Abbandonata questa prima vallecola si imbocca, per un breve tratto, via della Caffarella. Al bivio si prende una strada sulla sinistra, e dopo pochi metri, si arriva cosìe; all'imbocco di uno stretto sentierino seminascosto dalla vegetazione; purtroppo il passaggio è ostacolato da un deposito abusivo di rottami di metallo con tanto di baracca in muratura, e nonostante segnalazioni e raccolte di firme non c'è verso di ottenere dalla proprietà o dalle amministrazioni competenti il ripristino del luogo.
Ai nostri piedi di nuovo un interessante pianta sinantropica: è il centocchio (Stellaria media), una pianta annuale dai piccoli fiori i cui petali bianchi somigliano a una stella. E' molto comune dove vive l'uomo, probabilmente è stata diffusa per disseminazione involontaria dalla civiltà romana in tutte le zone raggiunte.
Inoltriamoci lungo il sentiero tra il fitto e intricato verde di un boschetto che occupa un'evidente valletta. Quest'ultima è il frutto dell'erosione, non troppo antica, di un corso d'acqua oggi non più esistente (tipica la forma a "V" della valle) ma la cui presenza è testimoniata anche dai depositi argillosi che compaiono sotto il leggero strato di "humus" (attenzione, è facile scivolare!).
A dominare l'intrico di alberi, cespugli e rampicanti è anche qui una pianta "abusiva": la robinia (Robinia pseudoacacia).
Di questo "invasore" si conosce con esattezza la data di importazione in Europa, il 1601, per opera del giardiniere francese Jean Robin, botanico, erborista e artefice dell'orto botanico del re di Francia Enrico IV. Fu lui infatti ad ottenere i semi dalle regioni orientali degli Stati Uniti e precisamente dai monti Allegani dove la robinia ha origine.
Robinia
In Italia arrivò dopo altri due secoli e, come nel resto d'Europa, ebbe subito un grosso successo riuscendo a prevalere sulle specie arboree indigene (olmo, acero, carpino ecc.) grazie alla capacità delle sue radici di formare rizomi e di ospitare batteri fissatori di azoto; la capacità di trattenere suoli franosi la rese utile anche in opere di ingegneria, in particolar modo nelle scarpate ferroviarie.
Inoltre le lunghe spine, presenti soprattutto sulle piante giovani e sui ramoscelli, la rendono praticamente inattaccabile dagli erbivori. Ma c'è di più: è anche capace di resistere ai climi caldi e a quelli rigidi variando, in funzione della temperatura, la viscosità della linfa (modificando la concentrazione salina). Sopravvive così anche a 70° C sottozero e a +50° C.
Si capisce così il notevole successo sulle altre piante indigene che sta però provocando numerosi problemi: è proprio come un invasore che si sostituisce all'abitante indigeno fino a provocarne la scomparsa.
Robinia
In questa valletta però se non fosse stato per la robinia, forse il boschetto che stiamo attraversando non esisterebbe o sarebbe molto meno fitto. Infatti la specie vegetale che prima dominava la copertura arborea, l'olmo, sta da anni vivendo una grave crisi provocata da una malattia crittogamica, la grafiosi dell'olmo. Essa è causata dal fungo ascomicete Graphium ulmi che si sviluppa nei vasi conduttori della pianta, impedendo il passaggio della linfa e provocando così la morte della pianta stessa. Per analogia, è come se qualcosa bloccasse la circolazione del nostro sangue.
A trasmettere questa vera e propria epidemia sono dei coleotteri xilofagi (Scolytus multistriatus, Scolytus sulcifrons) che scavano gallerie sotto la corteccia, e passano di pianta in pianta diffondendo così la malattia.
Olmo(Ulmus minor) Come riconoscerlofamiglia: Ulmaceae altezza: 20-30 metri; tronco: diritto e ramoso in alto; corteccia grigio-bruna; ramuli: sottili e glabri; fiori: molto numerosi, disposti in glomeruli ascellari che compaiono precocemente prima delle foglie; foglie: semplici, obovate-ellittiche con margine doppiamente seghettato, apice acuto, ruvide superiormente; frutti: samare di 1-2 cm largamente alate, sub-rotonde, con seme posto asimmetricamente rispetto al centro dell'ala (fruttifica all'inizio della primavera prima di cacciare le foglie). CuriositàSupera i 600 anni di età. Ha un areale europeo centromeridionale e non supera i 1000 metri s.l.m. Per i Romani l'olmo avrebbe il potere di evocare i sogni. In campagna veniva utilizzato come sostegno "vivo" delle viti, mentre il legno ben lavorabile (bianco rosato tendente al bruno) era usato per mobili, carri, attrezzi agricoli e lavori al tornio. Prima della malattia che lo ha "decimato" aveva anche un ottimo uso ornamentale o per le alberature stradali, in quanto resistente all'inquinamento e in grado di tollerare grosse potature (per questo, anche se tagliato quando malato, subito ricaccia i polloni). Le foglie e la corteccia sono utilizzate come astringenti, depurative e cicatrizzanti. I frutti, appena formati, si usano per aromatizzare le insalate. In Italia è presente ovunque, un po' meno al Sud. Ha rappresentato l'alberatura tipica della Roma papalina: imponente l'olmata a 5 filari che collegava S. Giovanni a S. Croce in Gerusalemme lungo l'attuale via Carlo Felice, voluta da papa Benedetto XIV nel 1743; gli olmi furono però soppiantati dai platani alla fine dell'ottocento, in ossequio alla moda francese di allora. Lo troviamo in numerosi boschetti e cespuglieti ma anche, isolato, al margine tra i campi coltivati e i pascoli.. |
Ad aggravare la situazione nelle grandi città è anche il grave inquinamento atmosferico, che indebolisce le difese naturali delle piante (non solo dell'olmo!) rendendole poco reattive agli attacchi del fungo. Neanche le nuove varietà, ibride tra il nostro e l'olmo siberiano, recentemente introdotte a Roma, sembrano riuscire a sconfiggere la malattia.
Tornando al nostro boschetto, accanto a robinie e olmi ancora rispettabili, sono presenti gli arbusti tipici del potenziale bosco di caducifoglie, come alcuni nascosti esemplari di alloro (Laurus nobilis) che nel passato doveva accompagnare più abbondantemente l'olmo.
Alloro(Laurus nobilis)
Come riconoscerlofamiglia: Lauraceae altezza: 6-10 metri; tronco: eretto, sinuoso con molti rami sottili; corteccia: bruno-grigia liscia; fiori: pianta dioica, infiorescenze in ombrelle ascellari di colore giallastro o bianco (marzo-aprile); foglie: sempreverdi, semplici, lanceolate di 5-10 cm, coriacee e aromatiche, margine ondulato, picciolo breve; frutti: bacche nere di 1-2 cm simili alle olive, peduncolate, apprezzate dagli uccelli. CuriositàIl nome deriva dal celtico "lawur" (verde) o dal latino "laudo" (era infatti usato per corone ed ornamenti celebrativi). Cresce in clima mediterraneo, è rustico ma ama terreni freschi, fertili e profondi; coltivato in tutta Italia, è spontaneo nelle isole. Il legno chiaro, bruno-grigio o rosato, è duro e ben lucidabile. Le foglie contengono il 3 per centro di olii essenziali e vengono usate in cucina per insaporire e rendere digeribili i cibi grazie all'azione stimolante sull'apparato digerente. Sono usate anche per liquori e, nella medicina popolare, come diuretici, sudorifere e antispasmodiche. Dall'alloro deriva il nome di "laurea", in quanto con esso si cingeva la testa dei neolaureati. Lo troviamo nel boschetto di robinie e nei boschetti lungo via Appia Pignatelli; sarebbe importante la sua incentivazione per la sostituzione ecologica delle robinie.. |
E' abbondantissima la sanguinella (Cornus sanguinea) le cui foglie, come dice il nome, assumono in autunno un colore rosso fiammeggiante e restano a lungo attaccate ai rami.
Sanguinella
E poi il sambuco (Sambucus nigra) dai fragili rami, il caprifoglio etrusco (Lonicera etrusca), l'acero (Acer campestre), la berretta da prete (Evonymus europaeus), e l'onnipresente rovo (Rubus ulmifolius).
Sambuco(Sambucus nigra) Come riconoscerlofamiglia: Caprifoliaceae altezza: arbusto grande e molto ramoso, talora piccolo albero alto fino a 6 metri; tronco: sinuoso biforcato e ramoso; corteccia: grigio-bruna molto solcata; fiori: infiorescenze a ombrello di corimbi bianchi di 10-20 cm (aprile-giugno); foglie: composte, imparipennate di 20-30 cm, con 5-7 segmenti ellittici e con il margine seghettato; frutti: drupe subsferiche nero-violacee lucide. Non va confuso con l'ebbio (Sambucus ebulus), che ha odore sgradevole e bacche tossiche. CuriositàVive in tutta l'Europa tranne nelle estreme regioni settentrionali, dalla pianura ai 1500 metri ed è adattabile a tutti i tipi di terreno. A Roma è ampiamente diffuso, con qualche lacuna nel settore Sud-orientale della città. Il legno fragile e tenero nei rami, duro e pesante nel tronco, è usato per tornio e combustibile. I frutti danno un ottimo colorante viola. Un tempo dai rami si costruiva uno strumento a corda detto in greco "Sambuke". Molti sono i suoi usi medicinali: tutte le sue parti aiutano la sudorazione, fiori, foglie e corteccia curano la pelle e il catarro, le bacche sono lassative oltre che ottime per marmellate, sciroppi e liquori. Il contadino tirolese, all'atto della raccolta, si inchinava sette volte in riconoscenza per i sette doni della pianta. Le grandi infiorescenze sono invece un vero e proprio "supermercato" per moltissimi insetti. Si trova un po' dovunque nei cespuglieti, lungo i fossi e nelle zone degradate.. |
Guardiamo ora attentamente in alto. Gli alberi sono coperti da fitte e verdi fronde (in primavera ed estate ovviamente) ma diverse tra rami e tronco. Infatti a coprire quest'ultimo sono le due principali piante rampicanti nostrane: l'edera e la vitalba. Esse salgono lungo gli alberi alla ricerca della luce, fondamentale per la vita di tutte le piante, utilizzando diversi accorgimenti.
L'edera (Hedera helix) ha la cattiva fama di avvinghiatrice (ricordate "avvinta come l'edera"?), ma anche in questo caso si tratta delle solite invenzioni dell'uomo.
Edera
Questa pianta rampicante infatti sale lungo alberi o muri grazie alle radici aeree del fusto che però servono soltanto per attaccarsi e non assorbono nulla dalla pianta "ospite". Né tantomento l'edera soffoca con le sue spire la pianta che la sostiene perché altrimenti quest'ultima, morendo, cadrebbe a terra trascinando con sé il rampicante, annullando così tanta energia spesa per salire. E, si sa, in natura la legge principale è quella del minimo sforzo col massimo rendimento, proprio per risparmiare energia (il contrario di noi umani noti spreconi!).
Certe volte accade che piccole piante possano crollare sotto il peso dell'edera, ma in genere la coabitazione funziona. Ed anzi si potrebbe parlare di "pluriabitazione". Infatti di essa approfittano altri inquilini: tra l'intrico delle spire dell'edera fanno il loro nido uccelli come capinere (Sylvia atricapilla), pettirossi (Erithacus rubecula), merli (Turdus merula) che trovano nelle nere bacche (velenose per l'uomo) un ottimo alimento per la stagione invernale.
Merlo(Turdus merula) Come riconoscerlo: lunghezza: 24 cm; peso: 100 g; apertura alare: 38 cm. Il maschio è di un colore nero lucido col becco e l'anello oculare giallo, la femmina e i giovani sono completamente brunastri. La cavità orale dei giovani è vistosamente colorata di giallo per stimolare l'imbeccata. La coda è lunga e larga per districarsi nel fitto sottobosco dove predilige vivere; quando corre sul terreno tiene spesso la coda aperta ed eretta, con le ali quasi abbassate; se eccitato, muove ritmicamente ali e coda, per segnalare il suo territorio. Il "marcamento" avviene però soprattutto col suo vastissimo repertorio di canti e versi: in genere la voce è lunga e flautata, quando è in allarme è uno stridente "chiu chiu", in volo un sibilante "tsii". Il merlo è un uccello sedentario, conserva il suo territorio per tutto l'anno, e così conosce i suoi vicini e non perde tempo a litigare per questioni di confine; eppure in caso di "emergenza" (specie all'inizio della primavera) i maschi possono azzuffarsi in violenti combattimenti, in alcuni casi persino mortali. Alimentazione: in autunno-inverno frutta e bacche , in primavera-estate lombrichi, lumache e insetti. Il merlo è un animale onnivoro, che non disdegna di provare cibi sconosciuti (pane, biscotti, omogeneizzati, ecc.). Questo è possibile grazie ad un becco veramente poliedrico, capace di estrarre lombrichi, uccidere insetti e cogliere bacche. Per i lombrichi, in particolare, utilizza una tecnica specifica: attende che si avvicinino alla superficie del terreno e poi li "pinza" col becco iniziando un "tira e molla" che regolarmente vince. E' stato anche osservato precipitarsi saltellando verso altri uccelli per derubarli delle loro prede. Riproduzione: marzo-agosto; nido: in genere tra i cespugli o fra i rami dell'edera, costruito con erba, muschio e rametti cementati con fango e foderato con erba; uova: 4-5 verdi macchiate di scuro e di 29x21 mm (l'incubazione dura 11-17 gg. e i piccoli si involano dopo 19 gg.). I piccoli sono alimentati anche fuori dal nido che spesso abbandonano prima di saper volare. Un'importante causa di mortalità per i nidiacei (e talvolta persino per gli adulti) sono i predatori come i gatti, il gheppio, la volpe, il biacco, l'allocco. A Roma il merlo è tra le specie più diffuse. Lo troviamo un po' dovunque ma soprattutto sui pascoli e tra i cespugli. |
Ma le curiosità non sono finite. Guardate le foglie della pianta a terra: hanno la classica forma a cinque lobi, la forma ad edera, potremmo dire.
Alzate ora la testa e vi accorgerete che lungo il tronco le foglie sono cuoriformi a margine intero: è un altro tipo di edera? No, è la stessa pianta, solo che i rami a terra sono quelli sterili mentre quelli lungo il tronco sono fertili e quindi portatori di fiori e frutti. E questo è spiegabile perché è lì che possono essere attirati più facilmente gli uccelli. Sono infatti questi ultimi i maggiori propagatori delle piante che producono frutti carnosi.
Infatti se i frutti cadessero a terra, vicino alla pianta madre, avrebbero difficoltà a crescere, a trovare spazio o nutrimento sufficiente (troppa ombra, competizione con le radici della madre). Ecco quindi la necessità di colonizzare terreni lontani.
A questo pensano gli uccelli che non riuscendo a digerire i semi (oltretutto non possiedono i denti per schiacciarli) li disperdono lontano con le feci (tra l'altro ottimo concime!!!). Ma i frutti potrebbero essere mangiati anche dai mammiferi che, digerendo tutto, impedirebbero la disseminazione. E allora le piante hanno escogitato un nuovo trucco.
Vi siete mai chiesti perché tutte le bacche sono vivacemente colorate? E' per essere viste meglio, ma solo dagli uccelli, in quanto molti mammiferi non distinguono bene i colori.
E' un vero "mangiami, mangiami". E così gli uccelli, attratti dai colori, si nutrono delle succose bacche che durano spesso anche nella cattiva stagione, diventando alimento fondamentale anche per quegli uccelli che normalmente mangiano soltanto gli insetti, molto scarsi e difficili da trovare in inverno. Nutrendosi delle bacche e volando lontano dalla pianta gli uccelli favoriscono una migliore dispersione.
Torniamo ai nostri rampicanti. La seconda specie presente è la vitalba (Clematis vitalba) il cui nome è legato alla somiglianza dei suoi rami a quelli della vite (clematis in greco vuol dire tralcio di vite) e al colore bianco (alba in latino) dei fiori.
Vitalba
Si tratta di una delle poche "liane" italiane e i suoi rami, lunghi fino a 30 metri, ricordano moltissimo quelli cui Tarzan si appende nei suoi voli nella foresta tropicale. Ed anche la nostrana vitalba è capace di reggere un corpo umano: provare per credere!
Diversamente dall'edera la vitalba non ha bacche colorate ma degli acheni (frutti secchi dotati di un unico seme) con un lungo peduncolo piumoso, come una coda di volpe. La dispersione viene favorita così dal vento e dai mammiferi, al cui pelo si attaccano i semi.
Come tutte le ranuncolacee è tossica, ma in primavera i teneri germogli vengono cucinati in vario modo; la vitalba era detta anche "erba dei pezzenti" perché con il succo delle sue foglie fresche gli accattoni si procuravano delle piaghe temporanee per indurre compassione, che però scomparivano con la sola acqua.
Come l'edera, anche la vitalba entra in competizione con la pianta ospite, ma a causa della maggiore necessità di luce la vitalba tende a raggiungere i punti più alti possibile, in modo da svolgere una attività fotosintetica più efficace; questo però impedisce alla luce di raggiungere le foglie della pianta alla quale si attacca, limitandone la fotosintesi clorofilliana e la sua stessa fonte di sopravvivenza.
Così è la natura: vita e morte e poi ancora vita in una lunga catena che solo l'uomo può far cambiare con guasti spesso non riparabili. Se infatti la pianta muore non diventa inutile ma lentamente viene assalita da insetti ed altri microrganismi decompositori che la trasformano in elementi semplici assimilabili dalle altre piante. Anche in questo piccolo bosco vi sono alcune piante a terra che già stanno decomponendosi trasformandosi in ricco humus. E gli stessi insetti decompositori sono poi nutrimento per tanti uccelli che sono abbondantissimi in questo e in tutti gli altri boschetti della valle.
Dopo aver conosciuto l'ultimo piano, anzi l'attico di questo boschetto, diamo ora un'occhiata al pian terreno e al seminterrato.
Il suolo è letteralmente ricoperto da un tappeto di ciclamini primaverili (Cyclamen repandum) e gigari (Arum italicum), due piante favorite dalla maggiore umidità (si consigliano per la stagione piovosa stivali o scarpe pesanti) mantenuta dalla ricca vegetazione arborea (meno luce passa meno evaporazione avviene) e dal suolo argilloso.
Il gigaro ha una caratteristica foglia a punta di lancia, che i botanici ritengono interessante perché non parallelinervia (cosa rara per i monocotiledoni), e una bellissima infiorescenza a forma di candela circondata da una spada biancastra, simile alla comune calla. L'esigenza degli organismi viventi di mantenere la propria temperatura (che noi uomini risolviamo col metabolismo) trova qui un'interessante soluzione: la spada, la cui forma assomiglia ad uno specchio parabolico, riflette il calore dei raggi solari sulla candela, un po' come se fosse un pannello solare. In effetti le Araceae sono piante tropicali (2-3000 specie) e questa è uno dei pochissimi "rappresentanti" nell'area temperata; tuttavia mantiene un ricordo dell'ambiente tropicale nella necessità di scaldarsi alla fioritura. Il fiore emana tra l'altro uno sgradevole odore di carne in putrefazione.
Attirati da questo "trucco" mosche e moscerini, credendo di essere invitati ad un "banchetto", vi si infilano favorendo così l'impollinazione e la riproduzione. Le bacche del gigaro ("bacche di vipera") sono lucide e colorate, e possono indurre in tentazione qualche bambino; esse sono tuttavia alquanto velenose.
E a proposito di odori, questo boschetto è proprio l'occasione per esercitare il senso dell'olfatto che nell'uomo è ormai così poco sensibile anche a causa degli odori (meglio sarebbe dire "puzze") monotoni e aggressivi della città.
E allora attenzione; lungo il nostro sentiero potremo sentire con facilità un odore forte, pungente, decisamente selvatico: è la volpe (Vulpes vulpes) che ha lasciato il suo segno (con l'urina o apposite secrezioni ghiandolari), come a dire "questa è casa mia, non disturbate".
Non stupisca la presenza di questo splendido predatore nella valle. La volpe infatti è abbastanza diffusa, principalmente lungo i "corridoi ecologici" (sponde del Tevere e dell'Aniene, direttrice Appia Antica-Caffarella, ecc.) che penetrano dalla campagna fin dentro la città, arrivando fino a villa Borghese, villa Pamphili, via Cortina d'Ampezzo ecc.
In città essa trova non solo riparo e protezione (caccia vietata e nessuna altra forma di persecuzione) ma soprattutto abbondante cibo: topi, ratti (ne mangia alcune migliaia ogni anno, per fortuna nostra!) e rifiuti. Già perché il "nobile" animale, protagonista delle favole di tutto il mondo, si nutre per il 60 per cento dei nostri scarti, come hanno dimostrato recenti ricerche. In fondo costa certamente molto meno fatica rovistare negli immondezzai ai quali si avvicina all'imbrunire, che rischiare una fucilata o un boccone avvelenato per portare via una gallina o sprecare energia ad inseguire qualche altra preda.
Forse qualcuno sarà deluso da questa notizia: "ma come la furba volpe mangia immondizia!?!".
Proprio questo comportamento dimostra la "furbizia" dell'animale (ma sarebbe molto meglio dire capacità di adattamento: furbizia, cattiveria, crudeltà o altre qualità sono soltanto un'invenzione dell'uomo).
Volpe(Vulpes vulpes) Come riconoscerla: lunghezza testa-corpo: 58-77 cm; lunghezza coda: 32-48 cm; peso: 6-10 kg. Colore molto variabile sui toni del marrone -rossiccio con la punta della coda bianca. Orecchie lunghe e appuntite, coda grossa e coperta di folto pelo. Le impronte sono disposte su una linea retta quasi perfetta e le due dita mediane sono assai avanzate e non divaricate. Gli escrementi sono di colore variabile tra il biancastro (quando si è nutrita soprattutto di ossa), il rossastro (quando ha mangiato bacche) e il nero, le dimensioni variano tra i 5 e i 10 cm di lunghezza e i 2-3 di diametro e terminano sempre con una punta aguzza. Cammina quasi sempre al trotto, il richiamo è un flebile latrato nelle femmine, mentre i maschi emettono un guaito breve e chiaro, spesso ripetuto tre volte. Ha una vita prevalentemente notturna ma spesso è visibile anche di giorno. Alimentazione: si nutre un po' di tutto, ma soprattutto nelle zone degradate, utilizza per la maggior parte rifiuti (ben il 60 per cento della sua alimentazione) che trova nelle migliaia di discariche dove è anche più facile osservarla. Infatti molte volpi fanno riferimento alla stessa discarica e i loro territori sono disposti attorno a questa come i petali di un fiore: sono più piccoli dei territori delle volpi che vivono esternamente (il cibo nelle discariche è molto più abbondante e quindi sarebbe uno spreco di energia difendere un territorio troppo vasto) e terminano tutti sui bordi dell'immondezzaio. Spesso l'animale costituisce delle vere e proprie "dispense" per conservare il cibo che non riesce a mangiare. Riproduzione: accoppiamento gennaio-febbraio; gestazione marzo-aprile; allattamento maggio; educazione dei piccoli giugno-agosto. La tana è sottoterra, e viene scavata utilizzando spesso, allargandole, tane di altri animali. Curiosità: nei prodigiosi salti che effettua, la volpe utilizza la folta coda proprio come un timone. Per marcare il territorio usa, oltre agli escrementi, le ghiandole odorifere poste sotto i piedi e sotto la coda. Nei suoi spostamenti utilizza sempre gli stessi percorsi fino a costruire una vera e propria rete di sentieri personali. La troviamo un po' dovunque, in particolare nei boschetti più riparati.. |
Proseguiamo ora lungo il sentiero. Siamo ormai alla fine del boschetto: gli alberi si diradano e davanti a noi si alzano due "muri" di rovi che all'inizio della primavera diventano quasi impenetrabili.
Ma eccoci all'uscita. Dall'ombra del verde intrico torniamo alla luce del pianoro: le piccole piacevoli sorprese della Caffarella non sono finite. Qui attorno a noi è un concentrato di piante diverse ancora non incontrate. Troviamo il prugnolo (Prunus spinosa), il biancospino (Crataegus monogyna), la rosa selvatica (Rosa canina), il melo selvatico (Malus sylvestris), il pero selvatico (Pyrus pyraster, Pyrus amygdaliformis), alcuni cespugli di ginestra (Spartium junceum) e il curioso stracciabraghe (Smilax aspera).
Rosa selvatica(Rosa canina)
Come riconoscerlafamiglia: Rosaceae altezza: cespuglio alto fino a 2-3 metri; tronco: stelo legnoso provvisto di spine uncinate; fiori: piccoli di colore bianco-roseo (maggio-luglio); foglie: composte, ovalari, allungate e dentellate ai margini di 1-4 cm; frutti: ovali, di colore rosso-arancione, simili a olive. CuriositàFin dal tempo di re Enrico VII (1485-1509), che la adottò come emblema dei Tudor, la Rosa canina è stata il simbolo della monarchia britannica e dell'Inghilterra. Il nome deriva dal fatto che, un tempo, si attribuiva alle sue radici la proprietà di curare efficacemente le persone morse dai cani portatori di rabbia. Cresce nelle siepi campestri, al bordo dei sentieri e al limitare dei boschi (a Roma è localizzata nel settore settentrionale e lungo la direttrice Appia Antica-Caffarella). Le foglie e i fiori hanno proprietà antidiarroiche, vermifughe e antianemiche; fresche o essiccate, le foglie possono anche servire per un gradevole infuso, e lo stesso si può fare con i petali dei fiori. I frutti, ricchi di vitamina C, sono preziosi contro le malattie "da raffreddamento" di stagione per la loro proprietà antinfettiva, e possono servire per la preparazione di marmellate o anche crudi se privati delle setole interne irritanti. Essiccati, forniscono la base per la celebre "acqua di rose". La troviamo su alcune collinette sia verso via Appia Pignatelli sia verso via dell'Almone. |
Nessun nome può essere più adatto di quest'ultimo ad un tale rampicante tipico degli ambienti caldi (soprattutto di quelli marini) e in particolare della macchia mediterranea, ma diffuso anche in zone diverse: aculei un po' dovunque dallo stelo al picciolo fino alle nervature delle foglie e ai lunghi viticci. Chi provasse ad inoltrarsi in un cespuglio di questa pianta ne uscirebbe appunto con le "braghe stracciate", e non solo queste. Proprio per questo i butteri maremmani (i cow boy della bassa Toscana e dell'alto Lazio) portano i caratteristici cosciali di cuoio.
Stracciabraghe
Diversamente da quanto si potrebbe pensare, lo stracciabraghe è una pianta utilissima e sfata ancora una volta la credenza che i rampicanti siano piante nocive che soffocano tutto quanto. Invece proprio questa sua caratteristica (rampicante con le spine rivolte verso il basso) è adatta a sostenere le altre piante e a resistere al vento anche dove, come sulla sabbia delle dune costiere, il suolo è inconsistente e si potrebbe facilmente essere sradicati.
Lo stracciabraghe inoltre è ricchissimo di bacche di un bel colore rosso acceso che attirano ed alimentano moltissimi uccelli nel periodo di passo autunnale.
E lo stesso accade per le altre piante attorno a noi: il blu intenso del prugnolo, l'arancione-rossastro della rosa selvatica, il rosso-bruno acceso del biancospino, il verde-rossastro di meli e peri selvatici: tutti frutti molto appetibili anche dall'uomo.
Questa zona, in fondo, è proprio una ricca dispensa. Basta conoscere caratteristiche e tempi di fruttificazione per fare delle belle raccolte per marmellate o confetture (non troppo però: lasciatene soprattutto agli animali) o anche solo per addolcire una bella passeggiata.
Adesso se vuoi puoi tornare all'introduzione.
Oppure puoi proseguire la visita con il III capitolo.
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