Itinerario naturalistico nella valle della Caffarella

Una volta era un bel fiume ma non è mai troppo tardi


  1. Salice bianco
  2. Barbagianni

Proseguendo per il lungo viale (ora diventato tipica strada di campagna) arriviamo alla pinetina di via dell'Almone. Poco prima deviamo a destra in direzione della torre-ponte. Più o meno a metà strada tra via dell'Almone e la torre un ponte di legno ci permette di superare il fiume Almone. Da qui abbiamo una delle migliori visuali del fiume o, almeno, di quello che resta di questo corso d'acqua e del suo tipico ambiente.

Almone
Il fiume Almone (autore: Claudio Cuneo)

Il fiume Almone, dopo essere passato accanto alla fonte Egeria di cui riceve acque più o meno pulite, compie alcune curve e quindi si immette nella valle della Caffarella.

Approfondisci:
Almone e la Magna Mater

In questo punto crescono i più bei salici della valle: imponenti, dal tronco di un metro di diametro e dai rami quasi indenni dalle solite potature per uso agricolo. Purtroppo alcuni di essi sono stati intaccati in passato per fare posto agli orti abusivi. In questo caso la natura si è come vendicata: infatti il terreno è risultato inadatto all'uso agricolo in quanto soggetto ad allagamenti che fanno restare l'acqua stagnante anche a lungo. Lo dimostra il fittissimo canneto che domina tutta la zona.

Salice bianco

(Salix alba)

Come riconoscerlo

famiglia: Salicaceae

altezza: fino a 25 metri; tronco: dritto, robusto, con rami ascendenti e ben divaricati; corteccia: grigia e fortemente fessurata (nei giovani rami è verde rossastra o bruno-olivacea); fiori: infiorescenze unisessuali (amenti), gialli quelli maschili, verdi quelli femminili che generano i semi piumosi per essere portati dal vento (formano, come i pioppi, dei veri tappeti lanuginosi); foglie: lunghe 7-10 cm, lanceolate col margine finemente dentato e di colore argento sulla pagina inferiore; frutti: capsule glabre.

Curiosità

I salici costituiscono il genere più esteso della nostra flora legnosa. Sono diffusi dalla pianura alla collina ma sempre vicino all'acqua (a Roma sono presenti lungo le sponde del Tevere e dell'Aniene, lungo i fossi preiferici del settore settentrionale, e localmente nei settori orientale e meridionale). Questa pianta ha importanza per il consolidamento delle rive, per l'utilizzo dei giovani polloni per ceste, legacci e palerie. Per produrne sempre di nuove, le piante vengono ogni anno "capitozzate", vengono cioè tagliate ad un'altezza di pochi metri da terra favorendo così la crescita di nuovi getti.

Piante molto antiche (erano presenti già nell'età Terziaria, tra 50 e 60 milioni di anni fa) soffrono oggi della progressiva scomparsa dei loro ambienti; bonifiche di laghi e paludi, cementificazione dei fiumi per trasformarli in canali, agricoltura meccanizzata che li considera solo un impaccio.

Tra le piante medicinali al salice spetta certamente uno dei primi posti: dalla sostanza contenuta nella corteccia, la salicina con forte potere febbrifugo, è poi derivato l'acido salicilico base della moderna aspirina.

Ma già nel XVII secolo questa proprietà era conosciuta ed apprezzata dai medici del tempo, così come le altre virtù: tonico del sistema digestivo, antiemorragico, astringente, sedativo, antispasmodico (soprattutto i fiori) per mal di stomaco di origine nervosa.

Si trova nelle zone umide, lungo alcuni tratti dell'Almone e dei suoi affluenti.

Altri salici e pioppi neri (Populus nigra) costeggiano il fiume assieme a canne, giunchi, olmi, rovi, gigantesche piante di farfaraccio (Petasites hybridus) le cui foglie erano un tempo utilizzate come improvvisati ombrelli, formando una sorta di galleria entro cui, purtroppo, scorrono acque ormai arrivate al livello di fogna.

Causa di ciò è l'inquinamento provocato dagli insediamenti urbani dei vari comuni dei Castelli Romani, che scaricano nel bacino dell'Almone le acque reflue grazie a continue deroghe concesse dalla Regione Lazio.

Per questo motivo non si può parlare di una variegata fauna del fiume. Restano solo alcuni uccelli tipici del canneto come l'usignolo, il cannareccione, altri che trovano abbondante cibo negli insetti che prolificano nelle acque inquinate (ballerina bianca, rondine, balestruccio, rondone).

Sulle rive fangose è poi facile trovare le piccole impronte del ratto delle chiaviche (Rattus norvegicus), abile nuotatore, spesso seguite da quelle della volpe in caccia. Una fortuna, quest'ultima, preziosa per tenere sotto controllo le popolazioni dei roditori.

Poi più nulla o quasi. I pesci sono scomparsi, sia per le peggiorate condizioni ambientali che per le opere di canalizzazione a valle della Caffarella, e solo ogni tanto, si dice, compare qualche barbo (Barbus barbus plebejus) o tinca (Tinca tinca), animali che vivono normalmente nel Tevere cibandosi degli scarichi presenti nel fiume. Nei corsi d'acqua secondari, più puliti, nelle pozze capita di incontrare qualche rovella (Rutilus rubilio) o spinarello (Gasterosteus aculeatus), pesciolini poco appariscenti e quindi meno disturbati.

Lungo i margini del fiume e, certamente, negli affluenti, si trovano la rana comune, la raganella, il rospo comune (Bufo bufo); è stata segnalata anche la presenza del rospo smeraldino (Bufo viridis).

La lunga e sottile biscia d'acqua (Natrix natrix), scura e con la testa triangolare, ha la sfortuna di essere scambiata con la vipera (Vipera aspis) e per questo uccisa. E' invece completamente innocua (anzi certe volte per difendersi si finge morta) e utilissima in quanto gran divoratrice di topi e ratti oltre che di rane, rospi, girini e perfino insetti. E' anche una gran nuotatrice e solca l'acqua tenendo la testa ben sollevata alla ricerca delle prede.

Altri serpenti vivono nella Caffarella, sia vicino al fiume che nei boschi e tra i cespugli: sono il cervone (Elaphe quatuorlineata), il saettone (Elaphe longissima) e il biacco (Coluber viridiflavus), completamente inoffensivi per l'uomo.

Abbandoniamo il fiume, sperando che al più presto ritorni l'Almone amato e onorato dagli antichi Romani, e ci soffermiamo ad osservare il cosiddetto Colombario Costantiniano che, sulla nostra destra, sembra emergere dai campi. Di fatto esso sorge proprio sopra una delle molte sorgenti della valle e per questo soffre di una preoccupante instabilità del terreno che rischia di rendere inutile il restauro condotto dal Comune di Roma nel 1999 finanziato dal Piano degli Interventi del Giubileo.

Colombario Costantiniano
Colombario Costantiniano

Dopo aver osservato questo bell'esempio di architettura funeraria del II sec. d.C., diamo un'occhiata a delle caratteristiche colate biancastre che coprono una parte del muro. Si tratta degli escrementi di qualche rapace notturno che vi ha il suo posatoio.

Qui una civetta (Athene noctua) o un barbagianni (Tyto alba) si posano per mangiare le loro prede (arvicole, topi, ratti, crocidure, toporagni, talpe e uccelli) o per attendere che ne passino di nuove. E' infatti un ottimo punto di osservazione che spazia dal fiume agli orti, dai campi ai boschetti, tutti luoghi frequentatissimi da questi due accaniti cacciatori notturni. Ma non è l'unico.

Civetta
Una civetta su un palazzo prospiciente la Caffarella

In altre zone della valle (ruderi e alberi di grandi dimensioni) è possibile incontrare posatoi di rapaci. Anzi in alcuni è facile trovare un tipico segnale della presenza di questi animali: sono le borre, cioè il rigurgito di quanto i rapaci notturni non riescono a digerire.

Barbagianni

(Tyto alba)


Barbagianni

Come riconoscerlo: lunghezza: 33-39 cm; peso: 250-350 g; apertura alare: 90-95 cm. Dorso fulvo dorato, ventre candido, volto bianco cuoriforme, occhi neri.

Le piume sono molto morbide per permettere un volo silenzioso. Per difendersi cerca di nascondere il ventre chiaro girandosi verso una parete e guardando dietro le spalle. Può fare ciò grazie alla capacità, di tutti i rapaci notturni, di ruotare la testa di ben 270 gradi. Questo comportamento è necessario a questi animali a causa della disposizione rigidamente frontale degli occhi che impedirebbe una buona visione laterale.

Alimentazione: si nutre per il 90 per cento di piccoli mammiferi (soprattutto roditori e insettivori), poi di uccelli, insetti e anfibi. La caccia è favorita, come in tutti i rapaci notturni, dalla conformazione degli occhi e delle orecchie. I primi sono almeno cento volte più sensibili alla luce di quelli degli uomini, mentre le seconde, disposte asimmetricamente (una più in alto dell'altra), permettono di localizzare perfettamente da dove provenga il più piccolo rumore. Infatti, grazie alle parabole formate dalle piume circumorbitali, le onde sonore giungono alle orecchie in tempi diversi fornendo una sorta di triangolazione che individua il punto in cui si trova la preda.

Riproduzione: febbraio-marzo; nido: nicchie e soffitte di case abbandonate e non, cavità di alberi; uova: 4-6 di colore bianco e di 41x31 mm (l'incubazione dura 32-34 gg., i piccoli si involano dopo 58-63 gg.).

Curiosità: non fa un vero e proprio canto ma un sommesso brontolio con soffi e sbuffi (da qui nascerebbe la leggenda di fantasmi e spiriti nelle vecchie case!). Le borre sono rivestite di uno strato grigio scuro simile al muco che dà loro un aspetto lucido.

A Roma nidificano 15-20 coppie, localizzate in alcune aree verdi dei settori Nord, Sud e Ovest.

La Caffarella rientra nel territorio di caccia di una coppia di barbagianni il cui sito è in un rudere fuori della valle.

Essi infatti, diversamente dai mammiferi carnivori, non digeriscono piume, ossa o parti dure degli animali ingoiati. Così, con poderosi movimenti dello stomaco, ne formano caratteristiche "pallette" che rigurgitano in grande abbondanza.

Le borre hanno una grande importanza per lo studio di questi animali che, avendo una vita essenzialmente notturna e crepuscolare, difficilmente potrebbero essere studiati direttamente. Infatti ogni specie emette un tipo di borra molto diversa e caratteristica, sia per forma che per contenuto: la civetta le fa piccole e contenenti soprattutto resti di insetti, il barbagianni molto grosse, compatte e piene di scheletri di topi e arvicole ma anche di mammiferi di dimensioni più grandi come ratti e talpe.

Indirettamente, lo studio delle borre permette di conoscere, oltre alla biologia dei rapaci notturni, anche quali specie di piccoli mammiferi vivano in una determinata zona. E si tratta di specie che, come i roditori, è molto difficile osservare perché di abitudini molto elusive.

Così in genere, per catturare vivi i roditori, si utilizzano delle apposite trappole che sono però poco efficaci per alcuni di essi. Molto più corretto è quindi lo studio della distribuzione delle varie specie di piccoli mammiferi attraverso l'analisi delle borre dei rapaci (confronta con la scheda in appendice).

Parliamo invece ancora dei nostri "amici" rapaci. Amici in quanto gran divoratori di roditori, implacabili cacciatori di ratti e topi.

Eppure questi uccelli hanno sempre avuto una cattiva fama tra gli uomini: porta-sfortuna per eccellenza. Ed inoltre sono stati spesso cacciati per farne assurdi soprammobili impagliati (che tristezza trasformare la vita in "arredi" per la casa). Anche i nidi sono stati predati e lo sono purtroppo ancora, da assurdi "cacciatori" di prole, al fine di procurarsi animali da tenere in gabbia.

Queste pratiche sono assolutamente controproducenti oltre che vietatissime dalla legge che, per fortuna, protegge (seppure poco efficacemente) queste specie.

Tra l'altro è bene ricordare che uccidere o catturare una specie protetta è considerato un furto ai danni dello Stato, cioè di tutti noi cittadini, e quindi passibile di forti pene pecuniarie.

Ricordiamolo quando vediamo qualcuno andare a caccia contro specie protette o in zone vietate come è appunto la valle della Caffarella.

Chi avesse un po' di tempo è bene che non trascuri alcuni interessanti elementi nel tratto che da qui va verso via dell'Almone: è una zona poco frequentata e forse anche per questo ben conservata. Raggiungiamo quindi un altro sentiero, probabilmente di origine antica, che alla base di questo versante della valle collega via dell'Almone al ninfeo di Egeria e alla chiesa di S. Urbano.

Oltrepassato il filare di pioppi, puntiamo ora verso un filare di robinie e di noci americani (Juglans nigra) dai frutti non commestibili. La nostra passeggiata continua entrando in un'area fino al 1998 occupata da orti abusivi. Prima dell'invasione degli orti il sentiero si snodava in una vegetazione fittissima e molto alta di bellissime "code cavalline" dal lento ondeggiare sotto lo sferzare del vento; le piante, alte anche più di un metro, ci davano l'impressione di tornare indietro nel tempo alle antiche foreste primordiali; e infatti l'equiseto è una pianta antichissima, legata alle prime specie vegetali comparse sulla Terra.

equiseto
La coda cavallina (autore: Andrea Rinelli)

Poi negli anni '80 cavoli e zucchine hanno sostituito gli equiseti; oggi che il terreno è stato sgombrato troviamo questa strana associazione di piante autoctone (come gli equiseti che resistono verso il filare di pioppi che troviamo di fronte a noi) che convivono con piante "rinaturalizzate", piante cioè precedentemente coltivate dall'uomo e ora in grado di crescere spontaneamente. Troviamo così numerosi fichi, ciliegi, susini e addirittura alcune piante di vite (Vitis vinifera) aggrovigliate ai rovi e all'edera sulle scarpate.


Adesso se vuoi puoi tornare all'introduzione.

Oppure puoi proseguire la visita con il VIII capitolo.


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copyright COMITATO PER IL PARCO DELLA CAFFARELLA, 25 agosto 2005