pecore; il bruno pastorello giaceva dormicchiando accanto al suo grosso cane lupo dal lungo pelo, che sorvegliava attentamente sia lui che il gregge.

Radici di alberi, edera e altre piante rampicanti, nella grande abbondanza della ricchezza della vegetazione meridionale decorano e mimetizzano l'entrata della grotta che si trova nella collina. La muratura in reticolato dà forma alle pareti e alla volta. Una piccola sorgente gronda dal fastigio marmoreo verde di muschio attraverso l'interno della parete in un bacino in basso, una figura femminile è raffigurata riposare sopra la sorgente. Nicchie alle pareti, che ora sono prive delle statue rubate, testimoniano la più ricca decorazione e la venerazione che una volta si tributava a questa grotta. Tutte le pareti, l'ingresso, persino il pavimento sono compatti e morbidi con l'elegante fogliame più che lussureggiante del capelvenere, che con il suo lieve, fulvo stelo, seguendo ogni movimento dell'aria, tremante e annuente, sembra darci il benvenuto.

Come il pellegrino di fronte alla tomba di un martire prova un'intima e liberatoria esaltazione, allo stesso modo io qui, credevo nella Santità e nella Bellezza, nel nobile, entusiasmante, trasfigurante Amore. Ho creduto nel nobile Numa, oppresso dagli affari di Stato e dal pesante dovere, qui fuggito nelle braccia di una donna amata, per cercare nella sua fortuna la forza per il difficile compito del sovrano.

E lo spirito di una pensosa natura femminile sembra ancor oggi librarsi nella grotta, piantando e sarchiando, creando e permeando per l'accoglienza affettuosa dell'amato, dell'unico ospite. Come spiegarsi altrimenti il verde e la quiete di questo luogo nel mezzo di una campagna bruciata dal sole? Come potrebbe esistere un così intimo rifugio per un dolce stare insieme?

I fiori fioriscono così freschi alla sorgente, gli alberi sussurrano così dolcemente, e le foglie oscillanti della canna si piegano così fantasticamente stanche nella calda luce solare, quasi nell'intento di cullare una coppia innamorata in un beato torpore, o per nasconderla agli occhi del mondo in una paradisiaca solitudine.

E' lo spirito di Egeria, che rende tutto ciò così meraviglioso.


James Whiteside

Arrivati alla metà del XIX secolo, un flusso ininterrotto di "note", "osservazioni", analisi e rapporti di ogni specie che riguardano l'Italia raggiungono l'Inghilterra, dove sono pubblicati in libri e riviste. Anche l'irlandese James Whiteside, in Italia per motivi di salute, pubblicherà nel 1849 il fortunato volume "Italy in the nineteenth century" che otterrà ben sei edizioni. L'autore deve aver letto l'opera del reverendo Eustace, visto che è l'unico dopo di lui a citare il tempio del dio Redicolo.

Italy
in the nineteenth century

London, 1849

CHAP. L.

EXCURSIONS AROUND ROME.

The Appian Way. - Sepulchre of Scipio. - Circus of Romulus. - Tomb of Cecilia Metella. - Tomb of the Servilii. - Ancient Grandeur of the Appian and the great Roads from Rome. - Fountain of Egeria. - Temple of Bacchus. - Temple of the God Rediculus. - A Parting Word on the Baker's Tomb.

By the site of the Porta Capena, and through what was the Porta Appiana, but is now the Porta Sebastiana, we pass to the celebrated Appian Way. The ancient monuments still existing there from their unquestionable authenticity, are most interesting to the classical traveller of any around Rome. At the distance of half a mile we stop before a narrow gate: this conducts us through a garden into the sepulcre where the ashes of a race of heroes once reposed in peace. The custode lights candles, and preceded by the guide, you walk straight into the sepulchre of Scipio. There is no descent whatever - it is as if you entered a tunnel. The chamber are dry; false inscriptions are now written upon the wall; for the true inscriptions with the sarcophagus of Scipio Barbatus, after reposing here for twnty-two centuries, were removed to grace the museums of the Vatican.

This is confessedly the oldest Roman tomb with which we are acquainted: and although in some particular dissimilar, yet, excavated as it is in tufa rock, it approaches in character the sepulchres of Etruria. The sarcophagus in the Vatican is made of coarse peperino, and notwithstanding the rough material, is one of the most precious of the treasures in that storehouse of curiosities. There is a Roman simplicity in the form, ornaments, and inscriptions of this sarcophagus, and we might guess the character of a republican people from the tombs of their great men. We enter this sepulchre from the back; its front faced it is supposed the Via Latina, and inspired the youth of Rome.

We proceed on our solemn excursion, reminded at every step of the vicissitudes of all human things. At the base of a sharp ascent, three miles from the city gate, we reach the entrance to the circus of Romulus, the son of Maxentius. Owing to excavations made within twenty years, the whole form, shape, and arrangements of the Roman circus are here exposed to view, and very pleasing it is to trace them. The figure is oblong, the length nigh 1,600 feet, by 250 in breadth.

We next ascend the roughly-paved hill, leading to the tomb of Cecilia Metella - a memorial of conjugal affection and of republican antiquity; for the Roman lady with whose name Byron has made us familiar, flourished before the Christian era, and was the spouse of Crassus, who being resolved that his wife should never be forgotten, built her a tomb which has defied for 1,900 years the ravages of time and war. The form is circular; its diameter is seventy feet; the blocks of travertine which composed the mass of the monument were fitted without cement, and this part of the fabric which may be called the outworks, remains, as also a portion of the beautiful frieze. The sarcophagus was torn from the chamber where it had lain, in the reign of Paul III., and may now be seen in the courtyard of the Farnese Palace. It is not possible to behold this "stern round tower of other days," standing in solitary grandeur amidst wide-spread ruin, without ruminating on the past and catching somewhat of the feeling which inspired Byron's verse.

I remember visiting the studio of an artist in Rome, distinguished for painting animals; he was occupied in drawing for an English gentleman of classical taste, his fox-hounds throwing off under the tomb of Cecilia Metella in the Campagna. Beyond this monument the Appian becomes more broken and difficult; huge stones lie in the middle of the road; but it grows in interest from its solitariness and from the views of ruined aqueducts and tombs. At a distance of two miles, we approach the tomb of the Servilii. It is not to be compared with that of Cecilia Metella in size or grandeur, still the fragments were skilfully put together by Canova, and the short inscription judiciously restored instead of being carried off to the Vatican, to add to the overburdened museum: and therefore, this monument of a Roman family interests the spectator deeply. We may vary the route homeward by turning off towards the fountain of Egeria. Passing by the Temple of Bacchus, we reach the classic grotto. There is little to attract the eye, as it is a mere recess hollowed out of the bank with niches: all that remains is one mutilated recumbent figure, not of the Nymph, but in all probability of a water god. The sides of the grotto are covered with creeping plants; once they were clothed with rich marble. The little glen is abandoned to a solitude as profound as when Numa here held counsel with his Nymph in the sacred grove.

At a distance of half a mile from the grotto, and across the undulating greensward of this part of the Campagna, stands the well-preserved ruins of a small temple, dedicated in modern times to the god Rediculus. The position of this temple in a sequestered place, tended to preserve it; the outward form is still complete; the pilasters remain, and a frieze with portions of pillars and other ornarnents. What surprises the beholder is the brightness of the work as yet standing. I believe we may safely ascribe this shining little temple to the latter period of the Roman empire. But before invasions had wasted the Campagna, and when it was crowded with villas, adorned with stately tombs, refreshed by copious streams from the aqueducts, and studded with glittering temples, it must have presented a splendid appearance to the eye of the traveller, as he journeyed across its plains to Ancient Rome.

We return from this excursion by the gate of St. Maria Maggiore; and, although not unwearied, yet must we pause again to examine the large and curious tomb of the Baker Eurysaces, and to admire the representation of his busy men kneading the dough, and stamping the loaves with all the diligence and energy becoming those engaged in the worthy task of feeding the heroes of the commonwealth with wholesome bread.


Nathaniel Hawthorne

Nathaniel Hawthorne, nato a Salem nel Massachusetts, una delle roccaforti del Puritanesimo americano, si propone nell'opera narrativa (La lettera scarlatta del 1850, Il fauno di marmo del 1860, ecc.) una ricerca di verità e di chiarificazione, più che un'enfasi del sentimento e delle passioni. I giudizi sulla via Appia Antica riflettono questa impostazione, il fascino del "pittoresco" è sempre subordinato alla riflessione razionale sul valore dell'oggetto.

Passages
from the French and Italian note-books

February 24th 1858.

All the successive ages since Rome began to decay have done their best to ruin the very ruins by taking away the marble and the hewn stone for their own structures, and leaving omy the inner filling up of brickwork, which the ancient architects never designed to be seen. The consequence of all this is, that, except for the lofty and poetical associations connected with it, and except, too, for the immense difference in magnitude, a Roman ruin may be in itself not more picturesque than I have seen an old cellar, with a shattered brick chimney half crumbling down into it, in New England.

By this time I knew not whither I was going, and turned aside from a broad, paved road (it was the Appian Way) into the Via Latina, which I supposed would lead to one of the city gates. It was a lonely path: on my right hand extensive piles of ruin, in strange shapes or shapelessness, built of the broad and thin old Roman bricks, such as may be traced everywhere, when the stucco has fallen away from a modern Roman house; for I imagine there has not been a new brick made here for a thousand years. On my left, I think, was a high wall, and before me, grazing in the road ... [the buffalo calf of the "Marble Faun." ED.]. The road went boldly on, with a wellworn track up to the very walls of the city; but there it abruptly terminated at an ancient, closed up gateway. From a notice posted against a door, which appeared to be the entrance to the ruins on my left, I found that these were the remains of Columbaria, where the dead used to be put away in pigeon-holes. Reaching the paved road again, I kept on my course, passing the tomb of the Scipios, and soon came to the gate of San Sebastiano, through which I entered the Campagna. Indeed, the scene around was so rural, that I had fancied myself already beyond the walls. As the afternoon was getting advanced, I did not proceed any farther towards the blue hills which I saw in the distance, but turned to my left, following a road that runs round the exterior of the city wall. It was very dreary and solitary, -not a house on the whole track, with the broad and shaggy Campagna on one side, and the high, bare wall, looking dowm over my head, on the other It is not, any more than the other objects of the scene, a very picturesque wall, but is little more than a brick garden-fence seen through a magnifying-glass, with now and then a tower however, and frequent buttresses, to keep its height of fifty feet from toppling over. The top was ragged, and fringed with a few weeds; there had been embrasures for guns and eyelet holes for musketry, but these were plastered up with brick or stone. I passed one or two walled-up gateways (by the by, the Porta Latina was the gate through which Belisarius first entered Rome), and one of these had two high, round towers, and looked more Gothic and venerable with antique strength than any other portion of the wall. lmmediately after this I came to the gate of San Giovanni, just within which is the Basilica of St. John Lateran, and there I was glad to rest myself upon a bench before proceeding homeward.

There was a French sentinel at this gateway, as at all the others; for the Gauls have always been a pest to Rome, and now gall her worse than ever. I observed, too, that an official, in citizen's dress, stood there also, and appeared to exercise a supervision over some carts with country produce, that were entering just then.

March 3d 1858.

This morning was U-'s birthday, and we celebrated it by taking a barouche, and driving (the whole family) out on the Appian Way as far as the tomb of Cecilia Metella. For the first time since we came to Rome, the weather was really warm, -a kind of heat producing languor and disinclination to active movement, though still a little breeze which was stirring threw an occasional coolness over us, and made us distrust the almost sultry atmosphere. I cannot think the Roman climate healthy in any of its moods that I have experienced.

Close on the other side of the road are the ruins of a Gothic chapel, little more than a few bare walls and painted windows, and some othel fragmentary structures which we did not particularly examine. U- and I clambered through a gap in the wall, extending from the basement of the tomb, and thus, getting into the field beyond, went quite round the mausoleum and the remains of the castle connected with it. The latter, though still high and stalwart, showed few or no architectural features of interest, being built, I think, principally of large bricks, and not to be compared to English ruins as a beautiful or venerable object.

A little way beyond Cecilia Metella's tomb, the road still shows a specimen of the ancient Roman pavement, composed of broad, flat flagstones, a good deal cracked and worn, but sound enough, probably, to outlast the little cubes which make the other portions of the road so uncomfortable. We turned back from this point, and soon ree/umlntered the gate of St. Sebastian, which is flanked by two small towers, and just within which is the old triumphal arch of Drusus, -a sturdy construction, much dilapidated as regards its architectural beauty, but rendered far more picturesqule than it could have been in its best days by a crown of verdure on its head. Probably so much of the dust of the highway has risen in clouds and settled there, that sufficient soil for shrubbery to root itself has thus been eollected, by small annual contributions, in the course of two thousand years. A little farther towards the city we turned aside from the Appian Way, and came to the site of some ancient Columbaria, close by what seemed to partake of the character of a villa and a farm-house. A man came out of the house and umocked a door in a low buildng apparently quite modern; but on entering we found ourselves looking into a large, square chamber, sunk entirely beneath the surface of the ground. A very narrow and steep staircase of stone, and evidently ancient, descended into this chamber; and, going down, we found the walls hollowed on all sides into little semicircular niches, of which, I believe, there were nine rows, one above another, and nine niches in each row. Thus they looked somewhat like the little entrances to a pigeon-house, and hence the name of Columbarium. Each semicircular niche was about a foot in its semidiameter. In the centre of this subterranean chamber was a solid square column, or pier, rising to the roof, and containing other niches of the same pattern, besides one that was high and deep, rising to the height of a man from the floor on each of the four sides. In every one of the semicircular niches were two round holes covered with an earthen plate, and in each hole were ashes and little fragments of bones, - the ashes and bones of the dead, whose names were inscribed in Roman capitals on marble slabs imaid into the wall over each individual niche. Very likely the great ones in the central pier had contained statues, or busts, or large urns; indeed, I remember that some such things were there, as well as bas-reliefs in the walls; but hardly more than the general aspect of this strange place remains in my mind. lt was the Columbarium of the connections or dependants of the Caesars; and the impression left on me was, that this mode of disposing of the dead was infinitely preferable to any which has been adopted since that day. The handful or two of dry dust and bits of dry bones in each of the small round holes had nothing disgusting in them, and they are no drier now than they were when first deposited there. I would rather have my ashes scattered over the soil to help the growth of the grass and daisies; but still I should not murmur much at having them decently pigeon-holed in a Roman tomb.

After ascending out of this chamber of the dead, we looked down into another similar one, containing the ashes of Pompey's household, which was discovered omy a very few years ago. Its arrangement was the same as that first described, except that it had no central pier with a passage round it, as the former had.

While we were down in the first chamber the proprietor of the spot-a half-gentleman and very affable kind of person-came to us, and explained the arrangements of the Columbarium, though, indeed we understood them better by their own aspect than by his explanation. The whole soil around his dwelling is elevated much above the level of the road, and it is probable that, if he chose to excavate, he might bring to light many more sepulchral chambers, and find his profits in them too, by disposing of the urns and busts. What struck me as much as anything was the neatness of these subterranean apartments, which were quite as fit to sleep in as most of those occupied by living Romans; and, having undergone no wear and tear, they were in as good condition as on the day they were built.

In this Columbarium, measuring about twenty feet square, I rougbly estimate that there have been deposited together the remains of at least seven or eight hundred persons, reckoning two little heaps of bones and ashes in each pigeon-hole, nine pigeon-holes in each row, and nine rows on each side, besides those on the middle pier. All difficulty in finding space for the dead would be obviated by returning to the ancient fashion of reducing them to ashes,-the omy objection, though a very serious one, being the quantity of fuel that it would require. But perhaps future chemists may discover some better means of consuming or dissolving this troublesome mortality of ours.

We got into the carriage again, and, driving farther towards the city, came to the tomb of the Scipios, of the exterior of which I retain no very definite idea. It was close upon the Appian Way, however, though separated from it by a high fence, and accessible through a gateway, leading into a court. I think the tomb is wholly subterranean, and that the ground above it is covered with the buildings of a farm-house; but of this I cannot be certain, as we were led immediately into a dark, underground passage, by an elderly peasant, of a cheerful and affable demeanor. As soon as he had brought us into the twilight of the tomb, he lighted a long wax taper for each of us, and led us groping into blacker and blacker darkness. Even little R- followed courageously in the procession, which looked very picturesque, as we glanced backward or forward, and beheld a twinkling line of seven lights, glimmering faintly on our faces, and showing nothing beyond. The passages and niches of the tomb seem to have been bewn and hollowed out of the rock, not built by any art of masonry; but the walls were very dark, almost black, and our tapers so dim that I could not gain a sufficient breadth of view to ascertain what kind of place it was. It was very dark, indeed; the Mammoth Cave of Kentucky could not be darker. The rough-hewn roof was within touch, and sometimes we had to stoop, to avoid hitting our heads; it was covered with damps, which collected and fen upon us in occasional drops. The passages, besides being narrow, were so irregular and crooked, that, after going a little way, it would have been impossible to return upon our steps without the help of the guide; and we appeared to be taking quite an extensive ramble underground, though in reality I suppose the tomb includes no great space. At several turns of our dismal way, the guide pointed to inscriptions in Roman capitals, commemorating various members Africanus, who himself had his death and burial in a foreign land. All these iscriptions, however, are copies,-the originals, which were really found here, having been removed to the Vatican. Whether any bones and ashes have been left, or whether any were found, I do not know. It is not, at all events, a particularly interesting spot, being such shapeless blackness, and a mere dark hole, requiring a stronger illumination than that of our tapers to distinghish it from any other cellar. I did, at one place, see a sort of frieze, rather rougbly sculptured; and, as we returned towards the twilight of the entrance-passage, I discerned a large spider, who fled hastily away from our tapers - the solitary living inhabitant of the tomb of the Scipios.

One visit that we made, and I think it was before entering the city gates, I forgot to mention. It was to an old edifice, formerly called the Temple of Bacchus, but now supposed to have been the Temple of Virtue and Honor. The interior consists of a vaulted hall, which was converted from its pagan consecration into a church or chapel, by the early Christians; and the ancient marble pillars of the temple may still be seen, built in with the brick and stucco of the later occupants. There is an altar, and other tokens of a Catholic church, and, high towards the ceiling, there are some frescos of saints or angels, very curious specimens of mediaeval, and earlier than mediaeval art. Nevertheress, the place impressed me as still rather pagan than Christian. What is most remarkable about this spot or this vicinity lies in the fact that the Fountain of Egeria was formerly supposed to be close at hand; indeed, the custode of the chapel still claims the spot as the identical one consecrated by the legend. There is a dark grove of trees, not far from the door of the temple; but Murray, a higly essential nuisance on such excursions as this, throws such overwhelming doubt, or rather incredulity, upon the site, that I seized upon it as a pretext for not going thither. In fact, my small capacity for sightseeing was already more than satisfied.

On account of - I am sorry that we did not see the grotto, for her enthusiasm is as fresh as the waters of Egeria's well can be, and she has poetical faith enough to light her cheerfully through all these mists of incredulity.

Our visits to sepulchral places ended with Scipio's tomb, whence we returned to our dwelling, and Miss M - came to dine with us.


Gabriele D'Annunzio

L'estate del 1885 vede il ventiduenne Gabriele d'Annunzio a Roma. Due anni prima aveva sposato, con tanto di scandalo e di "fuga d'amore", la contessina Maria Altemps Hardouin di Gallese; la famiglia della moglie, che era proprietaria di palazzo Altemps, fece buon viso a cattivo gioco, e procurò al nostro poeta il lavoro presso il quotidiano "La Tribuna" appena rinnovato.

D'Annunzio è il cronista mondano dei salotti e delle aste, della moda e dello sport, e pubblica articoli in rubriche da lui inventate come "Giornate romane", "Cronache romane", "La vita a Roma".

Gli articoli, che D'Annunzio qualifica come la «miserabile fatica quotidiana», sono firmati attraverso pseudonimi sempre facilmente riconoscibili: il Duca Minimo (con cui firma la passeggiata in Caffarella), Happemousche, Vere de Vere, Bull-Calf, Filippo la Selvi, Puck ecc. La vera firma era infatti riservata agli argomenti di critica o comunque di tono più elevato.

LA TRIBUNA
(Anno III, n. 209, venerdì 31 luglio 1885)
Rubrica: La vita a Roma

Passeggiate

All'ora del tramonto è bello sempre, dovunque si voglia guardarlo, il cielo di Roma. E' una scena sempre varia, non mai dimenticabile. A Villa Borghese si può vedere il tramonto romantico victorughiano, al Pincio il tramonto un po' convenzionale, a S. Pietro in Montorio lo scintillio dei vetri cittadini illuminati dagli ultimi raggi del sole, ai Prati di Castello il tramonto dietro la cupola di Michelangelo.
Ma dove io ho veduto un tramonto maraviglioso è fuori porta San Giovanni, nel luogo detto la Caffarella, presso la fonte e il bosco di Egeria. C'è laggiù un ruscello sul quale si chinano e si specchiano fiorellini innumerevoli.
Ebbene, questo ruscello s'accende tutto all'ora del tramonto, quasi fosse incandescente, e gli alberi attorno hanno riflessi rossastri misteriosi, indefiniti. Si fa un gran silenzio: sulle lontane colline si vedono passare come visioni, grossi carri carichi di fieno, tirati da buoi, lentissimamente.
Il boschetto di Egeria rientra nell'ombra; e la vecchia sorgente colando tranquillissima, canta sola in quella immensità. Par di vedere la ninfa aggirarsi ancora tra le ombre degli alberi, piangendo come un suono sommesso di acque cadenti. Questa passeggiata alla Caffarella, di questi tempi, è fatta da pochissime persone: qualche inglese superstite in cerca di rovine, qualche pittore in cerca di motivi e di macchie, qualche cacciatore in cerca d'allodole. I romani generalmente ignorano queste bellezze delle loro campagne, e forse non le conosceranno giammai; perchè davvero non sono per tutti.

Il ff. di Duca Minimo


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