UNIVERSITA' DEGLI STUDI DI ROMA "LA SAPIENZA"
anno accademico 2001/2002

studente: Gianluca Rossi
relatore: prof. Fulvio Beato

INDICE

PRIMA PARTE

CAPITOLO 1 Prospettive recenti della sociologia dell'ambiente con particolare riguardo allo studio degli spazi protetti.
1.1 Premessa.
1.2 La genesi della sociologia dell'ambiente negli Stati Uniti.
1.3 La sociologia dell'ambiente in Italia.
1.4 La ricerca sociale sugli spazi protetti.

CAPITOLO 2 La politica pubblica delle aree protette in Italia: i parchi regionali.
2.1 La politica pubblica dei parchi in Italia.
2.2 La legge 394/91.
2.3 I parchi regionali nella legge quadro.
2.4 I parchi regionali in Italia: problematica sociale e politica.
2.5 I parchi regionali e lo sviluppo sostenibile.

CAPITOLO 3 Le aree protette del Lazio: il Parco regionale dell'Appia Antica.
3.1 Le aree protette nel Lazio: un sistema in continua evoluzione.
3.2 La politica pubblica per le aree protette nel Lazio.
3.3 Il Parco dell'Appia Antica: tradizioni, cultura, natura.
3.4 La storia del parco.
3.5 La protezione di una storia millenaria svolta in tre anni.
3.6 Il Parco dell'Appia Antica: 5 itinerari tutti da scoprire.
3.6.1 L'asse del parco: La via Appia Antica.
3.6.2 La Caffarella storico—archeologica.
3.6.3 La Caffarella naturalistica.
3.6.4 Il Parco archeologico della via Latina.
3.6.5 Il Parco dei sette acquedotti.

SECONDA PARTE: LA RICERCA EMPIRICA

CAPITOLO 4 Metodologia e tecnica della ricerca.
4.1 Premessa.
4.2 L'oggetto della ricerca.
4.3 La ricerca di sfondo.
4.4 Le ipotesi della ricerca.
4.5 Gli strumenti utilizzati e la raccolta dei dati.
4.6 L'elaborazione dei dati.

CAPITOLO 5 I risultati della ricerca: l'analisi univariata.
5.1 Introduzione: l'analisi univariata e l'analisi bivariata.
5.2 L'analisi univariata: la struttura sociale dei frequentatori del Parco della Caffarella.
5.3 L'analisi univariata: fruizione e opinioni sul parco.
5.4 L'analisi univariata: il Comitato per il Parco della Caffarella.
5.5 L'analisi univariata: problemi ambientali, comportamenti, preoccupazioni, interessi.

CAPITOLO 6 I risultati della ricerca: l'analisi bivariata.
6.1 L'analisi bivariata.

CAPITOLO 7 La ricerca del 1994: una comparazione diacronica dei risultati.
7.1 Premessa: la ricerca del 1994.
7.2 I risultati della ricerca: una comparazione intertemporale.

Conclusioni: prospettive per futuri approfondimenti.

Appendice.

Bibliografia generale.

CAPITOLO 1 Prospettive recenti della sociologia dell'ambiente con particolare riguardo allo studio degli spazi protetti.

1.1 PREMESSA

Il concetto di ambiente occupa di certo un posto centrale nella tradizione sociologica. Data la polisemia che il termine assume nelle scienze sociali e, in particolare modo nella sociologia, si è cercato di ridurne la portata semantica parlando di un ambiente naturale, di un ambiente sociale, di un ambiente psicologico ma anche di un ambiente interno e di uno esterno rispetto all'individuo. Centrale nella tradizione sociologica è apparsa la definizione dei rapporti tra le diverse dimensioni dell'ambiente: tra la dimensione naturale e quella sociale, tra quella biotica e quella culturale e i relativi effetti di causazione che queste dimensioni occupano nei processi di determinazione dei comportamenti umani.

Secondo il pensiero di Gallino la riflessione sociologica su rapporto società / ambiente naturale ha attraversato sino ai giorni nostri tre fasi distinte. Una prima fase, che risale alle radici stesse del pensiero sociale, in cui si è affrontata l'influenza dei fattori ambientali sui fenomeni sociali. Nella seconda fase la stessa riflessione si rovescia. La terza fase della riflessione sul rapporto società e natura si sta infine svolgendo nel segno dell'ecologia cioè lo studio dei complessi rapporti che legano tra loro tutti i sistemi organici, viventi, animali e vegetali, inclusi i microrganismi, entro la biosfera (Gallino, 1983, p. 21).

Una ricostruzione storica delle origini, nelle scienze sociali, della riflessione sul rapporto ambiente—società, potrebbe arricchire di molti riferimenti la nascita e l'evoluzione della sociologia dell'ambiente, mettendo in luce i precursori di questo ramo del tronco principale della sociologia. Ad alcuni dei primi sociologi, il legame tra l'organizzazione sociale — che diventa il campo tematico della nuova scienza — e il contesto fisico/naturale in cui agiscono i popoli, i gruppi, le comunità e le istituzioni appare come uno dei nodi tematici da affrontare e da indagare all'interno di una teoria.

Le influenze della natura, della configurazione orografica e del clima sulla società sono infatti state un tema importante nella riflessione del secolo XVIII e, ancor più, del XIX.

Impostazione principale in quest'epoca è quella definibile come "determinismo ambientale", che afferma il nesso casuale tra la struttura dell'ambiente e le forme di organizzazione della società, i tipi d'insediamento, i regimi politici, le caratteristiche fisiche, caratteriali e morali degli abitanti nonché i loro costumi e le loro pratiche abituali.

Sintetizzando le analisi di Laplace, uno dei massimi rappresentanti del determinismo, si potrebbe affermare che a una certa causa C consegue sempre necessariamente un determinato effetto E.

C Æ E

Il determinismo ambientale ritiene di poter stabilire un nesso di consequenzialità necessaria tra aspetti relativi alla dimensione naturale ed i principali caratteri della società umana. Ad una causa ambientale Ca conseguirebbe, necessariamente, un effetto sociale Es (Davico, 1994).

Ca Æ Es

Emile Durkheim fu il primo ad elaborare una definizione sistematica alla relazione ambiente/società, cercando di dare un significato al rapporto esistente tra il mondo della natura e i sistemi sociali.

Per Durkheim esiste un "sostrato materiale" su cui riposa l'intera vita sociale, una sorta di allocazione fisica dei fatti sociali, che è determinata dal territorio, nelle sue componenti climatiche e spaziali, e dalla densità della popolazione che vi risiede (Martinelli, 1981, p. 35). Questo elemento è a sua volta capace di influenzare la costituzione e le caratteristiche stesse dei fatti che formano la società.

Lo studioso ritiene talmente importante questo campo di analisi da rendere necessaria la fondazione di una nuova scienza, la morfologia sociale, che racchiude in se stessa gli apporti di più discipline quali la geografia, la demografia, la storiografia e la stessa sociologia (Martinelli, 1981, p. 42).

Pur riscontrando nel pensiero di Durkheim la volontà di trovare un "terreno" fisico dove ancorare i fenomeni sociali, si può cogliere l'incapacità, o forse l'impossibilità, di integrare pienamente le due sfere, come si può ben vedere dall'introduzione del concetto di "sostrato", che, secondo lo studioso, permetterebbe la spiegazione sociologica. Il sostrato è il terzo elemento dove si congiungono le due dimensioni, quella sociale e quella ambientale.

Si evidenzia così l'influenza, nell'impianto teorico del sociologo francese, del clima culturale dal quale attinge: il positivismo, quel positivismo che con il suo determinismo, la centralità riconosciuta alle leggi naturali, la rinnovata geografia umana, ha concentrato la sua attenzione sul legame esistente tra i fenomeni sociali e le condizioni fisiche della loro realizzabilità (Mela, Belloni, Davico, 1998).

Nel periodo a cavaliere tra l'Ottocento e il Novecento ritroviamo un forte interesse per la dimensione spaziale/territoriale, specialmente nel pensiero di George Simmel. Benché non parli in modo esplicito di ambiente, egli concede larga importanza alla categoria "spazio" per la centralità che ricopre nella formazione dei fenomeni sociali e in special modo nella relazione ambiente/società. La formazione dei fatti avviene spazialmente, essendo lo spazio l'elemento che sta alla fonte della costituzione delle forme sociali, la forma, la categoria interpretativa, e l'elemento che influenza le relazioni (Mela, Belloni, Davico, 1998). Sicuramente Simmel non possiede una chiara concezione dell'ambiente ma si possono comunque segnalare alcuni temi che verranno assunti in epoca recente non solo dal cosiddetto approccio spazialista, ma che entreranno a far parte anche della contemporanea riflessione sociologica ambientale, quali l'analisi "radicata territorialmente", il tentativo di affrontare l'ambivalenza tra forme sociali e territoriali e, infine, l'approccio olistico.

All'inizio del 1900 il filone che affronta più accuratamente la relazione ambiente/società, e in particolare modo il rapporto spazio fisico/cultura, è quello della scuola di Chicago.

Subendo l'influenza del darwinismo, questo gruppo di studiosi, tra cui ricordiamo Robert E. Park, Ernest W. Burgess, William I. Thomas e Harvey W. Zorbaugh, si propone di formare una nuova disciplina definita "ecologia umana" che consiste nello "studio delle relazioni spaziali e temporali degli esseri umani in quanto influenzati dalle forze selettive, distributive e adattive che agiscono nell'ambiente" (Park, Burgess, McKenzie, 1925, p. 59).

All'interno della nuova disciplina si ritiene essenziale riuscire a mostrare la propria utilità nel risolvere una serie di problemi pratici, derivanti dalle continue e progressive trasformazioni sociali delle società di tipo capitalistico nello spirito della social reform.

Thomas è la figura che domina la realtà di Chicago fino al 1918 ponendosi come mediatore della tradizione europea della ricerca sociologica e gli sviluppi delle scienze sociali statunitensi.

Egli ritraduce il problema della trasformazione sociale dalla realtà europea, segnata dal processo di industrializzazione alla realtà statunitense caratterizzata dallo scientific management combinato con la nuova struttura metropolitana influenzata dai nuovi movimenti immigratori che intensificano il mutamento sociale.

Lo studioso elimina così ogni spinta evoluzionista, riducendo lo spazio e il condizionamento biologico del comportamento individuale e collettivo.

Il gruppo centrale del Dipartimento vede nell'analisi ecologica il paradigma attraverso il quale leggere scientificamente i processi di evoluzione e di trasformazione della società.

Si pretende di applicare alle società umane, a volte un po' forzatamente, le caratteristiche comportamentali riscontrabili nell'ecologia vegetale; un ordine biotico come fondamento dell'ordine sociale.

La configurazione delle città è all'origine di principi quali quello di competizione, invasione e simbiosi ai quali obbediscono tutte le specie viventi (Rauty, 1995).

Chicago dunque è la città che sperimenta, durante gli anni Venti, tutti gli aspetti della trasformazione sociale e diventa il "laboratorio" nel quale la scuola omonima analizza le caratteristiche di quella disorganizzazione sociale diffusasi insieme all'assetto metropolitano. I processi sociali sono così espressione di storie "naturali"; all'interno delle relazioni sociali infatti i rapporti sono sempre in una situazione di mobilità.

Contributi più recenti vengono da due diverse e opposte interpretazioni della relazione ambiente/società: il paradigma sistemico con riferimento a Niklas Luhmann (Mela, Belloni, Davico, 1998), e le tesi neomarxiste con riferimento al pensiero di Peter Dickens (Davico,1994).

Luhmann acquista interesse per la questione ambientale relativamente tardi in special modo affrontando l'argomento nel testo Comunicazione ecologica del 1986 e in Sociologia del rischio del 1991 (Mela, Belloni, Davico, 1998). Al centro delle sue riflessioni è il concetto di sistema autopoietico, vale a dire un sistema che riproduce da sé le unità elementari di cui è costituito, un sistema che è stato ripreso nelle opere di Humberto Maturana e Francisco Varela, e applicato ai sistemi sociali.

Secondo il sociologo tedesco i problemi sollevati dalla minaccia ambientale hanno trovata impreparata la sociologia, più preoccupata dei problemi che si pongono all'interno della società che non di quelli che interagiscono con l'ambiente esterno.

Un sistema sociale è per Luhmann essenzialmente un sistema di comunicazione, vale a dire che esso è composto da una rete di comunicazioni che si sviluppa riferendosi a se stesso. Si tratta quindi di un'entità dotata di attività autopoietica poiché è la comunicazione ad autoriprodursi incessantemente. Esaminato dal punto del sistema sociale, quindi, l'ambiente non è una grande entità sistemica dotata di una sua unità interna ma è piuttosto il sistema sociale che definisce come ambiente ciò che sta al di là di se stesso.

In definitiva oggetto della sociologia non è il sistema sociale ma il sistema sociale e il suo ambiente visti come unità.

Con riferimento alle teorie neomarxiste si può subito affermare che solo in epoca recente l'attenzione si è focalizzata, richiamando il pensiero di Marx, sulla questione ambientale. Tale riflessione si svolge in un periodo ovviamente diverso da quello di Luhmann e ciò sia sul piano politico sia su quello teorico.

Sul versante teorico deve essere qui segnalato il lavoro di primo piano di Peter Dickens, sociologo inglese che nel suo bagaglio culturale, oltre ai riferimenti al marxismo classico, analizza anche la sociologia di Anthony Giddens e la cosiddetta epistemologia del "realismo critico" di Roy Bhaskar (Davico, 1994).

Society and Nature del 1992 e Recostructing Nature del 1996 sono i lavori del sociologo inglese che hanno contribuito in modo significativo alla costituzione della sociologia dell'ambiente (Mela, Belloni, Davico, 1998).

Secondo l'Autore la strada da evitare è quella di un riduzionismo naturalistico generato dall'incapsulamento della dimensione sociale nella dimensione naturale, interpretando la relazione delle società umane con la natura come la dipendenza da un'entità di cui l'uomo fa già originariamente parte.

Parafrasando Marx, la natura dovrebbe essere intesa come il corpo inorganico dell'uomo, implicando un continuo contatto della vita fisica e spirituale con quella parte della natura diversa dal corpo umano, poiché essa è la materia, l'oggetto e lo strumento della sua attività vitale.

Il "realismo critico" si propone quindi di effettuare una stratificazione dei livelli di conoscenza, organizzando il sapere secondo livelli che vanno da quelli più astratti, basati su leggi ad ampio raggio pressocchè immutabili, a quelli più concreti, basati sullo studio di fenomeni condizionati da una storia specifica.

Nel pensiero di Dickens appaiono importanti i rapporti che si stabiliscono tra i fenomeni riguardanti un dato livello analitico e i fenomeni dei livelli inferiori: essi sono regolati da schemi probabilistici e non deterministici.

Si può complessivamente osservare che lo studioso inglese ritiene la relazione società/ambiente costitutiva per le società umane e che ogni tentativo di interpretare queste ultime non può tralasciare di considerare anche le relazioni dell'uomo con il suo "corpo inorganico" (Mela, Belloni, Davico, 1998, p. 85).

Appare anche opportuno sottolineare i recenti contributi di riflessione sui movimenti ambientalisti di autori come Touraine, Offe, Habermas e Giddens.

Per Touraine il movimento ambientalista incarnerebbe "…l'idea stessa di disillusione critica nei confronti del mito del progresso…" (Davico, 1994, p. 41). Il potere tecnocratico rappresenta il nemico dei movimenti ambientalisti che secondo il pensiero di Touraine giocano un ruolo analogo a quello della classe operaia della società industriale.

Offe vede i movimenti ecologisti come i soggetti storici in grado di ribaltare il tradizionale modello di razionalità della società moderna, basato sull'idea di progresso. Tuttavia "…tale razionalità non esige la messa in atto di un progresso, ma punta sulla conservazione di istanze di valore. Tutto ciò che esiste e che merita di essere conservato assume un carattere di posta in palio. L'utopia non è più qualcosa di totalmente altro e migliore da realizzarsi in futuro, ma emerge come sforzo teso ad evitare delle perdite e delle catastrofi irreversibili. Si tratta, in altri termini, di consolidare il fondamento ormai labile di istanze come la pace, le basi biologiche della società, i diritti civili e quelli umani…" (Davico, 1994, p. 43). Come Offe e Touraine anche Habermas e Giddens dedicano la loro attenzione ai movimenti ambientalisti interrogandosi sul ruolo che questi ultimi rivestono nelle società contemporanee. Soprattutto Giddens sottolinea che il tratto caratteristico che differenzia i movimenti ecologisti dagli altri movimenti delle società moderne risiede nel fatto che più portatori di diritti sono portatori di imperativi morali (Davico, 1994, p. 45).

1.2 LA GENESI DELLA SOCIOLOGIA DELL'AMBIENTE NEGLI STATI UNITI

L'atto di nascita ufficiale della sociologia dell'ambiente è particolarmente recente ed è databile al 1976, al momento in cui l'Associazione americana di sociologia riconosce la formazione di una sezione di sociologia dell'ambiente, in seguito denominata "Società, ambiente, tecnologia".

Volendo sottolineare il ruolo svolto dalla proposta di un nuovo approccio sociologico compiuto, tale data potrebbe essere spostata al 1978 con la pubblicazione di un articolo dei sociologi statunitensi Catton e Dunlap nel quale veniva proposto un nuovo paradigma sociologico, il New Ecological Paradigm. Appare così evidente che un ruolo fondamentale nella elaborazione dello statuto scientifico della nuova disciplina è stato svolto dalla cultura sociologica statunitense.

L'affermazione della tematica ambientale, che proprio negli Usa trova la sua maggiore opera di espressione, rappresenta uno dei fattori più rilevanti che distinguono l'epoca attuale da quella che l'ha immediatamente preceduta.

Essa si lega alla perdita di fiducia nella linearità del progresso umano e specialmente alla convinzione che lo stesso possa sottomettere la natura al servizio dell'umanità, fornendo indeterminatamente le risorse utili ai suoi scopi. Questa convinzione comincia ad incrinarsi alla fine della seconda guerra mondiale e con l'inizio della guerra fredda.

Alla fine degli anni Sessanta incominciano a delinearsi altre problematiche riguardanti non più azioni intenzionalmente distruttive, ma relative al normale funzionamento del sistema sociale: inquinamento atmosferico, idrico, crisi ambientale della città, ma soprattutto le preoccupazioni legate alla sicurezza delle centrali nucleari (Strassoldo, 1989; cit. in Martinelli, p. 62).

Incidenti come quello di Three Miles Island (1981) e soprattutto quello di Chernobyl (1986) imprimono una svolta nell'opinione pubblica mondiale. Nel contesto nordamericano, l'esigenza di reimpostare molti temi relativi ai rapporti società/ambiente e uomo/natura opera trasversalmente sia nel campo scientifico, quanto nelle attività economiche, politiche, giuridiche oltre che nelle opinioni degli attori sociali coinvolti.

Fra gli anni Settanta e gli anni Ottanta viene riconosciuto dalla letteratura internazionale il "nuovo paradigma ecologico" di Catton e Dunlap, una teorizzazione radicale e innovativa, che si pone in relazione polemico/critica con la sociologia classica e contemporanea accusata di non guardare all'ambiente bio/fisico come a un elemento influente sul comportamento umano e sull'intera organizzazione sociale (Davico, 1994).

I due Autori impostano il loro lavoro su alcune considerazioni storico/analitiche:

il rapporto tra l'ambiente naturale e la società ha subito un radicale mutamento con l'avvento delle società avanzate consumatrici intensive di risorse naturali.

Le continue apprensioni relative ai "limiti dello sviluppo", generate da un abbandono delle aspettative legate ad un periodo di esuberanza economica e sociale che gran parte della sociologia aveva condiviso con l'opinione pubblica, possono far parlare di crisi ambientale e di social problem.

Negli USA trovano terreno fertile i movimenti ambientalisti e questo con una forza non conosciuta nemmeno in Europa.

Gli indicatori che possono farci capire l'entità della trasformazione del tema ambientale in political issue sono molti.

Primo fra tutti è l'attenzione della stampa nazionale riscontrabile nelle ricerche condotte sui tre giornali di maggior tiratura New York Times, Wall Street Journal, Detroit News (Moloney, Stovonsky, 1971; cit. in Beato, 19982, p. 23) seguito dalla diffusione della stampa specializzata e tematica (vedi Science and The Citizen, 30.000 copie vendute nel1973).

L'evento più degno di nota proviene, tuttavia, dal settore delle politiche pubbliche, quasi in risposta alle pressioni del movimento ambientalista: l'approvazione della celeberrima National Environmental Policy Act (NEPA) nel 1969.

I punti notevoli appaiono i seguenti:

  1. la creazione del Council on Environmental Quality (Ceq);
  2. l'obbligo per le agenzie federali di elaborare un Environmental Impact Statement (Eis) che introduceva la valutazione di impatto ambientale (VIA).

E' da segnalare, inoltre, l'introduzione nel 1972 della Federal Water Pollution Control Act e, nel 1977, della Clean Air Act, legislazione importantissima di controllo dell'inquinamento, e dell'istituzione nel 1970 da parte del Congresso della Environmental Protection Agency (Epa) con l'obbiettivo di riunire e coordinare molte agenzie responsabili della regolazione pubblica dell'inquinamento.

I mutamenti avvenuti negli anni Sessanta si pongono così alla base, ancorché indiretta, della genesi di un nuovo orientamento sociologico che racchiuderà al suo interno, ritraducendo tutto nei suoi termini, il contenuto dell'acceso dibattito politico e le caratteristiche degli attori in gioco (opinione pubblica, Stato, movimenti sociali e ambientali, ecc.).

Durante quegli anni la sociologia manifesta dapprima attenzione per temi specifici per poi concentrarsi su una nuova proposta teorica che, partendo da una riflessione critica sull'intera tradizione sociologica europea e americana (compreso il filone "ecologico" della scuola di Chicago), giunge a formulare un nuovo progetto della disciplina, in direzione dell'incorporazione dell'ambiente naturale nell'ambito oggettuale della sociologia.

Catton e Dunlap sono i maggiori esponenti di questo progetto; ad essere messo sotto accusa è quello che i due Autori vedono come presupposto antropocentrico, implicito in tutta la sociologia.

I due studiosi etichettano tale presupposto come paradigma dell'eccezionalismo umano (Hep: Human Exceptionalism Paradigm) e poi, più efficacemente, come esenzionalismo umano.

Analizzando più in dettaglio il paradigma dell'eccezionalismo, per poi passare al nuovo paradigma ecologico, possiamo riscontrare l'evoluzione nel pensiero dei due Autori della nuova teorizzazione dell'oggetto ambiente nella sociologia. Esso si compone di alcune assunzioni:

  1. a ragione della loro cultura, gli esseri umani possiedono i caratteri dell'unicità fra tutti gli organismi viventi;
  2. la cultura può variare quasi indefinitamente e può pertanto mutare con molta più rapidità dei tratti biologici;
  3. poiché molte differenze fra gli uomini risultano socialmente indotte piuttosto che innate, esse possono essere socialmente mutate talchè le differenze indesiderabili possono venire eliminate;
  4. da ciò discende che l'accumulazione culturale può consentire il progresso senza limiti rendendo in ultima istanza risolvibili tutti i problemi sociali (Catton e Dunlap, 1978, pp. 42—43; cit. in Beato, 1998, p. 28).

L'accettazione di un tale paradigma produce nella sociologia una incapacità a riconoscere la piena esistenza della crisi ambientale; il fattore dell'abbondanza ha influito in modo fondamentale su tutti gli aspetti della vita dell'America.

I due fondatori della sociologia dell'ambiente osservano che la cultura dell'abbondanza ha prodotto una barriera di difficoltà alla sociologia, prima di tutto per l'incapacità di riconoscere il concetto di scarsità e quindi la problematizzazione degli atteggiamenti ottimistici verso il progresso ininterrotto delle società industriali e anche della sociologia americana in particolare.

Stimolati da eventi preoccupanti, però, molti ricercatori si avvicinano culturalmente alla relazione ambiente/società; Catton e Dunlap citano i lavori di Rachel Carson (Silent Spring, 1962), Barry Commoner (The Closing Circle, 1971), gli Ehrlich (Population, Resources, Environment, 1970) e l'articolo di Garret Hardin apparso su Science nel 1968 sulla Tragedy of the commons (G.Hardin, 1968; cit. in Beato, 19982, p. 33).

E' da sottolineare che le aree tematiche di questi lavori sono in netto contrasto con le assunzioni presenti nel "paradigma dell'eccezionalismo umano".

Nel momento in cui formulano il nuovo approccio paradigmatico, i due Autori possono sicuramente fare affidamento su alcune specifiche elaborazioni nelle quali rinvenire i tratti salienti di un nuovo, alternativo approccio.

Le assunzioni del NEP (New Ecological Paradigm) si definiscono attraverso tre proposizioni fondamentali:

  1. gli esseri umani sono soltanto una specie tra le molte altre, e sono inseriti in maniera interdipendente nelle comunità biotiche che formano la nostra vita sociale;
  2. legami complessi di causa ed effetto e di retroazione nella rete bio/naturale producono molte conseguenze impreviste che si generano anche dall'azione umana intenzionale;
  3. il mondo è finito e pertanto esistono potenti limiti fisici e biologici che si oppongono alla crescita economica, al progresso sociale ed ad altri fenomeni della società (Beato, 19982, p. 34).

Appare ovvio, allora, che la sociologia debba necessariamente abbandonare la pretesa di porre le società umane al di fuori del mondo della natura, come se esse potessero esistere e svilupparsi indipendentemente dal complesso degli altri elementi che formano la realtà naturale. Il nuovo paradigma ecologico impone alla disciplina di occuparsi dell'intero quadro dei rapporti dell'uomo con l'ambiente, tanto sul piano cognitivo, quanto sul piano dei comportamenti e delle relazioni materiali. La nuova sociologia ambientale deve quindi partire dalla considerazione secondo cui le vicende umane sono profondamente interdipendenti con quelle degli ecosistemi (Mela, Belloni, Davico, 1998).

Un contributo teorico di grande rilevanza è anche quello relativo all'individuazione e all'elaborazione di una struttura analitica per la sociologia dell'ambiente per quanto concerne la definizione del suo oggetto specifico.

Nucleo centrale della sociologia dell'ambiente è lo studio dell'interazione tra ambiente e società, interazione dotata di una reciproca condizionalità: essa configura una relazione bi-direzionale.

La struttura analitica proposta si basa su di una prospettiva ecologica e il fondamento dichiarato della proposta stessa risiede nel concetto di "complesso ecologico" teorizzato nel 1959 da Otis Dudley Duncan, esponente di quella Sociological Human Ecology dalla quale i due fondatori presero molti spunti teorici malgrado dei rapporti a volte critici (il complesso ecologico ma anche il concetto di carrying capacity, ecc.).

Il complesso ecologico — oggetto fondamentale di studio della sociologia dell'ambiente — si compone di quattro sistemi interrelati, che possono essere sintetizzati mediante l'acronimo POET, vale a dire:

P = la popolazione;

O = l'organizzazione sociale;

E = l'ambiente (environment);

T = la tecnologia.

Se nel complesso ecologico di Duncan era centrale l'organizzazione sociale e periferico l'ambiente bio/fisico, nella elaborazione di Catton e Dunlap il focus è l'ambiente e le altre tre variabili periferiche.

Ora, quindi, l'oggetto della sociologia dell'ambiente può essere ben delineato asserendo che esso si configura come relazione che insieme distingue e connette i due universi fenomenici: da una parte il complesso sociale e dall'altra l'ambiente biofisico (Beato, 19982, p. 60).

Gli Autori operano una espansione del complesso ecologico al fine di dare una più dettagliata versione del quadro analitico della sociologia dell'ambiente.

Alla variabile di organizzazione sociale Catton e Dunlap sostituiscono una configurazione tripartita che recupera una più adeguata tematizzazione dell'articolazione sociale.

Inseriscono così nel framework analitico della sociologia dell'ambiente il sistema sociale, il sistema culturale e il sistema della personalità.

Le macro variabili in osservazione diventano cinque e si pongono tra esse e con l'ambiente in interconnessione reciproca e quindi bidirezionale.

In modo molto semplice e allo stesso tempo puntuale, i due sociologi statunitensi propongono per la sociologia dell'ambiente un framework analitico che si pone due obbiettivi scientifici fondamentali per la nuova disciplina:

  1. esaminare come le variazioni che si registrano sulle macro variabili sociali possano agire sull'ambiente bio—fisico;
  2. indagare come l'ambiente bio—fisico può a sua volta determinare dei mutamenti sulle macro variabili sociali.

Occorre conclusivamente riconoscere che il Nuovo paradigma ecologico ha contribuito all'affermazione della sociologia dell'ambiente come campo di ricerca sociologica dotato di relativa autonomia e, soprattutto, ha messo in luce come il consolidamento di questo campo non possa aver luogo senza una svolta paradigmatica radicale, in direzione di un superamento dell'antropocentrismo implicito in quasi tutte le grandi scuole di pensiero sociologico.

1.3 LA SOCIOLOGIA DELL'AMBIENTE IN ITALIA

Dopo il riconoscimento nel 1976, da parte della Associazione americana di sociologia, della nuova disciplina, e dopo l'elaborazione di Catton e Dunlap, alla fine degli anni Settanta, di una struttura analitica per la sociologia dell'ambiente, si è acceso un intenso dibattito anche nel panorama italiano che ha portato all'elaborazione di numerosi lavori teorici ed empirici e alla conseguente istituzionalizzazione accademica della disciplina.

Il "New Ecological Paradigm" suscita nel dibattito italiano pareri discordi, fatto questo che genera diversi orientamenti di ricerca e diverse modalità di approccio alla relazione ambiente—società.

La produzione scientifica dedicata dai sociologi italiani alla relazione ambiente—società può essere esaminata ripercorrendo i Convegni nazionali tenuti dagli anni Ottanta in poi.

Nel primo Convegno italiano di sociologia (Roma, ottobre 1981) fu dedicata una sottosezione alla cosiddetta sociologia dei disastri nel quale Autori come Cavazzani, D'Angelo, Cattarinussi e Barazzetti presentarono studi e ricerche che riguardavano la realtà italiana, con riferimento a quel particolare tipo di impatto ambientale che è il terremoto, originato da cause naturali, ma che ha effetti a seconda dei diversi modi di organizzazione territoriale e sociale (Martinelli, 1989).

Un convegno successivo è quello organizzato dalla Federazione delle associazioni scientifiche e tecniche (FAST) e dalla Società italiana di ecologia (SITE) sugli indicatori ambientali nel 1986. In esso una sezione tematica aveva per titolo "Il punto di vista del sociologo"; i contributi di Amendola, Gasparini, Gubert, Martinotti e Strassoldo furono concentrati sui ruoli della sociologia e dei compiti del sociologo nelle valutazioni ambientali e nella costruzioni di indici di qualità della vita. Nel Convegno nazionale tenuto a Roma dal 14 al 16 gennaio 1991 dall'Associazione italiana di sociologia, sezione territorio, vennero discussi i problemi delle origini degli studi ambientali nella sociologia fino ai più recenti sviluppi.

Alla Conferenza presero parte studiosi come Corigliano, Amendola, Strassoldo, Farro, Martinelli e Beato.

Ma la letteratura ambientalista di matrice sociologica ha di sicuro origine più visibile da contributi individuali.

Primo fra tutti quello di Raimondo Strassoldo. Nel 1974, da un suo corso di sociologia urbana e rurale tenuto presso l'Università di Trieste, derivò una dispensa dal titolo "Ambiente energia potere: appunti di eco—sociologia" dal quale scaturì poi il volume "Sistema e ambiente: Introduzione all'ecologia umana" del 1977 (Martinelli, 1989, p. 34).

Lo stesso Autore condusse nel 1978 studi sul terremoto del Friuli, raccolti nel volume, curato con Cattarinussi, Friuli la prova del terremoto dove è possibile ritrovare uno schema teorico derivante in modo esplicito dall'ecologia umana. Altro testo importante è Le radici dell'erba. Sociologia dei movimenti ambientali di base, testo in cui l'Autore si è occupato dell'analisi dei movimenti ambientalisti di base. Da segnalare l'opera Sistema e ambiente. Introduzione all'ecologia umana nella quale l'Autore, attraverso il filo conduttore rappresentato dalla coppia concettuale sistema ed ambiente, cerca di sintetizzare in una "…scienza nuova una serie di discorsi sui rapporti società—ambiente fisico finora sviluppati autonomamente da discipline disparate…" (Strassoldo, 1977, p.13).

Alla domanda sulla sociologia e l'ambiente in Italia, e cioè se è auspicabile la costituzione in termini disciplinari di una sociologia dell'ambiente oppure è preferibile aprire tutte le discipline sociologiche ai problemi dell'ambiente, Strassoldo ritiene che possano essere sviluppati entrambi i percorsi anche in Italia come è già avvenuto negli Stati Uniti (Strassoldo, 1981). E proprio riguardo la sociologia dell'ambiente troviamo numerosi interventi su opere curate da colleghi (vedi Sistemi sociali e ambiente, 1989, in Martinelli, 1989, pp. 43-72) o su riviste scientifiche (vedi ad esempio Sociologia dell'ambiente, 1993-94, in Sociologia urbana e rurale, anno XV-XVI, n.42-43, pp. 62-91).

Attenzione particolare è sicuramente da assegnare ai nomi di Franco Martinelli e Fulvio Beato i quali, nel panorama nazionale ed internazionale, detengono un posto rilevante per la loro produzione scientifica.

Franco Martinelli è Ordinario di Sociologia urbana nella Facoltà di Sociologia dell'Università di Roma "La Sapienza", ed è stato coordinatore della sezione di sociologia del territorio dell'Associazione (1986—1990) e segretario del Gruppo per lo studio dei processi urbani del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Già Curatore di I sociologi e l'ambiente, testo che raccoglie gli atti del Convegno nazionale dell'Associazione italiana di sociologia, sezione territorio, del 1991, è Autore anche di numerose ricerche sulla percezione del verde a Roma e nelle aree periferiche della città. Tra queste opere sono da citare Mobilitazioni per il verde e opinioni sull'ambiente. I cittadini dei nuovi quartieri di Roma del 1991 e Roma: verde e quartieri nella città metropolitana del 1992, curato con Umberto de Martino, ordinario di urbanistica e presidente della sezione laziale dell'Istituto nazionale di Urbanistica.

Affrontando nei suoi scritti il contributo della sociologia nello studio delle problematiche ambientali e nella diffusione di una cultura ecologica, Martinelli sostiene che il rapporto tra ambiente naturale ed azione umana è già presente in Autori dell'antichità e dell'età moderna.

Degno di attenzione è il tentativo di individuare le origini, dal punto di vista culturale, dei sociologi italiani impegnati nello studio dell'ambiente e nella diffusione della cultura ecologica.

Da ricordare è anche il lavoro svolto da Fulvio Beato, docente di sociologia dell'ambiente presso l'Università di Roma "La Sapienza", studioso particolarmente sensibile alle problematiche socio—ambientali.

Volto a sottolineare l'impegnativo processo di definizione dei quadri teorici della giovanissima disciplina, Beato tenta una ricomposizione—integrazione dei diversi approcci teorici cercando di mettere in sintonia nel suo lavoro le diverse scuole di pensiero socio—ambientale: l'oggettivismo ecologico e causalista del New Ecological Paradigm e il costruzionismo sociale nelle versioni più vicine al contesto storico e sociale (Beato, 1999).

Nella sua produzione ritroviamo anche l'intenzione di voler delineare nuovi campi di ricerca che oggi sono al centro di un acceso dibattito internazionale delle scienze bio—fisiche dell'ambiente ma non ancora delle scienze sociali (sociologia del rischio).

Delineando un abbozzo di "sociologia dell'ambiente globale", l'Autore affronta il tema dei mutamenti ambientali globali, tema che non può essere preso in esame senza che si sottolinei la connessione con la sempre maggiore affermazione dei fenomeni di globalizzazione economica, politica, culturale e sociale che sono espressione forte di questo fine secolo e che incideranno particolarmente sugli assetti politico—sociali futuri (Beato, 1993).

Sul piano della ricerca sono da segnalare i lavori svolti sull'agricoltura biologica e sulle aziende agricole, descrivendo le aziende attraverso la loro distribuzione territoriale e le loro caratteristiche strutturali (Beato, 1990a), le ricerche sul rischio (Beato, 1990b) e i lavori sulle aree protette (Beato, 1999). Fra i suoi scritti La valutazione di impatto ambientale. Un approccio integrato; Rischio e mutamento ambientale globale. Percorsi di sociologia dell'ambiente; Agricoltura, economia e politica; Parchi e società. Turismo sostenibile e sistemi locali presentato il 23 Novembre 2000 all'Istituto L. Sturzo e commentato favorevolmente dagli studiosi presenti (Martinelli, Amendola, ecc.), oltre i numerosi articoli di contenuto ambientale sulla rivista Ecologia antropica di cui è coordinatore.

Altro sociologo italiano che si è interessato in questi anni alla relazione ambiente—società è Giorgio Osti, dottore di ricerca che collabora, come professore associato, con il Dipartimento di teoria, storia e ricerca sociale dell'Università di Trento per ricerche nel campo della sociologia dell'agricoltura e del mondo rurale.

In una ricerca, riguardante l'area rurale del Triveneto (Osti, 1990), fornisce alcune indicazioni sistematiche sul rapporto tra la dimensione agricolo—rurale e la dimensione dell'ambientalismo volte a verificare l'esistenza della relazione tra la struttura socio—economica del mondo agricolo e le preferenze politiche verso i movimenti politici ispirati all'ambientalismo.

Testo importante, nell'ottica dello studio delle aree protette, è La natura in vetrina. Le basi sociali del consenso per i parchi naturali nel quale Osti presenta un indagine che ha per oggetto quattro parchi regionali alpini (Osti, 1992).

Constatando l'interesse crescente durante questi anni per i parchi naturali, interesse a cui però non ha fatto seguito un adeguato coinvolgimento di enti ed associazioni, l'Autore cerca di gettare luce sulle cause sociali di questo interesse di facciata.

Prima di concludere la nostra panoramica sugli studi della sociologia dell'ambiente in Italia, dobbiamo ricordare alcuni nomi che si sono inseriti nel dibattito sulla relazione ambiente—società.

Tra questi troviamo Antimo Farro, sociologo attento alle attività delle formazioni ambientaliste nazionali specialmente nel suo lavoro La lente verde. Cultura politica e azione collettiva ambientaliste del 1991; Luca Davico, che ha cercato di compiere nell'opera Sociologia ambientale: dal pensiero sociologico classico al pensiero "verde" un resoconto dell'evoluzione del dibattito sul rapporto società—ambiente in sociologia; Alfredo Mela che in collaborazione con Davico e Belloni si è occupato di sociologia dell'ambiente (vedi Mela, Belloni e Davico, 1998) e, per finire, in contrasto con gli orientamenti generali della disciplina, Alfredo Milanaccio (Milanaccio, 1990), che sottopone a critica aspra ed insolita la sociologia dell'ambiente sottolineando una situazione ancillare per la nuova disciplina rispetto alle altre scienze sociali e una sorta di crisi d'identità per i sociologi aderenti ad un solo paradigma (New Ecological Paradigm).

Va infine ricordato il lavoro di un giovane sociologo dell'ambiente e del rischio che partecipa abilmente al dibattito scientifico nazionale (vedi De Marchi, Pellizzoni e Ungaro, 2001) ma anche internazionale (Pellizzoni, 1999).

Si può concludere osservando che la sociologia dell'ambiente in Italia è ancora alla ricerca di una giusta collocazione nel panorama delle scienze sociali. Non per questo, però, è da passare sotto silenzio il lavoro fatto per valorizzare, anche nel nostro Paese, l'attenzione sociologica per la questione ambientale.

Infatti, grazie alle ricerche degli studiosi sopra elencati ed altri non richiamati, in questo breve periodo di vita della disciplina si sono evidenziati i problemi della relazione ambiente—società attraverso un intenso lavoro di sistemazione teorica e un'assidua ricerca empirica di sicuro interesse.

Giova infine sottolineare che, con quello che si terrà presso l'Università della Calabria nel giugno 2001, si sono organizzati tre Seminari nazionali di Sociologia dell'Ambiente.

1.4 LA RICERCA SOCIALE SUGLI SPAZI PROTETTI

Con l'avvento dello sviluppo industriale italiano, alla fine del XIX secolo e l'inizio del XX, si avvia il processo di protezione delle aree di elevato valore naturale e ambientale.

Si tratta di un avvio molto lento visto che alla fine degli anni Quaranta solo poche migliaia di ettari erano sotto protezione e 200 mila all'inizio degli anni Settanta. Nei venti anni successivi le aree protette vedono quintuplicata la loro estensione che raggiunge il milione di ettari.

L'eccezionale sviluppo delle aree naturali protette negli ultimi venti anni è avvenuto in coincidenza di alcuni avvenimenti importanti per la protezione della natura e dell'ambiente mondiale.

Si fa qui riferimento alla Conferenza di Stoccolma del 1972 che portò alla firma del primo programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep) e all'importantissima Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo del 1992 a Rio de Janeiro.

Grande impulso è venuto inoltre dall'Iucn (International Union Conservation of Nature) la più importante autorità scientifica del settore che conta sull'adesione di ben 120 Stati. Attraverso il lavoro dell'Iucn è stata definita la classificazione delle aree ambientali protette ed anche la tipologia del "Parco nazionale" ponendo maggior attenzione al quadro gestionale, ai principi di conservazione, gli usi consentiti e le finalità da perseguire (Migliorini, Moriani, Vallerini, 1999).

La prima comunicazione in materia d ambiente è stata presentata al Consiglio d'Europa nel luglio del 1971. A questa data seguiranno nel tempo cinque programmi d'azione nei quali sono definiti i principi e gli obbiettivi dell'azione comunitaria in materia di ambiente (Migliorini, Moriani, Vallerini, 1999).

Nei primi due (1973—1977 e 1977—1981) viene affrontato principalmente il problema dell'inquinamento mentre nel terzo (1982—1986) si affronta la necessità di una politica di prevenzione dei danni all'ambiente.

Con l'entrata in vigore del quarto Programma d'azione la politica europea delle aree protette assume carattere generale e organico, avviando l'istituzione di una rete europea di habitat naturali, denominata "Europa 2000".

Questo programma implementa la direttiva 92/43 relativa, appunto, alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali della fauna selvatica mettendo in primo piano la necessaria collaborazione tra le politiche nazionali e la politica comunitaria in materia ambientale.

Si afferma che "…gli aspetti principali della politica ambientale non devono più essere pianificati e realizzati isolatamente dai paesi individuali: sulla base di un piano comune a lungo termine, i programmi nazionali in tali campi devono essere coordinati e le politiche nazionali rese omogenee all'interno della Comunità…" (titolo I dell'allegato I del 4° Programma d'azione.)

Gli articoli 2 e 3 del Trattato sull'Unione europea, firmato a Maastricht il 7 febbraio 1992, amplificano ulteriormente l'impegno della Comunità europea verso la protezione dell'ambiente: "…la Comunità ha il compito di promuovere […] una crescita sostenibile […] che riscatti l'ambiente".

Nel 5° Programma d'azione lo sviluppo sostenibile, la tutela dell'ambiente e la conservazione delle risorse naturali diventano criterio e indirizzo per lo stesso sviluppo economico e sociale.

Il 21 maggio 1992 viene istituito uno strumento finanziario per l'ambiente (LIFE) al fine di provvedere agli interventi indirizzati alla tutela della natura e per prevenire danni alla stessa.

In Italia l'interesse e l'iniziativa a favore delle aree protette parte con notevole ritardo. Se pensiamo che il Parco di Yellowstone, il primo parco nazionale al mondo, è stato istituito nel 1872 si comprende immediatamente che il dibattito italiano sulla protezione ambientale arriva in ritardo nel processo ormai secolare della protezione pubblica della natura, cioè nella forma della costituzione delle aree protette.

Ai primi due parchi nazionali si arriverà dopo commissioni e disegni di legge mai approvati e solo nel 1922, con l'istituzione del Parco nazionale del Gran Paradiso e, nel 1923, con quella del Parco d'Abruzzo.

Passeranno altri anni prima di arrivare all'istituzione del Parco del Circeo (1934) e dello Stelvio (1935).

Una lettera di Renzo Videsott, professore di medicina veterinaria a Torino e commissario dal 1945 del Parco del Gran Paradiso, sintetizza bene la situazione delle aree protette nel primo dopoguerra.

"I parchi sono assediati da una impaludante retorica, dal formalismo, dall'oppio della burocrazia, dalla piovra della speculazione, dalla bassa concezione politica, dalla tesi della miseria economica, dalla peste della faciloneria, dal mare dell'ignoranza, dagli oceani dell'indifferenza umana" (Videsott, lettera cit. in Ronchi, 1998, p. 2).

Fino gli anni Settanta, anni in cui si riprende il dibattito sulle aree protette anche grazie all'istituzione delle Regioni a statuto ordinario (1970) e ai decreti di trasferimento delle materie indicate all'art. 117 della Costituzione, il solo avvenimento degno di rilevanza è l'istituzione del Parco nazionale della Calabria.

Il DPR 616 del 24 luglio 1977 attribuirà alle Regioni la competenza ad istituire parchi regionali e riserve, mentre lo Stato istituirà 150 riserve naturali, ma nessun nuovo parco nazionale. Verranno istituiti dalla fine degli anni Settanta agli anni Ottanta ben 60 parchi regionali e numerose riserve.

Per i parchi nazionali mancava infatti una normativa chiara di riferimento; nel 1986 viene istituito il Ministero dell'ambiente dando nuovo impulso alla politica delle aree protette.

Con la legge 305/89 viene avviata infatti l'istituzione di ben 6 nuovi parchi nazionali: il Parco nazionale dei Monti Sibillini, il Parco nazionale del Pollino, il Parco nazionale dell'Arcipelago Toscano, il Parco nazionale dell'Aspromonte, il Parco nazionale delle Dolomiti Bellunesi e il Parco nazionale delle Foreste Casentinesi.

La vera svolta legislativa avviene con la legge 6 dicembre 1991 n. 394, legge quadro sulle aree protette che riordina l'intera materia e dà nuovo impulso alla protezione dell'ambiente e della natura.

La legge ha portato a termine l'istituzione di ben 8 nuovi parchi fornendo un quadro normativo unitario a tutti i parchi nazionali e regionali, ha stabilito le procedure per l'istituzione delle riserve marine e ha consentito l'avvio della definizione della Carta della Natura che individua lo stato dell'ambiente naturale in Italia.

Per le scienze sociali questa esplosione di domanda sociale di ambiente e di azioni di politica ambientale è una forma prettamente nuova dell'agire umano prodottasi in aderenza con i macro—mutamenti dei sistemi sociali contemporanei e che produce un complesso di azioni sociali e collettive che assumono la forma di re—azioni: azione ambientale come conseguenza dell'azione antiambientale (Beato, 1999, p. 39).

Lo studio delle aree protette si posiziona bene quindi, come oggetto della sociologia dell'ambiente, sia per la relazione bi—direzionale che si stabilisce tra sistema sociale e sistema naturale, sia perché è di fatto e di diritto una produzione sociale e, più specificatamente, una produzione statuale.

Infatti, la socialità di uno spazio protetto risulta evidente non soltanto durante la fase di fondazione ma anche durante le fasi di gestione economica e tecnica, nella fruizione dei visitatori, nella cosiddetta mission (le finalità assegnate all'area) e nelle comunità locali. Lo studio delle dimensioni sociali di un'area protetta va scientificamente inserito in un approccio fortemente interdisciplinare, dove è possibile analizzare le relazioni tra gli attori sociali collettivi e le sempre strutture differenziate e differenziatrici del territorio che da queste relazioni si generano, si sviluppano e si modificano.

La sociologia ha fornito i suoi contributi soprattutto nei Paesi di cultura anglosassone dove, come negli Stati Uniti, nasce e si afferma l'idea stessa della protezione naturalistica.

Si è trattato di ricerche volte a conoscere soprattutto i modi sociali della fruizione delle aree protette sia per fini gestionali sia per fini conservazionistici.

Anche nel panorama italiano negli ultimi anni si è visto crescere l'interesse per studi empirici con oggetto le aree protette.

Tutto questo è avvenuto in ritardo parallelamente al ritardo dell'attenzione dell'opinione pubblica e della domanda sociale, che solo da pochi anni si stanno interessando alle problematiche delle aree protette e del loro sviluppo sostenibile.

Analizzando alcune ricerche condotte in Italia sul tema delle aree naturali protette, possiamo avere un idea delle problematiche prese in esame dalla sociologia dell'ambiente in questi ultimi anni.

In Parchi e società. Turismo sostenibile e sistemi locali Fulvio Beato analizza gli effetti di una massiva fruizione delle aree protette.

Partendo dalla constatazione di una crescente fruizione delle aree protette nel corso degli ultimi anni, l'Autore sottolinea che tale fruizione può rappresentare una minaccia ambientale per le aree naturali che i processi della modernità non hanno ancora distrutto (Beato, 1999, p. 35).

Le attività turistiche non governate si dimostrano così un pericolo per le aree naturali protette; si devono quindi apprestare delle modalità di uso sociale dei parchi che, pur producendo benessere economico per gli attori sociali direttamente coinvolti, sappiano anche garantire l'integrità nel tempo delle risorse naturali e della qualità ambientale (Beato, 1999, p. 37).

Anche Giorgio Osti in La natura in vetrina(1992) esegue una ricerca sulla attenzione che le aree protette hanno avuto in questi ultimi anni.

L'Autore sostiene che l'idea di parco ha subito negli ultimi anni un'evoluzione molto accellerata, portando i parchi ad essere concepiti come progetti molto complessi.

Questa evoluzione è però più nelle idee che nei fatti; lo scopo della indagine è quindi capire se effettivamente i parchi sono un'esperienza a scartamento ridotto e se ciò è dovuto all'assenza di una solida base sociale che garantisca il consenso e la mobilitazione.

Da "progetto politico" a "sistema economico" si è arrivati oggi alla visione del parco come "modello" e cioè un laboratorio di sperimentazione, un modo innovativo di intendere il rapporto uomo — natura, eventualmente da esportare in altre aree.

Su questo idealtipo si stanno orientando molti studiosi e amministratori per ovviare all'eccessivo formalismo che accomuna tutti i parchi a cui è particolarmente calzante l'appellativo di "parchi di carta" (Tassi, 1984). L'importanza del lavoro di Osti è in definitiva derivante dal fatto che, più che mettere l'accento sui nemici del parco, ha voluto sondare la forza e le caratteristiche dei sostenitori che a volte possono causare conseguenze negative per l'immagine del parco e per il sostegno politico alla sua realizzazione.

Da citare sono anche alcuni studi di Franco Martinelli sulle mobilitazioni per le aree verdi nella città di Roma (vedi Martinelli, 1991) e in special modo sui problemi dell'utenza dei parchi regionali urbani (vedi Martinelli, 1993).

Quest'ultimo lavoro parte dalla definizione di parco regionale urbano e dall'elencazione delle sue funzioni per poi passare a valutare e commentare alcune ricerche sociologiche sui parchi in Italia e sulle aree verdi di Roma e del Lazio. L'Autore ritiene che l'aiuto e la guida alla percezione dei beni ambientali e culturali nelle sedi di competenza possa contribuire alla diffusione della cultura ambientalista tipica del nostro tempo. Questa considerazione apre la strada a nuove ipotesi di ricerca per quanto riguarda l'utenza dei parchi regionali urbani del Lazio. L'avvio dei piani d'assetto, l'organizzazione dei trasporti e della viabilità, nonché la densità demografica e la qualità sociale degli insediamenti limitrofi, possono ampliare o restringere i bacini dell'utenza, regolandone l'afflusso. L'unità di analisi di tali ricerche non dovrà essere la popolazione dei visitatori ma un campione di popolazione insediata nei bacini d'utenza delle aree protette, che tenga conto della popolazione notturna (i residenti), della popolazione diurna (consumatori, lavoratori e studenti) e che possa fornire informazioni dettagliate per la programmazione degli interventi dei piani d'assetto e per le forme organizzative desiderate dai cittadini.

Analizzando gli studi empirici sulle aree protette in Italia, risulta subito una volontà, da parte dei ricercatori, di accertare e valutare la qualità sociale dell'utenza e la modalità di uso dei parchi e degli spazi verdi, con l'obbiettivo di conoscere il modo di fruizione da parte dei cittadini e l'impatto dei frequentatori sull'ambiente e le aspettative degli stessi.

Ponendo le ricerche italiane a confronto con le ricerche anglosassoni e in special modo con quelle statunitensi, troviamo obbiettivi di ricerca comuni ma con oggetti di studio ben diversi: parchi di primo livello di grande dimensione, completamente spopolati come quelli americani o australiani, e i parchi naturali europei caratterizzati da un elevata antropizzazione del territorio e le finalità multiple.

Ci piace concludere con una frase ottimistica: "…la sociologia dell'ambiente […] è una scienza giovane e contiene tutti i rischi della sua età.

Ma contiene anche tutti i vantaggi di un esperienza in formazione: il senso della sfida e quello della scoperta che appaiono tanto più significative quanto meno concedono alla prorompente e pervasiva ideologia del novismo a— storico" (Beato, 1999, p. 5).

Bibliografia del capitolo 1

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CAPITOLO 2 La politica pubblica delle aree protette in Italia: i parchi regionali.

2.1 LA POLITICA PUBBLICA DEI PARCHI IN ITALIA

I Paesi nordamericani già da tempo hanno rivolto molta attenzione alle problematiche della conservazione delle zone naturali (Yellowstone fu il primo parco nazionale ad essere istituito negli Stati Uniti nel 1872). Purtroppo il nostro Paese è partito in ritardo anche rispetto ad altri Paesi industrializzati, malgrado l'elevata percentuale di territorio a rischio di degrado, determinato dall'assenza di leggi per la tutela degli spazi verdi.

Finalmente nel 1922 anche i tentativi italiani di protezione territoriale della natura raggiungono il loro primo obbiettivo istituendo un'ex riserva di caccia reale come parco nazionale: il Gran Paradiso. Nello stesso anno fu promulgata la prima legge sulla protezione del paesaggio e dei siti naturali, ispirata ad una concezione di tutela di elementi eccezionali per il loro valore essenzialmente estetico ed educativo, modificata con la legge 29 giugno 1939, n.1497 sulla protezione delle bellezze naturali, tuttora vigente ed integrata con la legge 8 agosto 1985, n.431. Il 1923 segna l'istituzione del parco nazionale d'Abruzzo, parco che per anni avrà una storia tormentata prima per il fascismo poi per la pressione turistico—edilizia.

Verranno istituiti negli anni a seguire il parco nazionale dello Stelvio (1935), il parco nazionale del Circeo (1934) e il parco nazionale della Calabria (1968) che vanno a completare i cosiddetti "Parchi storici" (Beato, 1999).

La tutela della natura e del paesaggio, però , nasce e resta per lungo tempo separata dalla pianificazione del territorio. Natura, paesaggio, arte e storia da una parte, e città e territorio dall'altra, restarono separati in sfere autonome, affidati a responsabilità di diverso livello di governo (centrale e locale) e gestiti con strumenti diversi (vincoli legali e piani).

A partire dagli anni Settanta vennero predisposte numerose proposte legislative di origine politica, scientifica e ambientale per una legge quadro nazionale sulle aree protette. Si parte dalla proposta di legge Ciffarelli del 1970, che ha rappresentato la traccia per i successivi progetti. Tale proposta, mentre considerava ancora i parchi come elementi isolati da conservare, già introduceva l'esigenza della pianificazione del parco articolata per zone (Dente, 1990). Con il completamento della regionalizzazione del 1977 si moltiplicarono i progetti di legge quadro, oscillando tra tesi centraliste e tesi regionaliste, ma ribadendo l'esigenza della pianificazione.

Nell'ottobre del 1980 si tenne a Camerino (nelle Marche) un convegno indetto dal Comitato per i parchi nazionali e le riserve analoghe. Al convegno convogliarono le esperienze delle comunità scientifiche e dell'ambientalismo italiano che, attraverso una eccezionale cooperazione, elaborarono la "strategia italiana per la conservazione". Obbiettivo era quello di tutelare il 10% del territorio nazionale, chiamando in causa in questa azione di rilevanza prima sociale che politica, lo Stato e soprattutto le Regioni (Beato, 1999, p. 45).

Nel 1986, anche in Italia viene istituito il Ministero dell'Ambiente in risposta all'aggravarsi della crisi e delle emergenze ambientali in molti settori. Il nuovo Ministero, istituendo sei nuovi parchi nazionali con la legge 305/89, dà nuova linfa alla politica pubblica delle aree protette.

Ma è la legge 394/91, legge quadro sulle aree protette, che riordina l'intera materia dando un vigoroso impulso allo sviluppo delle aree protette, coinvolgendo la maggior parte delle regioni italiane.

La dinamica storica degli ultimi anni può essere ben rappresentata e ricostruita da un punto di vista quantitativo come appare dalla tabella seguente.

ANNI AREE PROTETTE ETTARI VAL. %
1984 339 963.800 3,2
1996 754 3.041.046 10,1

Fonte: AA.VV., 1998, Statistiche ambientali, Roma, ISTAT; su dati Ministero dell'Ambiente - centro di studio per la genetica evoluzionistica del CNR.

2.2 LA LEGGE 394/1991

Quella sulle aree protette è di sicuro una legge rimasta nel limbo per un tempo incredibilmente lungo. Il suo cammino è stato così accidentato che pochi ormai credevano in un suo approdo positivo. Le prime proposte di legge sui parchi, come è noto, risalgono al 1964. Fino al 1970, però, l'anno in cui vengono istituite le Regioni, il dibattito e l'interesse per le aree protette, malgrado le proposte di legge, non vanno molto al di là di ambienti culturali piuttosto ristretti.

Sono gli ambientalisti—conservazionisti ad agitare la questione, mentre le forze politico—sociali mostrano ancora scarsa attenzione e sensibilità per la questione. Azioni positive si registrano quando la tutela del territorio può giocare un ruolo determinante nella lotta contro grosse speculazioni edilizie che minacciano, in quegli anni, ambienti di grande pregio. Molti dei parchi che saranno istituiti negli anni successivi, prenderanno corpo proprio all'insegna delle battaglie contro le operazioni scellerate di individui votati al guadagno, operazioni purtroppo non sempre sconfitte (Lewanski, 1990; in Dente, pp. 281-314).

In mancanza di una legge nazionale che tutelasse il patrimonio naturalistico italiano, le Regioni ritennero giusto impegnarsi concretamente nella istituzione dei parchi, piuttosto che limitarsi a protestare nei confronti delle inadempienze dello Stato e dei ritardi del Parlamento.

Nei primi anni Ottanta, nel corso della settima legislatura, dalla collaborazione tra Ministero dell'agricoltura e foreste, Italia Nostra, WWF Italia e CAI, prende corpo la prima iniziativa legislativa in materia da parte del Governo. Ne è fautore il Ministro senatore Giovanni Marcora che intende così adempiere al disposto di cui all'art. 83 del DPR n. 616/1977 che aveva fissato nel 31 dicembre 1979 il termine per l'approvazione della disciplina generale di parchi e riserve naturali. Il disegno di legge n.711 del 7 febbraio 1980 prevedeva, tra l'altro, l'adeguamento dei parchi nazionali esistenti, la costituzione dei parchi nazionali in enti autonomi (come già per il Parco d'Abruzzo e per quello del Gran Paradiso), la ripartizione del territorio del parco in zone con diversificazione di destinazione e tutela, l'indicazione delle attività vietate perché incompatibili, l'istituzione di otto parchi nazionali nonché di riserve e parchi marini e di un servizio autonomo per le riserve naturali e, infine, del Consiglio nazionale per la protezione del patrimonio naturale con compiti di coordinamento, di indirizzo e di controllo degli enti gestori delle aree naturali protette, affidato alle rappresentanze di tutti i soggetti interessati (Stato, Regioni, comunità montane, comunità scientifica e associazioni ambientalistiche) (Lewanski, 1990; in Dente, pp. 281-314).

Durante i giorni 28, 29 e 30 ottobre dello stesso anno, l'Università di Camerino ospitò lo storico convegno promosso dal WWF Italia e dal Comitato parchi e riserve analoghe operante nell'ambito del Parco nazionale d'Abruzzo. La conferenza si concluse lanciando la sfida, allo Stato e alle Regioni, di realizzare entro la fine del secolo un sistema di aree naturali protette su una superficie pari ad almeno il 10% del territorio nazionale. Alla fine dell'ottava legislatura, il disegno di legge Marcora, unificato con altri, decadde e così anche le proposte legislative presentate e discusse nell'ottava e nella nona legislatura.

All'inizio della decima legislatura (1987-1992) è ancora viva l'eco della tragedia di Chernobyl. Nel Parlamento italiano per la prima volta entra in scena uno schieramento di deputati e di senatori verdi che, nonostante le loro provenienze disparate, si ripromettono alcuni obiettivi comuni a quelli del movimento ambientalista.

Ma l'attenzione verso la problematica ambientale arriva anche da parte di parlamentari di derivazione politico—partitica tradizionale. La normativa sulle aree naturali protette è, in quegli anni, quella che subisce il maggior ritardo nella lista di attesa dei progetti di legge: più volte sul punto di essere votata nelle precedenti legislature, i suoi ostacoli maggiori sono stati i perenni conflitti di competenze tra Stato e Regioni, le persistenti sacche di arretratezza culturale sui temi della conservazione della natura e, infine, per la prematura interruzione di alcune legislature. Tra i vari progetti di legge presentati al Parlamento durante la decima legislatura, quello sul quale converge alla Camera l'adesione di 38 deputati di quasi tutti i gruppi parlamentari reca il numero 1964 (26 novembre 1987). Il Ministro dell'ambiente Giorgio Ruffolo rinuncia a presentare un autonomo disegno di legge del Governo affermando la validità del p.d.l.n. 1964/1987 e riservandosi eventuali modifiche e integrazioni. L'iter legislativo inizia alla Camera (relatore l'on. Piero Angelini dapprima e l'on. Franco Ciliberti in un secondo tempo) su un testo unificato che di fatto si fonda sulla p.d.l.n. 1964/1987 (Lewanski, 1990; in Dente, pp. 281-314). Gli aspetti di più acuto conflitto nel dibattito parlamentare (specialmente durante la prima lettura della legge presso la commissione ambiente, territorio e lavori pubblici della Camera) riguardano le modalità di reclutamento dei direttori (art. 9), il nulla osta del Consiglio direttivo dell'ente per intervenire, impianti e opere all'interno del parco (art. 13), la sorveglianza (art. 21), l'elenco dei nuovi parchi nazionali (Moschini, 1992).

La legge 6 dicembre 1991 n. 394 è stata approvata in via definitiva alla Camera dei deputati il 20 novembre 1991, ed è entrata in vigore il successivo 28 dicembre (Moschini, 1992). Un evento di grande importanza e che ha rimesso il nostro Paese in sintonia con le nazioni della Comunità Europea e del resto del mondo. Infatti dai passi barcollanti dei primi decenni del secolo, quando la conservazione della natura era intesa unicamente come tutela delle bellezze del paesaggio, si è arrivati finalmente ad una normativa organica e unitaria con una visione finalmente globale, comprensiva anche della protezione dei valori ecologici e scientifici.

Ma cerchiamo, ora, di analizzare gli aspetti più qualificanti della legge, cercando di sintetizzare le novità e gli obbiettivi della normativa.

La legge prevede l'istituzione degli enti parco, l'elaborazione di un piano per il parco, l'emanazione di un regolamento disciplinante le attività consentite nell'area nonché la redazione di un piano pluriennale finalizzato a promuovere, nel rispetto delle esigenze di tutela del territorio, ogni iniziativa di sviluppo economico—sociale a favore delle collettività residenti all'interno o nelle zone limitrofe del parco. Sintetizzando, la legge quadro, è la risultante di un compromesso fra politica di sviluppo ed una politica di tutela dei valori ambientali situate in potenziale conflitto fra loro.

In particolare l'ente parco, previsto dalla legge, è non solo un ente gestore del parco ma, soprattutto, ente normativo che emana la disciplina cui si deve sottoporre il relativo territorio, sotto il profilo sia urbanistico che paesistico— ambientale.

Passiamo ad analizzare i beni oggetto della speciale tutela e gestione; questi sono i territori ove sono presenti le formazioni fisiche, geologiche e biologiche o gruppi di esse, di rilevante valore naturalistico ed ambientale (Moschini, 1992). Le finalità da perseguire sono:

Le aree naturali protette sono descrivibili attraverso la seguente classificazione:

  1. parchi nazionali;
  2. parchi naturali regionali;
  3. riserve naturali.

Queste ultime, in base all'importanza degli interessi presenti possono essere statali o regionali. Riguardo l'ambiente marino la legge distingue:

La classificazione delle aree naturali protette è stata così integrata, ai sensi dell'art. 2 comma 5, della legge 394/91, da parte del comitato per le aree naturali protette sulla base del parere espresso dalla consulta per le aree naturali protette (Moschini, 1992). Risulta adottata la seguente classificazione:

  1. parco nazionale;
  2. riserva naturale statale;
  3. parco naturale interregionale;
  4. parco naturale regionale;
  5. riserva naturale regionale;
  6. zona umida di importanza internazionale, ai sensi delle convenzioni di Ramsar, di cui al D.P.R. n. 448/1976;
  7. zona di protezione speciale (ai sensi della direttiva 79/409/CEE concernente la conservazione degli uccelli selvatici);
  8. zona speciale di conservazione (in conformità della direttiva 92/437/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche);
  9. altre aree naturali protette.

Le linee fondamentali dell'assetto del territorio vengono tracciate dal Comitato per le aree naturali protette sulla base della carta della natura, predisposta dai servizi tecnici nazionali previsti dalla L. 183/1989. Il Comitato è composto da sei ministri o sottosegretari delegati e da sei presidenti di regione o assessori delegati compreso il Ministro per l'ambiente.

Le funzioni di tale organo sono l'integrazione della classificazione delle aree protette, l'adozione del programma per le aree naturali protette di interesse nazionale ed internazionale e l'approvazione dell'elenco ufficiale delle aree naturali protette.

Sulla base delle suindicate funzioni viene redatto il programma triennale per le aree naturali protette di interesse nazionali ed internazionali. Il piano prevede la determinazione dei territori facenti parte delle aree d'interesse internazionale, nazionale e regionale; l'ampliamento delle aree e l'indicazione del termine per l'istituzione di nuove aree naturali protette; la ripartizione delle disponibilità finanziarie per ogni area; le previsioni di contributi in conto capitale; la determinazione dei criteri e degli indirizzi a cui devono uniformarsi, nell'attuazione del programma, lo Stato, le Regioni e gli organismi di gestione delle aree protette.

Organo gestore a livello locale è l'Ente Parco. L'ente ha personalità giuridica di diritto pubblico, ha sede legale ed amministrativa nel rispettivo territorio ed è sotto la vigilanza del Ministro dell'ambiente (Moschini, 1992).

Esso è composto da:

  1. il presidente;
  2. il consiglio direttivo;
  3. la giunta esecutiva;
  4. il collegio dei revisori dei conti;
  5. la comunità del parco.

Le persone nominate durano in carica cinque anni con la possibilità di essere rinominate una sola volta. Lo strumento affidato all'Ente Parco per la tutela dei valori naturali ed ambientali è il piano per il parco (art. 12, L.394/91). Il piano deve provvedere alla organizzazione generale dell'area in special modo ai regimi vincolistici, ai sistemi di accessibilità, ai servizi ed alle attrezzature per la gestione del parco, agli interventi sulla biodiversità, alla suddivisione del parco in base al diverso grado di protezione. Queste zone sono suddivise in:

  1. riserve integrali (ambiente integralmente conservato);
  2. riserve generali orientate (uniche attività consentite quelle produttive tradizionali, la costruzione di infrastrutture strettamente necessarie, manutenzione ordinaria e straordinaria);
  3. aree di protezione (sono consentite attività esercitate secondo gli usi tradizionali, secondo i metodi di agricoltura biologica, attività agro — silvo — pastorali, pesca e raccolta di prodotti naturali);
  4. Aree di promozione sociale (pur facenti parte dello stesso ecosistema, sono rappresentate da quei territori più ampiamente modificati dai processi di antropizzazione).

Il piano del parco deve essere predisposto dall'ente parco entro sei mesi dalla istituzione dello stesso ed è adottato dalla regione entro i quattro mesi successivi.

Se il piano non viene predisposto dall'ente entro il tempo stabilito, o se la regione non lo adotta entro i quattro mesi, il Ministro dell'ambiente si sostituisce all'amministrazione inadempiente nominando un commissario ad acta.

L'art. 11 comma 2, della legge 394/91, tratta l'argomento del regolamento del parco. Secondo l'articolo il regolamento del parco disciplina:

  1. la tipologia e le modalità di costruzione di opere e manufatti;
  2. lo svolgimento delle attività artigianali, commerciali, di servizio ed agro — silvo — pastorali;
  3. il soggiorno e la circolazione del pubblico con qualsiasi mezzo di trasporto;
  4. lo svolgimento di attività sportive, ricreative ed educative;
  5. lo svolgimento di attività scientifiche e biosanitarie;
  6. i limiti di emissioni sonore, luminose o di altro genere, nell'ambito della legislazione in materia;
  7. lo svolgimento delle attività da affidare ad interventi di occupazione giovanile, di volontariato, con riferimento particolare alle comunità terapeutiche ed al servizio civile alternativo;
  8. l'accessibilità nel territorio del parco attraverso percorsi e strutture per disabili, portatori di handicap ed anziani.

Nel comma 3 dello stesso articolo sono specificati i divieti in vigore nel territorio del parco. Essi sono:

  1. catturare, uccidere, danneggiare, disturbare le specie animali, raccogliere e danneggiare specie vegetali, escluse le zone dove sono consentite attività agro — silvo — pastorali, nonché introdurre specie estranee, vegetali o animali, che possono alterare l'equilibrio naturale;
  2. aprire e gestire cave, miniere e discariche, nonché asportare materiali;
  3. modificare il regime delle acque;
  4. esercitare attività pubblicitarie fuori dai centri urbani;
  5. introdurre ed impiegare qualsiasi mezzo di distruzione o di alterazione dei cicli biogeochimici;
  6. introdurre, da parte dei privati, armi, esplosivi ed ogni mezzo distruttivo o di cattura, se non autorizzati;
  7. usare fuochi all'aperto;
  8. sorvolare con veicoli il territorio del parco senza autorizzazione.

Il regolamento deve anche precisare le eventuali deroghe ai suddetti divieti.

L'approvazione del regolamento è di competenza del Ministro dell'ambiente, sentita la consulta, di intesa con le Regioni e le Provincie autonome, e previo parere degli enti interessati, che deve essere espresso entro quaranta giorni dalla richiesta ministeriale.

Si è voluto dare uno scorcio delle novità introdotte dalla legge 394/91 per far capire l'importanza che ha avuto la sua introduzione, sia a livello nazionale, sia al livello regionale.

Il nostro Paese ha finalmente la possibilità di creare un "sistema" di aree protette, al quale deve essere ricondotto ogni argomentazione del dibattito pubblico, come realmente si sta riscontrando. Ed è questa la struttura simbolica che è stata messa in ombra da molti studiosi e dagli esperti dell'ambiente: le aree naturali protette del nostro paese diventano un sistema rompendo con le difficoltà burocratiche e provincialiste del passato.

All'interno della legge 394/91 appare evidente la consapevolezza del decisore pubblico di prestare attenzione agli aspetti dell'estetica naturalistica dei valori scenici e dei panorami, alla maturazione dell'ecologia come scienza ed all'intenso e complicato rapporto tra sistemi sociali e sistemi ambientali.

Finalità fondamentale della legge è la promozione delle attività educative ambientali che insieme alla formazione lavorativa, alla ricerca scientifica e alle attività ricreative eco—compatibili è il mezzo di maggior sensibilizzazione dell'opinione pubblica. Tutte queste attività previste dalla legge hanno in questi anni portato il sistema delle aree naturali protette del nostro Paese a cercare di raggiungere l'intento, auspicato da molti, di creare una rete ecologica Nazionale (REN) quale articolazione della rete europea EECONET (European Ecologial Network) avente lo scopo dell'identificazione di specie ed habitat di importanza europea e lo sviluppo di misure per la conservazione dell'integrità dei sistemi naturali dai quali essi dipendono. È evidente come il nostro paese, se sarà in grado di raggiungere un progetto tanto ambizioso, possa essere un laboratorio di significativa importanza, europeo ed internazionale, nell'applicazione delle più avanzate e sofisticate strategie di conservazione e tutela della natura e di sviluppo sostenibile locale, avendo un territorio disegnato da rilevanti sistemi ambientali costellati da un fitto ed articolato sistema di aree naturali protette.

Ma i problemi non sono mancati e tuttora affliggono la regolare crescita del sistema delle aree protette.

Nel 1996, anno dell'insediamento del Governo Prodi, dopo quasi cinque anni dall'approvazione della legge quadro sulle aree protette, nessun parco nazionale aveva la pianta organica operativa, circa la metà dei parchi mancava del direttore, i finanziamenti erano talmente esigui da non consentire un normale funzionamento degli Enti Parco. Senza l'operatività degli Enti Parco non si potevano fare né i regolamenti del parco, né i piani del parco, né tantomeno definire i piani per lo sviluppo economico e sociale delle comunità locali. Indebolendo la credibilità dei nuovi parchi nazionali e alimentato le critiche al nuovo sistema delle aree protette avviato dalla legge 394/91 questi ritardi hanno procurato non pochi problemi. Principali cause di tali ritardi sono: la struttura del Ministero dell'Ambiente non adeguata ai nuovi compiti previsti dalla legge quadro; un impegno dei Governi e del Parlamento non all'altezza delle aspettative; la complessità delle procedure amministrative e l'estrema burocratizzazione; una scarsa comunicazione e collaborazione fra Stato, Regioni e enti locali.

Sotto accusa sono le modalità, le procedure, gli strumenti, che dovevano assicurare quella leale cooperazione istituzionale, condizione fondamentale per la realizzazione di un sistema di aree protette; cooperazione che doveva evitare di mettere su il gradino più elevato lo Stato (Valbonesi, 2000).

Gli organismi preposti al raccordo fra Stato e Regioni (il Comitato per le aree protette e la Consulta tecnica) hanno fallito nel loro compito, così, il rapporto Regioni—Stato è stato gestito alla vecchia maniera, in una estenuante e sempre frammentaria trattativa tra uffici ministeriali e Regioni e con gli stessi parchi, al di fuori di qualsiasi visione di insieme e trasparenza.

I decreti Bassanini, modificando di fatto la legge e non soltanto per quanto riguarda questi organi misti soppressi, hanno aperto nuove prospettive alla collaborazione tra Stato e Regioni.

Con affanno, molti dei ritardi sono stati recuperati e quasi tutti gli Enti Parco sono in grado di funzionare con presidenti, direttori, consigli direttivi, comunità del parco, piante organiche e la gran parte degli statuti; gli stanziamenti ordinari sono aumentati significativamente. La legge 394/91 è oggetto anche di un dibattito istituzionale che riguarda due aspetti essenziali: il rapporto fra Stato, Regioni ed autonomie locali e la programmazione e la gestione del territorio e delle attività economiche. L'obiettivo generale della normativa nazionale deve essere perseguito da tutto il sistema istituzionale con funzioni differenziate: dallo Stato, dalle Regioni, dalle Province, dai Comuni e dalle Comunità montane. Lo Stato garantisce in primo luogo, l'attuazione degli accordi internazionali e delle direttive e delle politiche europee; in secondo luogo deve garantire la tutela e la valorizzazione, nel breve e nel lungo periodo, del patrimonio naturale e ambientale del Paese.

Questo patrimonio naturale e ambientale va conservato per obbligo internazionale e perché è una risorsa strategica per il paese.

Ma il tema più discusso, e che ha suscitato numerosi conflitti a livello locale, è il divieto di attività venatorie, stabilito dalla legge 394/91, nelle aree naturali protette. Attendibili studi scientifici dimostrano che la fauna selvatica, disturbata e ridotta di numero dal prelievo venatorio, tende a rifugiarsi nelle zone meno accessibili, non sempre le più idonee alla riproduzione, rischiando pesanti riduzioni delle popolazioni che sono difficilmente valutabili preventivamente.

In conclusione, nella legge 394/91 si è stabilizzato un difficile e delicato equilibrio che consente una estesa partecipazione delle comunità locali ed una leale collaborazione con le Regioni in forme compatibili col carattere dei parchi nazionali, ed in forme improntate ad una forte autonomia nella istituzione e gestione dei parchi e delle riserve regionali. Rompere questo delicato equilibrio rischia di ridurre l'impegno dello Stato in un settore decisivo di rilevanza internazionale e nazionale.

2.3 I PARCHI REGIONALI NELLA LEGGE QUADRO

La categoria dei parchi regionali nasce in Francia nel 1967 (Decreto I marzo 1967, n. 67/158) come strumento di competenza dello Stato, trasferita poi alle Regioni nel 1975, data in cui vengono introdotti gli strumenti di piano costituiti dalla Charte Costitutive con annesso Plan du parc(Scarabotti, 1997). Visto che la categoria dei parchi nazionali si adattava bene a territori poco abitati e di alto valore nazionale ed internazionale era chiara la necessità di adottare una nuova categoria di parco per territori accessibili, popolati ed interessati da attività economiche e produttive di vario tipo. Il sistema francese si distingue per avere integrato le finalità conservative, ricreative e di ricerca scientifica con obbiettivi di sviluppo socio—economico e per avere introdotto nei parchi visioni e procedimenti innovatori in uso solitamente nella pianificazione urbanistica. Nel corso degli anni i parchi regionali hanno trovato una definizione giuridica sempre più precisa grazie a sistemazioni legislative sempre più dettagliate (Migliorini, Moriani, Vallerini, 1999, p.161).

I parchi regionali italiani sono sorti sulla falsariga di quelli transalpini. Primo fra tutti è il parco lombardo della valle del Ticino, istituito il 9/1/1974, grazie ad un progetto di legge di iniziativa popolare presentato nel 1972. La storia della sua istituzione si intreccia con quella del trasferimento delle competenze in materia alle Regioni. La facoltà di istituire parchi regionali viene disposta con il Dpr.15/1/1972 n.11, laddove si attribuiscono alle Regioni poteri di protezione della natura "non contrastanti con quelli dello Stato". Il decreto suscitò però molte polemiche che furono sedate con il successivo Dpr.616/77. A conclusione di questa evoluzione normativa, il primo piano territoriale di coordinamento del primo parco regionale italiano viene approvato con la Lr.22/3/1980, n.33 (Scarabotti, 1997).

Durante la lunghissima gestazione pluridecennale della legge quadro nazionale sui parchi, la 394/91, grazie ad un intenso lavoro politico sfociato in una miriade di susseguenti disegni di legge, anche altre Regioni, seguendo l'esempio della Lombardia, sviluppano una propria politica per le aree protette attraverso nuove leggi, piani e parchi. Le Regioni si sono così dimostrate, nel ventennio precedente la legge 394/91, molto attive, giungendo a costituirsi come modello per l'elaborazione della legge quadro nazionale (Scarabotti, 1997, pp.11-20).

Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, le aree protette individuate dalla legge 394/91 art. 2 sono classificate in:

  1. parchi nazionali;
  2. parchi naturali regionali;
  3. riserve naturali statali e regionali.

Finalmente la legge prescrive il piano per il parco e stabilisce che i parchi naturali regionali siano costituiti da "aree terrestri, fluviali, lacuali ed eventualmente da tratti di mare prospicienti la costa, di valore naturalistico ed ambientale" che formano "nell'ambito di una o più regioni limitrofe, un sistema omogeneo individuato dagli assetti naturali dei luoghi, dai valori paesaggistici ed artistici e dalle tradizioni culturali delle popolazioni locali" (legge 394/91, art.2, comma 2). Analizzando l'art.2 si può individuare la discriminante atta a distinguere il parco regionale da quello nazionale. Essa risiede nel fatto che l'area del parco nazionale ha un valore intrinseco oltre che in relazione all'uomo, valore sottolineato nel testo di legge dal concetto di ecosistema e dal valore scientifico e naturalistico, mentre l'area del parco regionale ha soprattutto un valore relazionale sottolineato dal valore ambientale, in relazione alla fruizione antropica (Ceruti, 1993; cit. in Scarabotti, 1997, p.12). Sotto il punto di vista della pianificazione i parchi regionali, anche grazie alla ormai trentennale esperienza di pianificazione, sono quelli che ricoprono il maggiore interesse, sia per le sperimentazioni scientifiche ed i progetti di orientamento ecologico—ambientale, sia per le indicazioni che tali lavori possono fornire ad altri livelli di piano caricati di istanze ambientali, quali i piani di coordinamento provinciali e i piani regolatori comunali.

In riferimento alla legge 394/91 la Regione esercita, attraverso i suoi servizi, importanti funzioni. Giova in questa sede elencarle particolarmente.

  1. Legislative ed istituzionali: promulga le leggi di settore e di istituzione dei nuovi parchi e provvedimenti di istituzione delle riserve naturali; di pianificazione: elabora il piano regionale dei parchi, approva i piani territoriali dei parchi ed i programmi di gestione delle riserve naturali;
  2. di programmazione: elabora i programmi di investimento assegnando, sulla base delle risorse comunitarie, nazionali e statali, i finanziamenti agli enti di attività, controllandone i risultati e approvando i piani di sviluppo del territorio;
  3. di indirizzo: definisce linee guida per lo svolgimento di attività di pianificazione, programmazione e gestione tecnica e amministrativa delle Aree protette;
  4. di coordinamento: coordina gli aspetti legali, finanziari, operativi, informativi, realizzando banche dati, progetti, ricerche, attività a vantaggio di tutte le aree protette regionali.

Nel piano regionale dei parchi, che é parte del piano territoriale paesistico regionale, sono individuati i parchi istituiti e quelli in programma, le riserve istituite e le zone di maggiore interesse naturalistico e paesaggistico—ambientale dove creare nuove riserve. Il sistema di aree protette comprende territori rappresentativi della diversità biologica ed ecologica della regione e al suo interno si trovano la maggior parte degli ambienti rari e minacciati, con molte stazioni di entità floristiche o faunistiche rare a livello regionale.

Gli Enti di Gestione, con l'apporto degli enti locali che ne fanno parte e la Regione, lavorano quindi a edificare e consolidare un sistema di territori protetti in cui la diversità biologica e delle culture, che costituiscono il patrimonio non solo delle regioni ma del Paese e del pianeta, vengono conservate e tramandate alle generazioni future (Osti, 1992) .

Si è sottolineato che i parchi hanno finalità essenzialmente conservative e ricreative. Volendo scendere nel dettaglio possiamo abbozzare un elenco delle finalità più completo, non essendo la finalità conservativa da sola sufficiente a descrivere i compiti di un parco regionale. La conservazione deve essere quindi integrata da altre finalità costruttive i cui risultati possano essere utilizzati da tutti e in tutti i territori, affinché la protezione della natura, propagandosi dalle aree protette come principio guida per un equilibrata politica delle risorse, giunga a dirigere nel giusto modo le attività umane sino al centro degli ambienti maggiormente antropizzati (Giacomini e Romani, 1986). Queste ulteriori finalità sono:

  1. opera di prevenzione attraverso una valutazione anticipata degli effetti sull'ambiente degli interventi antropici;
  2. funzione storico—culturale riferita sia ai beni culturali di carattere eccezionale (chiese, castelli, monumenti, ville, ecc.), sia a quelli della cultura materiale legata al sistema produttivo agricolo o industriale;
  3. promozione dello sviluppo socio—economico, soprattutto nelle zone marginali e depresse, sia attraverso la riqualificazione delle attività economiche locali tradizionali, sia approfittando delle occasioni fornite dalla presenza del parco attraverso lo sviluppo di attività economiche legate alla fruizione dell'area;
  4. sviluppo della fruizione ricreativa predominante nei parchi regionali rispetto a quelli nazionali predisponendo idonee aree attrezzate;
  5. incentivazione della ricerca scientifica la funzione didattico—educativa e della formazione professionale per dare sempre più professionalità alle attività di chi lavora o di chi lavorerà nel settore ambientale;
  6. infine, la necessità di trasformare il parco luogo di sperimentazione, intendendo l'attività pianificatoria e progettuale come un atto perennemente sperimentale.

Se queste sono le funzioni dettate dalla legge quadro per i parchi regionali, non vanno dimenticate però le aspre lotte e gli innumerevoli conflitti che da sempre rappresentano i principali ostacoli alla realizzazione dei parchi stessi. Il partito degli oppositori è composto dalle comunità locali operanti specialmente nel settore agricolo che vedono nel parco un forte ostacolo all'attività economica anziché uno strumento di protezione ambientale. Le ragioni di questo problema vanno sicuramente ricercate nell'assenza del fenomeno ambientalismo che rimane ancora essenzialmente un fenomeno urbano. Gli altri nodi problematici sono le attività estrattive, le normali attività antropiche urbane e produttive che vanno a cozzare apertamente con gli obbiettivi del parco (ad esempio i grandi impianti tecnologici), per finire con il turismo di massa che "divora" l'ambiente grazie anche ad una carente e cattiva educazione civica ed ambientale. Occorre quindi tenere conto delle capacità di portata degli ecosistemi (carrying capacity), per evitare l'innescarsi di meccanismi irreversibili di degrado che possono condurre ad un punto di non ritorno dal quale diventa impossibile ristabilire l'equilibrio originario del singolo ecosistema (Beato, 1999).

Nonostante i risultati positivi prodotti dalla legge quadro, il problema principale dei parchi regionali, trasversale ai problemi elencati sopra, è quello del consenso, fondamentale in quanto necessario per legittimare l'esistenza e spesso la sopravvivenza dei parchi stessi.

Si può concludere osservando che il parco dovrebbe costituirsi come il luogo della risoluzione dei conflitti e della costruzione di nuove tipologie di rapporti tra le varie forze che operano all'interno dello stesso (Viola, 1988).

2.4 I PARCHI REGIONALI IN ITALIA: LA PROBLEMATICA SOCIALE E POLITICA

Nel dicembre 1991, con l'emanazione della legge quadro sulle aree protette, si concludeva un cammino arduo e di non breve durata, contrassegnato da arresti e rinvii, da polemiche accese e dall'indifferenza di molti. L'approvazione quasi all'unanimità delle forze politiche generò grande sorpresa anche perché dietro quel consenso vi erano obbiettivi e posizioni non del tutto identici. I conflitti sono stati quasi sempre generati da ritardi, errori, incomprensioni ministeriali, ma anche dall'atteggiamento attendista di molte Regioni ed enti locali che di fronte alle richieste legittime, sociali e strumentali, hanno dimostrato in troppe occasioni poco coraggio e capacità di governo. La nuova legge ha rimesso in moto, dopo quasi mezzo secolo di scandalosa inerzia, lo Stato, assegnando allo stesso un ruolo per controllare i poteri delle Regioni, ruolo mai esercitato positivamente. Alle Regioni viene riconosciuto finalmente un ruolo rimasto finora vago, contestato e affidato esclusivamente alla loro buona volontà. La legge le riconosce finalmente autonome e gli conferisce il diritto di un aiuto decisionale e finanziario dello Stato.

Nonostante ciò, il sistema delle aree protette regionali rileva ancora un panorama articolato e complesso riguardo al quale la valutazione politico—sociale non appare del tutto soddisfacente.

Il problema centrale che viene solitamente sottolineato risiede nella mancanza della crescita delle azioni regionali di conservazione dell'ambiente attraverso lo strumento parco (Osti, 1992).

Anche per la politica delle aree protette, così come, purtroppo, per altre politiche, il Paese continua ad essere spezzato a metà. Molte Regioni del meridione, anche se si sono adeguate alla Legge 394/91, non hanno ancora istituito nessun parco e non sembra prevedibile che ciò possa avvenire entro breve termine. Anche nelle Regioni dove da anni sono istituiti parchi e riserve regionali sono presenti, salvo rare eccezioni come nel caso dell'Emilia—Romagna, della Toscana, del Lazio, dell'Abruzzo e delle Marche, forti difficoltà finanziarie e normative che impediscono alle aree protette di operare con tranquillità e sicurezza (Moschini, 1998).

Al disinteresse, o alla deresponsabilizzazione, di alcune Regioni nei confronti dei propri parchi si affianca purtroppo, in altri casi, una vera e propria volontà di smantellamento e di delegittimazione del ruolo delle aree protette come soggetti preposti alla regolazione ed alla programmazione nell'uso delle risorse territoriali ed all'ecosviluppo (Osti, 1992). Anche i processi di decentramento delle funzioni amministrative, conseguenti ai così detti Decreti Bassanini, avviati da alcune Regioni relativamente ai parchi regionali sollevano dubbi e preoccupazioni perché sembrano improntati innanzitutto allo scarico di responsabilità verso le Provincie anziché derivare da un disegno complessivo di riorganizzazione e di rilancio del sistema partendo dalla riconferma della funzione delle aree protette nel quadro delle politiche territoriali della Regione.

Il rilancio delle politiche per i parchi regionali risulta ormai necessario per rendere attivo e realmente funzionante il sistema nazionale di aree naturali protette, politiche che competono innanzitutto alle Regioni ma che debbono essere richieste e sollecitate con forza dagli organi dello Stato (Melandri, 1987). Le norme regionali vigenti in materia di parchi e di riserve naturali e la legge quadro nazionale necessitano, secondo organi del settore, di adeguamenti e modifiche malgrado il raggiungimento di obiettivi di innegabile valore. Tale rivisitazione, in particolare, dovrebbe essere finalizzata ad armonizzazione la normativa regionale con le disposizioni contenute nella legge quadro nazionale (L.394/91 e successive modifiche ed integrazioni) al fine di consentire una maggiore efficienza e fluidità della gestione sia nelle organizzazione tecnica che in quella amministrativa.

Molte Regioni hanno già avviato il processo di adeguamento alla legge quadro mentre altre si trovano ancora in un limbo da cui risulta difficile uscire. Alcune (come la Campania, l'Umbria, le Marche) hanno preso l'occasione al balzo per dotarsi di uno strumento legislativo mentre altre (come la Lombardia, la Sicilia o il Trentino), a causa del loro sistema normativo molto articolato e sviluppato, devono procedere ad elaborare complessi adeguamenti per far viaggiare all'unisono il loro sistema consolidato con quello proposto dalla legge quadro (Migliorini, Moriani, Vallerini, 1999, p. 25). Due direzioni quindi; da un lato procedure di adeguamento semplicistiche alla nuova legge dall'altro procedure di mantenimento—arricchimento del precedente sistema legislativo. Per quanto riguarda l'Ente di Gestione ognuno ha provveduto secondo le proprie esigenze adeguandosi o meno alle disposizioni nazionali; libertà comunque concessa dalla stessa 394 che rimanda alla stessa 142/90.

Rilevante è il dibattito sulle questioni finanziarie, legate alla progressiva riduzione degli stanziamenti. I pochi trasferimenti agli enti mortificano il loro ruolo istituzionale, vanificando i loro sforzi progettuali ed organizzativi e ritardando i processi di sviluppo eco—compatibile tanto attesi dalle comunità locali per una riqualificazione dei processi produttivi all'interno del territorio.

Oltre una rivisitazione della struttura del bilancio regionale è necessaria la garanzia da parte degli organi preposti di sicuri e idonei finanziamenti, necessari in un settore fondamentale per lo sviluppo economico e la crescita della nostre Regioni e per la tutela e la valorizzazione delle risorse naturali.

2.5 I PARCHI REGIONALI E LO SVILUPPO SOSTENIBILE

L'Italia è il Paese più ricco di biodiversità in Europa detenendo più di un terzo del patrimonio faunistico. In cifre si contano 638 specie di vertebrati fra i quali 97 specie di mammiferi, 406 di uccelli, 48 rettili, 30 anfibi, 57 pesci ossei e ciclostomi. Con 5.599 specie floristiche e una notevole diversità di ambienti e paesaggi il territorio italiano, che è il più ricco di beni culturali nel mondo custodendo tradizioni culturali e attività locali ancora vitali, rappresenta un laboratorio socio—ambientale di proporzioni enormi (AA.VV., 1995, pp. 269-271).

Le aree naturali protette sono in questa prospettiva una straordinaria occasione per il riconoscimento e la promozione a livello nazionale ed internazionale di territori e di identità locali. Un valore aggiunto quindi che il nostro Paese ha rispetto ad altri, rappresentato da un intenso intreccio di natura e cultura.

Per questo un progetto di conservazione della natura in Italia è insieme un progetto di tutela, valorizzazione e di promozione di questo tessuto di relazioni.

Questa strategia di conservazione si lega così indissolubilmente alle politiche di sviluppo territoriale e rurale facendo dei parchi una grande occasione per una politica di sviluppo sostenibile attraverso la quale realizzare in forme inedite ed avanzate l'obiettivo storico del riequilibrio territoriale.

Il concetto di sviluppo sostenibile fu presentato nel 1987 nel rapporto della commissione Brundtland, istituita dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1983 e costruita da sei membri dei Paesi occidentali, tre dell'Europa orientale e dodici dei paesi del Sud. Secondo il Rapporto Brundtland, lo sviluppo sostenibile è lo sviluppo che soddisfa i bisogni delle generazioni presenti senza compromettere le possibilità per le generazioni future di soddisfare i propri. È un processo di sviluppo economico basato su risorse rinnovabili che rispetta i processi ecologici di base, la diversità ecologica ed i sistemi naturali di sostentamento della vita umana, animale e vegetale (Vaillancourt, 1995; cit. in Mehta e Quellet, pp. 219-230).

Il dibattito, acceso fino ai giorni nostri, sta passando da una fase di elaborazione teorica ad una fase di applicazione sia a livello locale, regionale, internazionale ed in differenti parti della società e dell'ambiente.

Ed è proprio in questa visione che le aree protette si trasformano in un immenso laboratorio dello sviluppo sostenibile, dimostrando che quest'ultimo non è solo un concetto che deve essere affinato, ma anche un processo a cui si sta lentamente ma sicuramente dando applicazione a tutti i livelli. Elementi significativi dello sviluppo sostenibile sono, infatti, proteggere l'ambiente e nello stesso tempo incoraggiare lo sviluppo economico e arricchire le culture tradizionali locali.

"Lo sviluppo sostenibile cerca di mantenere l'integrità e la diversità ecologica, di rispondere ai bisogni umani di base, di tenere opzioni aperte per le generazioni future al fine di ridurre l'ingiustizia e aumentare l'autodeterminazione dei popoli" (Migliorini, Moriani, Vallerini, 1999, p.124).

La pianificazione dei parchi deve avvenire necessariamente dentro l'ottica dello sviluppo sostenibile e passare attraverso la cultura locale considerando oltre la salvaguardia delle risorse naturali anche le risorse culturali locali.

Sviluppo sostenibile: criteri e concetti.

Fonte: Woodley,1993, cit. in Migliorini, Moriani, Vallerini, 1999, p.124.

Fondamentale è il problema dei limiti temporali entro i quali attuare un programma ambientale sostenibile, abbandonando il concetto di sfruttamento intensivo dei suoli, a favore dell'utilizzo di alcune procedure previste dalla vigente normativa, ma dai tempi lunghi, come quello del confronto con il pubblico. Il concetto di vincolo parallelamente subisce una trasformazione di tipo culturale: apporre un limite può non necessariamente significare abbattere il valore economico del territorio, ma solamente spostarne la stima di mercato. Gli effetti sul piano economico sono innanzitutto visibili nel settore turistico, in cui si passa da un consumo del prodotto intensivo ad una fruizione consapevole e non distruttiva (Beato, 1999). Si è anche abbandonato il tradizionale concetto di bisogno e, dunque, di pianificazione funzionale dello stesso, a favore di uno più vicino ed integrato con quelli di esistenza e speranza di vita del ben naturale. Le aree protette regionali diventando sistema, danno così vita ad una rete ecologica nazionale e cioè ad un mosaico composto dalle tessere di una molteplicità di sistemi locali fondate su un unico obiettivo: lo sviluppo sostenibile (AA.VV., 2000). Per la realizzazione del Sistema delle aree protette e della Rete ecologica nazionale è però necessario che le aree protette stiano in "rete" fra di loro, si scambiano esperienze, informazioni e progetti, per adempire nel modo migliore alla loro missione di salvaguardia e sviluppare la propria autonomia. Un'autonomia che aprendosi al contesto territoriale ed istituzionale con il quale è necessario relazionarsi e connettersi giochi finalmente un ruolo positivo (Valbonesi, 2000).

Il parco quindi visto come un nuovo, autonomo soggetto istituzionale di governo locale di un territorio di rilevanza regionale, nazionale ed internazionale.

Concludendo l'area protetta deve essere percepita dalle istituzioni e dalle comunità locali come l'occasione storica per il riconoscimento e la promozione a livello nazionale ed internazionale delle proprie identità culturali e naturali, quale strumento per lo sviluppo di un sistema di servizi territoriali non assistenziale, in grado di fornire, sia ai residenti che ai visitatori, l'opportunità di soddisfare i propri bisogni senza compromettere l'equilibrio della natura e le proprie radici storiche.

Un'area protetta, anche se nazionale, è sempre un progetto di conservazione e di sviluppo locale, un pensare globalmente e un agire localmente.

Bibliografia del capitolo 2

AA.VV., 1995, Italia, lemma in Grande Dizionario Enciclopedico UTET, Quarta edizione, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, vol. XI, pp. 269-271.

AA.VV., 2000, Aree naturali protette, Legambiente, documento ciclostilato.

Beato F., 1999, Parchi e società. Turismo sostenibile e sistemi locali, Napoli, Liguori.

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Lewanski R., 1997, Governare l'ambiente, Bologna, Il Mulino.

Migliorini F., Moriani G., Vallerini L., 1999, Parchi naturali: guida alla pianificazione e alla gestione, Padova, Franco Muzzio.

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Moschini R., 1998, I parchi oggi. Il ruolo, le finalità, i problemi di una politica nazionale delle aree protette. Effetti ed implicazioni delle riforme istituzionali. Il rapporto Stato/Regioni/Enti Locali nella gestione di una politica di protezione, Forlì, Comunicazione.

Osti G., 1992, La natura in vetrina. Le basi sociali del consenso per i parchi naturali, Milano, Angeli.

Scarabotti B. M., 1997, "Significato e ruolo della pianificazione dei parchi regionali", in Territorio, 6/1997, rivista quadrimestrale del Dipartimento di scienze del territorio, Milano, Franco Angeli, pp. 12-20.

Vaillancourt J.-G., 1995, Sustainable Development: A Sociologist's View of the Definition, Origins and Implications of the Concept, in Mehta M. D. e Quellet E. (eds.), Environmental Sociology. Theory and Practice, North York, Ontario, Captus Press, pp. 219-230.

Valbonesi E., 2000, Obbiettivi e proposte per la seconda conferenza nazionale: guardare oltre il 10%, costruire il sistema nazionale delle Aree Protette, relazione tenuta durante il Forum dei parchi del 18 ottobre 2000, Roma, Federazione italiana dei parchi e delle riserve naturali.

Viola F., 1988a, Premessa. Integrazione disciplinare in tema di pianificazione e gestione di parchi naturali, in Viola F. (a cura di), Pianificazione e gestione di parchi naturali, Milano, Angeli.

Viola F. (a cura di), 1988b, Pianificazione e gestione di parchi naturali, Milano, Angeli

CAPITOLO 3 Le aree protette del Lazio: il Parco regionale dell'Appia Antica.

3.1 LE AREE NATURALI DEL LAZIO: UN SISTEMA IN CONTINUA EVOLUZIONE

Il Lazio è una regione di oltre 17.200 Kmq., con paesaggi che vanno dal mare e dalle isole tirreniche alle vette appenniniche, ricca di ambienti naturali che la rendono una delle regioni con il numero maggiore di biodiversità nell'ambito della penisola (AA.VV., 1995). Una varietà di ambienti che è ben rappresentata nel Sistema Regionale delle Aree Naturali Protette del Lazio, dove, accanto a vasti parchi naturali, troviamo ambienti naturali ancora intatti racchiusi tra gli stessi centri urbani abbinati a comprensori archeologici di inestimabile valore storico—culturale.

Un Sistema attivo che al suo interno ha avviato processi di sviluppo basati sull'uso razionale delle risorse rinnovabili, sul mantenimento delle caratteristiche ambientali, sullo sviluppo di attività scientifiche, ricreative ed economiche compatibili con la tutela degli ambienti originari (http://www.parks.it).

In questa linea di indirizzo si sono sviluppate, nelle diverse aree del Sistema, attività che hanno visto protagonisti i residenti delle aree protette, in primo luogo le azioni dei i giovani che hanno compreso come la tutela dell'ambiente e delle caratteristiche naturali possa offrire a chi ha idee, fantasia e soprattutto voglia di impegnarsi, possibilità di lavoro nuove, basate su un uso consapevole delle risorse naturali e culturali che il territorio delle aree protette racchiude al suo interno. Sono state sviluppate, in moltissime aree del Sistema regionale delle aree naturali protette, attività di conservazione delle specie e degli ecosistemi, di recupero della fauna selvatica, di educazione ambientale, di turismo naturalistico e didattico, di agricoltura biologica, di recupero e di riciclaggio di rifiuti altrimenti destinati al consueto smaltimento in discarica o nei reflui civili con forti danni ambientali, di riuso di materiali e tecniche tradizionali per la produzione di beni di consumo.

Ma cerchiamo di stilare una lista delle aree protette laziali cercando di raggrupparle secondo la tipologia dettata dalla legislazione ambientale in vigore.

Le Aree Protette nel Lazio coprono 181.009,00 ha pari al 10,52% della superficie regionale (http://www.parks.it) e sono suddivise in:

  1. Parchi Nazionali:

    • Parco Nazionale d'Abruzzo • Parco Nazionale del Circeo • Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga.

  2. Parchi Regionali:

    • Parco Appennino—Monti Simbruini • Parco Monti Lucretili • Parco Monti Aurunci • Parco Castelli Romani • Parco Appia Antica • Parco Veio • Parco Valle del Treja • Parco Marturanum • Parco Monte Orlando • Parco Gianola e Monte di Scauri • Parco Antichissima Città di Sutri • Parco Inviolata • Roma Natura - sistema delle aree protette del Comune di Roma

    • Riserva Naturale della Marcigliana • Parco Urbano di Aguzzano • Riserva Naturale della Valle dell'Aniene • Riserva Naturale di Decima Malafede • Riserva Naturale Laurentino Acqua Acetosa • Riserva Naturale della Valle dei Casali • Riserva Naturale della Tenuta dei Massimi • Riserva Naturale della Tenuta dell'Acquafredda • Parco Urbano del Pineto • Riserva Naturale di Monte Mario • Riserva Naturale dell'Insugherata.

  3. Riserve Naturali Regionali:

    • Riserva Naturale Tevere Farfa • Riserva Naturale Lago di Vico • Riserva Naturale Lago di Posta Fibreno • Riserva Naturale Macchiatonda • Riserva Naturale Monte Rufeno • Riserva Naturale Laghi Lungo e Ripasottile • Riserva Naturale Tor Caldara • Riserva Naturale Monte Navegna e Monte.Cervia • Riserva Naturale Monterano • Riserva Naturale Montagne della Duchessa • Riserva Naturale Selva del Lamone • Riserva Naturale Antichissime Città di Fregellae e Fabriateria Nova e Lago di San Giovanni Incarico • Riserva Naturale Lago di Canterno • Riserva Naturale Macchia di Gattaceca e Macchia del Barco • Riserva Naturale Monte Catillo • Riserva Naturale Monte Soratte • Riserva Naturale Nomentum • Riserva Naturale Tuscania.

  4. Monumenti Naturali:

    • Monumento Naturale Campo Soriano • Monumento Naturale Caldara di Manziana • Monumento Naturale Valle di Cannuccete • Monumento Naturale Pantane e Lagusiello • Monumento Naturale Palude di Torre Flavia.

  5. Riserve Naturali Statali:

    • Foresta Demaniale del Circeo • Lestra della Coscia • Litorale Romano • Pantani dell'lnferno • Piscina della Gattuccia • Piscina delle Bagnature • Rovine di Circe • Saline di Tarquinia.

  6. Zone Umide:

    • Lago dei Monaci e territori limitrofi • Lago di Caprolace • Lago di Fogliano e territori limitrofi • Lago di Sabaudia e territori limitrofi.



Figura 1. Cartina delle aree protette del Lazio.

Di certo è un sistema complicato viste le diversità dei territori e delle realtà da gestire, ma è un compito che la Regione, insieme alle organizzazioni scese in campo, sta portando avanti con lenti ma buoni risultati.

Dopo vent'anni di esistenza stentata le aree protette del Lazio sembrano avviate davvero al decollo. Le risorse finanziare sono state triplicate, anche se questo non basta, ma certo è un passo rilevante. I fondi sono passati da 12 miliardi a 36. Oltretutto, per la prima volta nel nostro Paese, è stata varata un'Agenzia tecnica regionale di supporto. I frequentatori delle aree naturali laziali sono abituati a fare a meno della cartina, di sentieri ben segnati, di centri visita per informazioni. Un terzo dei fondi servirà a pagare quel personale e i guardiaparco necessari da tempo per un miglior funzionamento degli enti gestori e per una migliore offerta di servizi.

3.2 LA POLITICA PUBBLICA DELLE AREE PROTETTE NEL LAZIO

Il D.P.R. 616/77 ha segnato una tappa fondamentale nel processo di crescita delle aree protette in Italia.

Con il trasferimento delle competenze in materia di aree protette dallo Stato alle Regioni e con la conseguente istituzione da parte delle stesse dei Parchi Naturali, si interrompono decenni di assoluto silenzio e di inattività. I parchi naturali regionali, oltre ad aumentare sensibilmente la complessiva superficie di territorio nazionale protetto, hanno dato l'avvio ad una stagione di dibattito e di innovazione concettuale sui temi della forma e della gestione delle aree protette. In particolare le aree protette regionali, sulla base delle analoghe esperienze condotte in altri Paesi europei, hanno saputo adattare il primitivo modello di parco nordamericano alla complessa realtà dell'antropizzato mondo italiano. La novità apportata da questi parchi è stata quella di aver cercato di coniugare la conservazione delle risorse naturali con l'uso sociale delle stesse e con la ricerca dello sviluppo compatibile per le popolazioni insediate. I parchi si sono così proposti come terreno di sperimentazione ecologica permanente, dove, con un nuovo approccio culturale ed economico, si riesca a definire un modello di gestione territoriale da estendere al resto del Paese (Migliorini, Moriani e Vallerini, 1999). Le aree protette regionali coprono oggi una superficie di più di un milione di ettari. Sulla scena di questo processo si stanno ora affacciando (a seguito dell'approvazione della legge quadro nazionale e della legge 142/90 sul decentramento delle competenze) anche le Province con la creazione di proprie aree protette.

Ma la regione Lazio come si è mossa in questi anni per sviluppare il suo Sistema di aree protette? Guardiamo insieme i numeri. Una riserva naturale e 700 ettari protetti, nel 1979. Oltre 50 aree protette e 160.000 ettari, uno dei sistemi più completi a livello nazionale, nel 1999 (http://www.parks.it).

È questo un quadro che fa ben sperare per un futuro in cui i parchi regionali, insieme a quelli nazionali della regione, possano configurarsi come una "rete" con una visione comune, con un unico linguaggio e con obbiettivi unitari. Con la regionalizzazione, avvenuta alla metà degli anni Settanta, in Italia ha preso avvio una produzione legislativa regionale che ha anticipato nettamente la legislazione nazionale. Così la legge regionale n.46 del 28 novembre 1977 dà l'avvio anche per la Regione Lazio alla programmazione della nascita di un Sistema di parchi e di riserve naturali. La legge definisce, oltre le finalità, gli obbiettivi ed i soggetti, la tipologia delle aree e i relativi organi di gestione, insieme alle norme per l'adeguamento degli strumenti urbanistici e le modalità dei finanziamenti.

Altra tappa fondamentale è la delibera nel 1986, da parte della Giunta Regionale, di un "Programma di lavoro per la redazione del piano regionale dei parchi e delle riserve naturali" (Prezioso, 1994, in Jannuzzi, pp. 66-67). Il piano, operativo dal 1993, suddivide le aree soggette a tutela e sviluppo orientato alla salvaguardia in 5 tipologie:

  1. parco naturale. Area di notevole estensione con elevate caratteristiche di naturalità. Ha come obbiettivo la conservazione di ambienti e paesaggi nella loro integrità con differenti gradi di utilizzazione e differenti zonizzazioni del territorio interessato;
  2. parco suburbano. Area di media estensione in prossimità di aree urbane con valori ambientali notevoli ma soggetti ad utilizzazioni antropiche. Obbiettivo è la fruizione turistico—ricreativo e didattica di una risorsa tutelata.
  3. Parco urbano. Di estensione limitata e a diretto contatto con l'area urbana con riconosciute caratteristiche ambientali. Ha finalità didattico—ricreative oltre la conservazione ambientale;
  4. Riserva naturale. Di estensione medio—piccola ha un elevato grado di conservazione delle risorse ambientali specifiche e non molto numerose. Può essere classificata come integrale, orientata, parziale, genetica, geologica, ecc. Ha come obbiettivo la conservazione e la fruizione didattico—scientifica e ricreativa;
  5. Monumento naturale. Di limitata estensione (cioè, singoli esemplari di alberi, rocce di conformazione e caratteristiche peculiari, complessi paesaggistici unitari) risentono dei vincoli della legge 1479/39. Ha come obbiettivo la conservazione attraverso una tutela di tipo passivo e la fruizione didattico—scientifica e turistica.

Anche la legge quadro 394/91 ha dato nuova linfa alle Regione e alle aree protette.

Prosegue, infatti, il processo di adeguamento alla legge 394/91: l'ultimo provvedimento legislativo regionale, la legge 6 ottobre 1997, n.29, ha approvato un testo articolato e completo che consente anche di riordinare una politica che ha visto, nella realtà laziale, una serie di realizzazioni che sono presenti sul territorio fin dalla fine degli anni '70 (http://www.regione.lazio.it).

La legge laziale annovera caratteristiche innovative percepibili già dagli obbiettivi generali: basti menzionare il progetto Ape, Appennino Parco d'Europa, che, coinvolgendo anche il territorio del Lazio, fa delle aree protette della regione un Sistema messo in rete con altre realtà. Accompagna questo progetto anche l'intenzione di sviluppare le attività compatibili, finalizzate all'incremento occupazionale attraverso la promozione di occasioni di lavoro compatibili con i principi di tutela e di salvaguardia dei territori sotto protezione. Ma è stata istituita, nell'ambito del Comitato tecnico—scientifico per l'ambiente, anche una sezione specializzata in materia di aree protette, denominata "sezione aree naturali protette", di cui fanno parte alcune importanti figure professionali, scelte tra i componenti dello stesso Comitato, che vanno da esperti in scienze biologiche ad esperti in materia gestionali ed amministrative. Di sicuro interesse è l'intenzione da parte del legislatore di richiamare espressamente nella legge il Sistema regionale delle aree naturali protette.

La legge lo definisce "…insieme integrato gestito in forma coordinata secondo i principi della presente legge…"( legge regionale 6 ottobre 1997, n.29): ci auguriamo che questo principio sia anche applicato a livello nazionale, livello che spesso dimentica il concetto di Sistema, inteso come insieme delle aree protette nazionali, regionali, provinciali e locali e non soltanto come insieme, anche se coordinato, delle aree protette nazionali. La legge ha raggiunto anche una classificazione sufficientemente articolata delle aree, raggiungendo un obbiettivo sicuramente positivo e da estendere a tutte le realtà nazionali, prevedendo, oltre ai parchi naturali, le riserve naturali, i monumenti naturali e i siti di importanza comunitaria. La Regione può inoltre proporre allo Stato l'istituzione di riserve marine, individuandone confini e contenuti.

Elemento prodromico rispetto alla formazione del Sistema regionale, l'individuazione delle aree protette avviene mediante il Piano regionale che, diventa complementare ad analoghi Piani provinciali, pur mantenendo una sua prevalenza gerarchica. I parchi del Lazio e le aree protette di qualsiasi tipologia siano, sono istituite con apposito provvedimento legislativo e sono provviste di specifici strumenti di pianificazione territoriale che, come previsto dalla legge 394/91, si costituiscono a tutti gli altri strumenti di qualsiasi livello (Prezioso, 1994; in Jannuzzi, pp. 66-67) .

Per quanto riguarda la direzione e la gestione delle aree sono stati preposti degli appositi Enti di diritto pubblico che sostituiscono i vecchi Consorzi di gestione, nel caso delle aree di interesse regionale, mentre per le aree di interesse provinciale la gestione è affidata direttamente alle Province.

Gli Enti regionali si avvalgono di personale proprio e ciò costituisce indubbiamente una buona occasione per la creazione di posti di lavoro seppure questi connessi a posizioni pubbliche che vanno ad aggiungersi a quelli che una buona gestione del sistema può creare nel settore privatistico. La costituzione degli Enti di diritto pubblico, come detto, costituisce anche un elemento di riordino dell'attuale situazione delle aree protette laziali.

Da sottolineare sono le attività svolte da quattro aree protette della Regione Lazio (Simbruini, Castelli Romani, Monti Lucretili, Appia antica) che hanno avviato corsi di formazione sul campo per i giovani affidando tale compito al Coordinamento Nazionale dei Parchi e delle Riserve naturali (http://www.parcoappiaantica.org). La formazione professionale diventa quindi obbiettivo primario per lo sviluppo delle aree protette, sia nel campo della tutela ambientale, sia nello sviluppo economico dei territori e delle comunità insediate. La situazione complessiva della protezione della Regione Lazio, in applicazione della legge, porterebbe a circa 157.000 ettari di superficie tutelata tra parchi e riserve naturali che sale a circa 900.000 ettari, pari all' 11,60%, con i parchi nazionali (http://www.parks.it).

In conclusione vogliamo ricordare, con riferimento alla situazione complessiva della legislazione regionale, che l'attuazione della legge Bassanini mediante i relativi decreti legislativi, che riguardano anche la realtà delle aree protette, potrebbe introdurre importanti modificazioni con un maggiore coinvolgimento regionale che imporrà un ulteriore intervento legislativo di adeguamento.

Siamo in sostanza nella fase di decollo di un sistema, cellula di una rete di aree naturali nazionali ed europee, forte delle sue ricchezze ambientali, storiche e culturali, un sistema di aree protette da valorizzare e non da mettere sotto una campana di vetro.

3.3 IL PARCO DELL'APPIA ANTICA: TRADIZIONI, CULTURA, NATURA

Gli obbiettivi di un parco devono rispondere essenzialmente alle esigenze di tutela, salvaguardia e valorizzazione del territorio, che è il risultato di una serie di componenti che interagiscono tra di loro in maniera dinamica.

L'unicità e la particolarità di un dato ambiente è quindi il risultato della sommatoria di tutti i fattori ambientali, culturali ed antropologici che interagiscono in un continuo stato di equilibrio tale che la instabilità di un singolo fattore compromette l'equilibrio stesso del Sistema. Parlando di beni culturali o archeologici, non si parla soltanto di tesori o monumenti rilevanti, ma anche di attività diversificate come gli usi civici, i miti, le leggende, che globalmente determinano l'unicità del territorio. Bisogna quindi abbandonare tutte quelle definizioni parziali come parco archeologico, oasi, riserva naturale, che contraddistinguono i diversi indirizzi gestionali ed utilizzare il termine più consono di area protetta (Migliorini, Moriani e Vallerini, pp. XVII-XX).

Un intervento programmato sull'ambiente deve tenere conto, in conseguenza, di molte variabili principali:

  1. presenza di beni diffusi e loro interazioni;
  2. contesto in cui si trovano;
  3. prospettive concrete di salvaguardia e fruizione;
  4. collegamenti con le realtà esterne;
  5. convergenza di interessi degli enti preposti alla tutela ed alla programmazione economica del territorio;
  6. indotto economico generato;
  7. qualità della gestione e sua flessibilità nei confronti di interventi successivi di integrazione ed espansione;
  8. impatto con la realtà sociale in cui tale operazione viene attivata.

E di tutta una serie di variabili secondarie che possono intervenire nelle varie fasi di progettazione e realizzazione, non ultime le conflittualità di competenze dei vari enti interessati, che possono portare alla mancata realizzazione dei piani (Baragliu, 2000).

Il territorio, nel suo concetto più ampio, si pone quindi al centro di interessi convergenti ed integrati che lo devono valorizzare a nuova vita. In quest'ottica il parco diventa un museo all'aperto, non da mettere sotto una campana di vetro, ma, al contrario, da valorizzare e da vivere, rendendo fruibili i suoi contenuti.

Il Parco dell'Appia Antica è di sicuro un parco—museo e per questo è di fatto il parco più rappresentativo della regione Lazio. E' una Area protetta di interesse regionale istituito con la legge regionale 10 novembre 1988 n. 66 "Istituzione del parco regionale suburbano dell'Appia Antica". Con l'approvazione della L.R. 29/97 si è ampliato il parco con l'area di Tor Marancia. Le finalità del parco sono la conservazione e la valorizzazione del territorio in esso compreso, per permettere ai cittadini il godimento di straordinarie bellezze paesaggistiche e la conoscenza e lo studio di importantissimi valori storici, artistici e naturalistici.

Il perimetro del parco è delimitato a Nord dalla cinta delle Mura Aureliane di Roma, a Ovest dalla via Ardeatina e dalla ferrovia Roma-Napoli, a Est dalla via Tuscolana e dalla via Appia Nuova fino a Frattocchie, mentre a Sud tocca l'abitato di S. Maria delle Mole e il Fosso delle Cornacchiole ai margini dell'area archeologica di Tellene. I comuni interessati dall'area del parco sono quelli di Roma, di Ciampino e di Marino (vedi Figura 2).

La superficie del territorio compreso nel perimetro del parco è di circa 3.500 ettari. In questo territorio sono compresi la via Appia Antica e le sue adiacenze per un tratto di 16 chilometri, la valle della Caffarella (200 ha), l'area archeologica della via Latina, l'area archeologica degli Acquedotti (240 ha). È attualmente in corso l'acquisizione pubblica di 132 ettari nel comprensorio della Caffarella e di circa 100 a ridosso della via Ardeatina (http://www.parcoappiaantica.org).

La gestione del Parco regionale dell'Appia Antica è affidata a un Ente regionale di diritto pubblico.

Il parco conserva aspetti rappresentativi del paesaggio della Campagna Romana. Le coltri di tufi eruttate dal vicino Vulcano Laziale e incise da strette "vallecole" definiscono ampi spazi aperti coltivati o lasciati a pascolo, inframmezzati da piccoli lembi di macchia. La flora arborea del parco annovera specie "classiche" della Campagna Romana, dal leccio alla sughera, dal rovere all'olmo e al lauro, questi ultimi nelle stazioni più umide, oltre a pini e cipressi di "arredo". Presso le sponde dei piccoli corsi d'acqua, si trovano aspetti di vegetazione igrofila con giunco, cannuccia di palude, equiseto, mazzasorda e farfaraccio. Tra gli arbusti il viburno, la fillirea, il mirto e 1'alaterno. Diffusa la flora a carattere "ruderale" che riveste le antiche mura di ville, mausolei e fortezze medioevali; ne sono esempi il cappero, la sassifraga, la borracina rupestre, la parietaria e 1'ombelico di Venere.

Tra le curiosita geologiche la colata di lava leucitica di Capo di Bove, la piu imponente - con i suoi 12 km di lunghezza - tra quelle emesse dal Vulcano Laziale. Essa costituì il basamento sia per la sede stradale della via Appia che per il Mausoleo di Cecilia Metella.

Le presenze faunistiche di rilievo sono quelle del nibbio bruno, del gheppio, dell'allocco, dell'istrice e di una colonia di conigli selvatici. Alcuni piccoli stagni stagionali ospitano il tritone crestato ed invertebrati di notevole interesse zoogeografico.

La via Appia attorno alla quale si addensarono in epoca romana edifici pubblici e privati di grande importanza, costituì il cardine delle comunicazioni tra 1'Urbe e gli scali verso 1'Africa e 1'oriente dell'Impero. La strada conserva ancora ampi tratti della sede originaria, larga 4,10 metri, in basoli di leucitite e insigni monumenti quali il Sepolcro di Cecilia Metella, quello di Ania Regilla, il Circo di Massenzio e la Villa dei Quintili.

Un parco—museo che unisce quindi alla realtà ambientale una forte influenza antropica, che lo rende un laboratorio ideale per quel lavoro interdisciplinare volto alla realizzazione dello sviluppo eco—compatibile con le attività e le tradizioni delle comunità insediate sul territorio.

3.4 LA STORIA DEL PARCO.

L'interesse per la realizzazione di un parco archeologico lungo la via Appia Antica ha radici antiche. La prima ipotesi di parco archeologico risale addirittura al 1809, quando il prefetto napoleonico conte Camillo de Tournon decise di creare un gigantesco parco dal Campidoglio sino ai Colli Albani sotto la direzione di artisti come Luigi Canina e Antonio Canova. Questa idea fu ripresa soltanto durante il periodo fascista dal Piano Regolatore del 1931 che definì tutto il comprensorio dell'Appia Antica "zona di rispetto" (Comitato per il parco della Caffarella, 1994).

I due Piani Particolareggiati, il n. 49 del 1937 e il n. 82 del 1939, svelarono cosa intendevano gli urbanisti del Fascismo per "rispetto". Si abbandonarono, oltre la via Latina, anche le zone da "rispettare" all'edificazione seguendo determinate condizioni:

  1. la superficie coperta non doveva superare dove il 5%, dove il 2% del totale;
  2. l'altezza massima doveva essere di 7,5 m;
  3. la distanza dalla strada doveva essere di almeno 150 m;
  4. la villa doveva essere ricoperta da tegole usate e l'intonaco essere di colore rosso—bruno.

Forse il termine rispetto era più usato riguardo a queste condizioni che ad un uso di salvaguardia delle bellezze culturali e ambientali della zona. Le testimonianze di quel periodo si notano ancora oggi nelle ville private dove nelle facciate e nelle piscine troviamo ancora cementati vasi, trabeazioni, timpani, colonne, usate per sfoggio decorativo e lusso personale.

Nel primo dopoguerra la via Appia Antica divenne il simbolo della notorietà e attori, diplomatici, politici si catapultarono nell'acquisto di quella villa simbolo di un elevato status sociale.

Sempre durante il Fascismo vennero promulgate due leggi importanti: la legge n. 1089/39 per la tutela del patrimonio artistico—storico—archeologico, e la legge n. 1497/39 per la protezione delle bellezze naturali. Queste leggi sono molto importanti se si pensa che ancora oggi sono l'unico mezzo per la tutela del patrimonio storico, artistico e ambientale italiano. Ma analizziamo in profondità le intenzioni dei legislatori del 1939.

Secondo le due leggi lo Stato ha facoltà di vincolare un'area o un monumento per mezzo di un decreto ministeriale ma questo non comporta la protezione assoluta del bene in questione ma che ogni modifica deve essere preventivamente approvata dagli organi competenti (Comitato per il parco della Caffarella, 1994). Oggi, gli organi predisposti a questa funzione nel Lazio sono:

  1. per i monumenti di età romana: la Soprintendenza Archeologica di Roma;
  2. per i monumenti di età successiva: La Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Roma;
  3. per i dipinti: la Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici;
  4. per le aree sottoposte a vincolo paesistico: l'Assessorato all'Urbanistica della Regione Lazio ( la legge 1497/39 è di competenza regionale dal 1978).

"…cosa significa quindi vincolare un monumento come S. Urbano? Come chiesa medievale è sotto la Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici, come monumento romano sotto la Soprintendenza Archeologica e per gli affreschi è di competenza della Soprintendenza ai Beni Artistici e Storici! E pensare che fino al 1993 S. Urbano non era neanche vincolato e che, mentre i monumenti da vincolare sono ancora tanti, la Soprintendenza Archeologica non riesce a difendere efficacemente quelli già vincolati…" (Comitato per il parco della Caffarella, 1994).

Gli anni '50 segnano l'inizio di un nuovo modo di vedere la via Appia Antica come bellezza naturale. Nel 1953 e nel 1954 due decreti del Ministero della Pubblica Istruzione sottoposero tutto il territorio a vincolo paesistico. La stesura del Piano Paesistico del 1955 fu molto difficoltosa, e sancì, almeno riguardo la Caffarella, l'edificabilità di quasi tutto il territorio (4.826.782 metri cubi su un territorio di 2157 ha) con l'esultanza dei proprietari che ebbero il permesso per la costruzione di 1.010.824 metri cubi di villette.

Negli anni Sessanta si tentò di elaborare un nuovo Piano Regolatore Generale per la città di Roma; nel 1962, durante la stesura del piano da parte del Consiglio Comunale, si abbandonò la Caffarella al Piano Paesistico, ma grazie all'allora ministro ai Lavori Pubblici, l'onorevole Giacomo Mancini, si destinò tutta l'area dell'Appia Antica a "parco pubblico". Questo risultato fu possibile grazie all'opera di molti studiosi e alle associazioni ambientaliste come Italia Nostra. Il Comune accolse la decisione del ministro e, nel 1967, approvò la variante al Piano Regolatore che prevedeva il parco pubblico su tutti i 2500 ettari. Il territorio fu definitivamente reso inedificabile nel 1971 e durante gli anni '70 il Comune si impegnò ad eseguire le direttive del piano regolatore tra cui l'esproprio della Caffarella.

Sempre durante il 1971 venne approvata una legge che limitava il costo dei terreni sotto esproprio al loro valore agricolo, cioè tra 10 £/mq per i terreni incolti e 2000 £/mq per i terreni con culture pregiate più un eventuale indennità di fabbricato. Il 28 novembre 1972 il Consiglio Comunale deliberò l'esproprio di circa 73 ha di Caffarella al prezzo di 307.303.780 £; l'esproprio fu ufficializzato dal Presidente della Giunta Regionale del Lazio nel 1976, autorizzando il Comune a prendere il possesso dell'area.

La reazione dei proprietari fu immediata e il marchese Alessandro Gerini, proprietario di quasi tutta la Caffarella, presentò prima ricorso al TAR del Lazio nel 1977 e poi al Consiglio di Stato nel 1978.

Mentre il TAR respinse il ricorso, la Corte Costituzionale nei primi mesi del 1980, in base alla legge Bucalossi (L. n.10/77) che triplicava il costo dei terreni da espropriare, stabilì che l'indennità di esproprio si sarebbe dovuta basare sul reale valore del terreno, mentre il Consiglio di Stato accolse il ricorso annullando l'esproprio del 1972 (Comitato per il parco della Caffarella, 1994).

Durante tutti gli anni Ottanta il Comune di Roma dimostrò tutte le sue incertezze lasciando la Caffarella a se stessa.

Alle incertezze del Comune la Regione Lazio rispose sul finire degli anni Ottanta promulgando la legge di "Istituzione del parco dell'Appia Antica".

Ma apriamo una parentesi sugli attori che si sono impegnati assiduamente in questo periodo per la realizzazione del parco regionale e per offrire ai cittadini di Roma e al mondo intero un immagine migliore dei racconti della storia, della cultura, delle tradizioni e delle bellezze naturalistiche della città eterna.

Un grande ruolo negli anni Settanta lo hanno svolto i movimenti ambientalisti i quali, grazie all'intensa attività per sensibilizzare l'opinione pubblica, hanno sollecitato le istituzioni verso atti più concreti nella protezione e valorizzazione dell'area.

Italia nostra, WWF, LegaAmbiente sono state associazioni determinanti, vista l'importanza acquisita dalla loro nascita, nel corso delle attività di sensibilizzazione per il verde.

Ma nella lotta per la tutela e la valorizzazione di quest'area, un ruolo determinante lo hanno svolto anche le associazioni ambientaliste di base.

La crescita del "Grassroots environmental movement" in Italia ha determinato, anche nel quartiere Appio—Latino, la formazione di un'associazione presente nella realtà socio—territoriale locale, che sintonizza la sua azione in stretta aderenza con i bisogni socio—ambientali immediati espressi a livello loco—comunitario dalle popolazioni sempre più preoccupate per la qualità ambientale e, più in generale, per la stessa qualità della vita.

Parliamo del Comitato per il Parco della Caffarella, associazione nata nel 1984 con lo scopo di sensibilizzare i cittadini con iniziative volte alla riscoperta, alla valorizzazione, alla difesa dell'immenso patrimonio ambientale, storico ed archeologico della Valle della Caffarella. Oltre ad attività didattiche, visite guidate, mostre e azioni di informazione, il Comitato in questi anni ha prodotto interventi diretti sulla valle al fine di renderla più usufruibile da parte dei cittadini. Ma la parte più rilevante, il Comitato, l'ha svolta nella campagna di denuncia dello stato di abbandono e di costante deterioramento della valle, portata avanti attraverso le continue denuncie e azioni legali contro ogni tipo di abuso nei confronti della Caffarella. La partecipazione della gente e l'appoggio della stampa hanno permesso al Comitato di avere un peso sempre maggiore nei confronti dell'autorità (https://www.caffarella.it/caffa/pagine-mario-leigheb/).

I contributi alla realizzazione del Parco regionale dell'Appia Antica sono venuti anche da singoli attori che si sono impegnati, visto anche il loro peso sociale, nella tutela e nella valorizzazione dei territori in questione.

Il nome che spicca su tutti è quello di Antonio Cederna, archeologo, giornalista e deputato del Parlamento italiano.

Nato nel 1921 a Milano, ha dedicato tutta la sua vita alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio storico e ambientale italiano. Laureato in archeologia, negli anni Sessanta intraprese la carriera di giornalista per denunciare il rischio che il patrimonio storico, naturale e paesistico del nostro Paese stavano correndo nei fatti e nei progetti della ricostruzione postbellica e nella ripresa economica. Affrontò i problemi della difesa dei centri storici, in particolare di Roma e Milano, l'integrità della campagna della via Appia Antica, la tutela dei Parchi nazionali, la lotta alla cementificazione dei litorali e la prevenzione del dissesto idrogeologico. Tutto il suo lavoro fu sorretto dalla convinzione che senza un attenta politica di pianificazione non si salvava il territorio, l'ambiente e il patrimonio culturale.

Negli anni Settanta Antonio Cederna è stato membro del Consiglio Superiore del Ministero dei lavori pubblici. Deputato dal 1987 al 1992, contribuì alla definizione di numerose disposizioni legislative come le norme per la difesa del suolo, la prevenzione del dissesto idrogeologico, la legge per Roma capitale. Fu anche consigliere comunale a Roma, presidente della sezione romana di "Italia Nostra" nonché presidente del Comitato di Gestione del Parco dell'Appia Antica al quale dedicò gran parte del suo lavoro. Anche gli ultimi anni della sua vita lo videro impegnato nelle sue lotte per scongiurare gli annunciati saccheggi del territorio in vista del 2000. Morì nel 1996 dopo una logorante malattia. Grazie a persone come Cederna e alle associazioni ambientaliste gli ultimi anni Ottanta e gli anni Novanta segnano una svolta per il tanto agognato Parco regionale dell'Appia Antica (http://www.parcoappiaantica.org).

Nel 1988 la Regione Lazio approva l'istituzione del Parco Regionale dell'Appia Antica. Nel 1992, grazie a 13000 firme, raccolte dal Comitato per il Parco della Caffarella, il Sindaco di Roma destina 26 miliardi all'esproprio dell'area. Nel 1994 il Comune di Roma approva il piano di utilizzazione del Parco della Caffarella.

Il 9 marzo 1997 centomila romani festeggiano la prima domenica a piedi sull'Appia. La Regione Lazio nomina presidente dell'azienda consortile, al posto del rimpianto Antonio Cederna, l'architetto Caterina Nenni.

Nello stesso anno viene approvata, dopo un lunghissimo iter, la legge regionale sui parchi; tra questi c'è anche l'Appia Antica.

Il 20 aprile1998 viene istituito l'Ente di Gestione del Parco dell'Appia Antica. Il Consiglio Direttivo viene nominato a seguito della nuova Legge Regionale 29/97 che trasforma l'Azienda Consortile del parco in Ente Regionale, composto da 7 elementi. Viene nominato presidente Gaetano Benedetto e vicepresidente l'arch. Roberto Sinibaldi (attualmente anche direttore del Parco di Veio). Gli altri consiglieri sono il dott. Silvano Falocco, la dott.ssa Ivana della Portella (attualmente anche direttrice della Fondazione Cederna e consigliere comunale), il dott. Oreste Rutigliano e il dott. Mario Leigheb. Il settimo rappresentante, di competenza del Consiglio Regionale del Lazio, non è stato mai nominato. Direttore è l'arch. Giancarlo Paoletti, comandato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, vicedirettore è la dott.ssa Alma Rossi.

3.5 LA PROTEZIONE DI UNA STORIA MILLENARIA SVOLTA IN TRE ANNI DI ATTIVITA'

Gli ultimi tre anni di vita del Parco regionale dell'Appia Antica sono di sicuro i più interessanti dal punto di vista delle attività svolte in funzione della tutela del territorio sotto giurisdizione. Abbiamo quindi deciso di dedicare un intero paragrafo a queste attività suddividendole in aree tematiche ed elencandole cronologicamente. Le informazioni che forniremo hanno come fonte la relazione dattiloscritta presentata dal dott. Mario Leigheb al Consiglio Direttivo nel mese di gennaio del 2001 e da Lui gentilmente concessaci.

- Nulla osta e pratiche sanatoria.

Al 31 dicembre 1999 tutte le pratiche pendenti, comprese quelle ereditate dagli anni 1988-1993 di assenza dell'organo istituzionale, dagli anni 1994-1997 della precedente amministrazione e dal 1997 (anno di commissariamento), sono state evase.

L'Ente Parco ha intenzione di mettere in piedi un ufficio con 4 persone a tempo pieno per smaltire tutte le pratiche di sanatoria e condono edilizio pendenti all'Ufficio Speciale Condono Edilizio, e il Comune di Roma avrebbe acconsentito a contribuire finanziariamente all'operazione. La Soprintendenza Archeologica di Roma era invitata ad associarsi, in modo da evitare, nel rispetto delle competenze rispettive, pareri difformi sulle pratiche, ma non risulta che l'invito abbia avuto seguito. Dal canto suo l'Ufficio Centrale per i Beni Ambientali e Paesaggistici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha manifestato prima dell'estate 2000 l'intenzione di istituire un proprio ufficio, e intende senz'altro coordinarsi con l'Ente Parco.

- Aree critiche da riqualificare.

Nell'ottobre 1998 il Parco avvia un tavolo di confronto con gli imprenditori del settore delle acque minerali per riqualificare ambientalmente le aree e trasformare le attività in occasioni di sviluppo compatibile con le finalità di tutela del territorio del Parco. L'Acqua Egeria ha già progettato la ristrutturazione dello stabilimento. Non risulta che altrettanto abbia fatto l'Acqua Appia-Capannelle.

Nel novembre 1998 si avvia la procedura per la stipula di un protocollo d'intesa tra Ente Parco e FF.S. per la delocalizzazione di alcune attività interne al territorio del Parco e la riqualificazione ambientale delle ex cave di prestito delle FF.S. Non risulta che la procedura si sia conclusa.

Nel settembre 1999 l'Ente Parco formalizza al Comune di Roma e al Ministero per i Beni e le Attività Culturali un progetto alternativo per il passaggio ferroviario in progetto nell'area degli Acquedotti. Non risulta che il progetto sia andato in Conferenza di Servizi.

- Piano di Assetto.

Si è scelto di redigere il Piano con le proprie risorse, fornendo le attrezzature necessarie agli uffici, affiancando gli uffici con consulenze ad hoc e affidando la supervisione a tre esponenti del mondo accademico (prof.ssa Vittoria Calzolari, prof. Marcello Vittorini e prof. Gaetano Miarelli). L'investimento da parte dell'Ente Parco risulta a tutt'oggi inferiore a 500.000.000 L.

Nell'aprile 1998 è stato avviato uno studio in collaborazione con l'Istituto Superiore di Sanità sulle acque superficiali del Parco, utilizzando un contributo straordinario di 10.000.000 Lit dalla Provincia di Roma; i risultati sono stati presentati nella primavera del 1999.

Sempre a partire dal 1998 è stata avviata l'informatizzazione della cartografia fisica, tematica e catastale. Nel settembre 1998 il Parco firma un protocollo di intesa con l'Università di Viterbo teso a individuare varietà vegetali che consentano di ridurre a parità di condizioni ambientali e paesaggistiche la manutenzione della vegetazione nelle aree monumentali.

Nei primi mesi del 1999 sono state condotte tutte le ricerche archivistiche e bibliografiche sul patrimonio storico archeologico e monumentale; per tutto il 1999 sono state condotte tutte le indagini geologiche, idrologiche (in collaborazione e con il contributo dell'Assessorato alla Tutela Ambientale della Provincia di Roma), faunistiche (con la scoperta di due siti di riproduzione del gambero d'acqua dolce) e botaniche; nella seconda metà del 1999 sono state prodotte ricerche sulle potenzialità di sviluppo economico e turistico sostenibile del Parco attraverso una collaborazione con l'Istituto G. Tagliacarne e con stage di dottorandi.

Dal 6 all'8 luglio il Comune di Roma ha organizzato una Conferenza Urbanistica, nel corso della quale sono presentate le linee guida del Piano di Assetto. Successivamente si è avviato un confronto continuo tra Ente Parco e Ufficio Speciale Piano Regolatore affinché la redazione dei due strumenti possa procedere in parallelo senza conflitti o sovrapposizioni. Si sta anche verificando la possibilità di un tavolo di concertazione tra Comune di Roma, Ente Parco e Federlazio per studiare come delocalizzare le attività commerciali e produttive incompatibili presenti nel Parco. Al tavolo si potrà associare anche la Confcommercio.

Il 12 luglio 2000 gli uffici dell'Ente Parco hanno presentato al Consiglio Direttivo e ai supervisori le prime bozze delle tavole di analisi, e il 18 ottobre una prima ipotesi di zonazione e di norme tecniche di attuazione, che il Consiglio Direttivo sta discutendo in questi giorni. Il 22 dicembre 2000 gli uffici presentano la Consiglio Direttivo la stesura finale del Piano di Assetto.

- Bilancio.

Nel bilancio di previsione 2000 sono previste le seguenti entrate:

entrate correnti destinate a stipendi, indennità, spese correnti ecc.:

Entrate correnti destinate all'attività istituzionale dell'Ente:

Entrate in conto capitale:

Uscite correnti:

Uscite di amministrazione generale:

Uscite per la gestione e le attività istituzionali:

Uscite in conto capitale:

Tab. 1: scheda riassuntiva dal 1998 al 2000.


1998 19992000
entrate 1645 milionientrate 3033 milionientrate 10223 milioni
spese di gestione 1130 milioni spese di gestione 1605 milioni spese di gestione 2951 milioni
investimenti 514 milioni investimenti 1478 milioni investimenti 7262 milioni

Fonte: Parco regionale dell'Appia Antica, 2000.

Singolare è il comportamento della Provincia di Roma nei riguardi del contributo annuale. Nel marzo 2000 l'Assessore alla Tutela Ambientale della Provincia di Roma ha manifestato agli organi direttivi degli Enti Parco l'esigenza di vincolare il contributo della Provincia a progetti specifici. L'Ente Parco ha quindi inserito in bilancio lo stesso importo degli anni precedenti (200.000.000 L.) vincolandolo a tre progetti strategici (studio di geologia applicata sulla geomorfologia del Parco e sulle cavità, studio per la redazione della carta della vegetazione, attività di educazione ambientale) da realizzare nel quadro di una collaborazione tra Ente Parco, Provincia di Roma e Università di Roma "La Sapienza". Il bilancio è stato quindi approvato dalla Comunità del Parco (nella quale la Provincia di Roma è rappresentata dall'Assessore alla Tutela Ambientale). Ciò nonostante, nessun importo viene destinato al Parco regionale dell'Appia Antica dalla Provincia nel bilancio 2000.

- Repressione delle illegalità.

I guardiaparco insieme agli uffici del parco hanno condotto una indagine a tappeto di tutte le opere edilizie illegali nel parco; il risultato è presentato il 9 novembre 1998 al primo convegno nazionale sull'abusivismo edilizio "Abusi d'Italia" (organizzato dall'Ente Parco con un investimento complessivo di 20.000.000 Lit), al quale intervengono il Ministro per i Beni e le Attività Culturali e il Ministro per l'Ambiente.

L'Ente Parco ha deciso quindi di intraprendere il confronto analitico dei dati dei guardiaparco con quelli degli uffici della IX, X e XI Circoscrizione; il risultato, presentato il 27 ottobre 1999 al secondo convegno nazionale sull'abusivismo edilizio "Abusi d'Italia, Atto Secondo" (con un investimento da parte dell'Ente Parco di 12.000.000 L.) alla presenza del Ministro per i Lavori Pubblici, è inquietante: le illegalità si sono impennate negli ultimi anni, hanno assunto un carattere prevalentemente commerciale, si localizzano lungo le vie di comunicazione che attraversano il parco e non sono correlate con le sanatorie. Il materiale servirà per una seconda fase di intervento, che deve portare alla delocalizzazione o all'autoabbattimento delle opere, ed eventualmente all'abbattimento e al ripristino dei luoghi in danno.

Un edificio di oltre 600 mq vicino a Cecilia Metella viene demolito il 1 giugno 1999, e ridemolito (essendo stato subito ricostruito) il 14 ottobre. Una piscina all'interno di un albergo (nei pressi di via delle Sette Chiese) viene demolita il 2 agosto 1999; ricostruita nell'estate 2000, viene nuovamente demolita nel settembre 2000. Capannoni abusivi sono sequestrati dal Comune di Ciampino il 26 novembre 1999 e sono demoliti nel gennaio 2000. Un capannone di 15 mq nei pressi del G.R.A. utilizzato a bar e ristorante viene demolito il 9 marzo 2000. Baracche, capannoni e depositi sono demoliti il 5 aprile 2000 nell'area degli Acquedotti.

Come si vede, l'iter per l'abbattimento o l'acquisizione degli abusi edilizi si conclude solo sporadicamente. Tra le cause si segnala: la scarsa applicazione dell'art. 4 L. 47/85 in sede di accertamento da parte dei Vigili Urbani, in favore dell'art. 7; la presentazione di istanza di condono, che sospende l'iter penale e amministrativo anche in presenza di determinazione dirigenziale di demolizione; la decisione dell'U.S.C.E. del Comune di Roma di sospendere l'iter persino per le 168 istanze che non dovevano neanche essere accolte perché riguardano abusi successivi al 31 dicembre 1993.

In parallelo è stato condotto il censimento dei cartelloni pubblicitari abusivi. In collaborazione con il Comitato per la Bellezza, il 23 settembre 1999 l'Ente Parco rimuove il primo cartellone pubblicitario abusivo, al quale seguiranno altri 150 abbattimenti, raggiungendo il 15 gennaio 2000 l'eliminazione di quasi tutti i cartelloni abusivi all'interno del Parco. Alcuni cartelloni sono stati subito rimpiazzati, altri no.

Il Servizio Guardia Parco segnala ripetutamente la presenza di bracconieri all'interno del Parco all'altezza del G.R.A..

- Traffico.

L'Ente Parco ha dall'inizio affrontato il problema della riduzione del traffico nel Parco come uno degli obiettivi strategici del Piano di Assetto. Le prospettive sarebbero state però da verificare alla luce delle proposte del Comune di Roma, che stava progettando un tunnel dallo Statuario fino a Tor Marancia.

L'Ente Parco ha quindi incaricato il prof. D'Andrea (Dipartimento Idraulica, Trasporti e Strade dell'Università di Roma La Sapienza) di fare uno studio su dove e come interrompere i flussi di traffico. Il risultato è stato che era possibile creare una ZTL sulla via Appia Antica a patto di avere o il megatunnel proposto dal Comune o per lo meno un sottopasso tra via di Cecilia Metella e via Ardeatina. Una prima proposta per la rimodulazione del traffico viene presentata l'11 maggio 1999, mentre l'8 giugno 1999 viene inviata al VII Dipartimento del Comune di Roma una bozza di piano di viabilità con l'analisi dei flussi di traffico.

Nel giugno 1999 sono stati trovati tre lunghi tratti di basolato antico tra Cecilia Metella e Tor Carbone: da Cecilia Metella fino all'incrocio tra via Appia Antica e via di Cecilia Metella, dal vicolo Tor Carbone fino al Forte Appio, e da oltre il Forte Appio alla Beata Solitudo. Un sopralluogo di tutte le Istituzioni (VII e XII Dipartimento, S.A.R. e S.A.A.R., Ente Parco) del 7 agosto ha determinato la decisione di portare alla luce tutto il basolato ritrovato, anche di fronte alla stazione dei Carabinieri dove il basolato era 1,10 m più in basso della sede stradale; lì il XII Dipartimento aveva già sistemato qualche pezzo di basolato da mostrare.

Questo, insieme alla chiusura della via Appia Antica per i cantieri, sembrava aver risolto il problema della pedonalizzazione. L'Ente Parco avvia la progettazione di un sistema di viabilità secondaria tra Cecilia Metella e via di Torricola per consentire ai residenti di accedere alle loro proprietà tramite le strade consortili, limitando ai residenti l'accesso ai territori interni del parco. La proposta viene presentata il 23 giugno.

Nel corso dell'estate è prevalsa l'opinione della S.A.R. secondo cui lasciare dei portali seicenteschi 1,10 m più alti del basolato era un intervento scorretto dal punto di vista scientifico. Quindi il lavoro di scavo a vicolo Tor Carbone viene interrotto.

L'8 settembre 1999 l'Ente Parco propone una nuova elaborazione del progetto di viabilità secondaria lasciando solo gli attraversamenti. I residenti non raggiungono un accordo per usare in modo comune le strade secondarie consortili; inoltre si lamentano con l'Ente Parco delle difficoltà a raggiungere le abitazioni per i mezzi di servizio e di soccorso.

A novembre l'Ente Parco si rivolge al Comune e alla S.A.R. per le crepidini aguzze nei pressi del G.R.A. e per il basolato trovato di fronte al Quo Vadis. L'unica risposta viene dalla S.A.R., che informa sia di aver concordato la sostituzione delle pietre aguzze, sia che, a proposito del basolato trovato di fronte al Quo Vadis, la Soprintendenza era già a conoscenza della presenza di tratti di strada antica in questa zona e in altre, ma è evidente che non si poteva proporre di lasciarla a vista per la notevole differenza di quota, mentre va esclusa ogni altra soluzione di tipo architettonico.

L'11 gennaio 2000, ad una Conferenza di Servizi sulla viabilità, l'Ente Parco porta una nuova proposta di riduzione del traffico di attraversamento in due fasi, dove la prima è di sistemare la viabilità così come lasciata dai cantieri, poi di ridurre il traffico del 90% impedendo a chiunque tranne i residenti la svolta a destra da via dell'Almone verso via Appia Pignatelli dalle 8.00 alle 12.00, prevedendo un controllo da parte dei Vigili Urbani o un sistema elettronico tipo SIRIO. La Conferenza approva la proposta, stabilisce un limite di velocità di 30 km/h, e in più approfondisce la questione dei mezzi pubblici: alla S.T.A. risulta una altissima domanda di attraversamento tra Arco di Travertino e la stazione Ostiense, quindi il Comune si impegna ad ottenere entro pochi giorni dall'ATAC un autobus.

In realtà si scopre che la linea sforerebbe i 150.000.000 km che sono già concordati con il Comune di Roma, quindi l'ATAC sarebbe disponibile ad istituire la linea solo se il Comune si facesse carico del 65% del costo.

Oggi sono stati messi cartelli di limite di velocità di 40 km/h, che non sono rispettati, e i sampietrini appena collocati stanno già dissestandosi. I residenti hanno fatto ricorso al TAR contro le domeniche senz'auto ma hanno perso. I Comitati di Quarto Miglio e Statuario hanno incontrato l'Ente Parco per chiedere che la libertà di circolazione per i residenti sia estesa anche a loro che sono aree intercluse nel Parco. Nessun intervento visibile è venuto finora né da altre Istituzioni né dalle associazioni ambientaliste in favore della pedonalizzazione. La Soprintendenza Archeologica di Roma, in una nota del 18 maggio 2000, afferma che: "La Soprintendenza ha più volte sottolineato l'importanza di assicurare la continuità della percorrenza dell'asse stradale in uscita da Roma; tale percorrenza si intendeva per i mezzi pubblici, per quanti aventi diritto a vario titolo (residenti, attività commerciali, attività istituzionali) e per la fruizione dei monumenti. In assenza di disposizioni che potessero garantire un'effettiva limitazione del traffico veicolare si è accettato, per la prima fase di durata limitata, che tale continuità fosse interrotta nel tratto compreso tra l'incrocio con via di Cecilia Metella e il Mausoleo di Cecilia Metella al fine di limitare il traffico di attraversamento e di garantire il rispetto dell'area monumentale del Castrum Caetani. Si è invece constatato che, diversamente da quanto concordato, il divieto di percorrenza della strada in uscita inizia all'altezza dell'incrocio con Vicolo della Basilica, impedendo a qualsiasi mezzo di raggiungere il Mausoleo di Cecilia Metella dalla Via Appia. Poiché questo Ufficio non avrebbe mai accettato una soluzione del genere si chiede di voler rivedere la disposizione, difforme con quanto concordato e penalizzante per la fruizione del monumento (peraltro di prossima riapertura dopo impegnative opere di scavo e restauro) che costituisce il simbolo stesso della Via Appia. Appare evidente che tale situazione impedisce anche il ripristino di un autobus di linea che possa percorrere tutta la Via Appia fino all'incrocio di Via Cecilia Metella, contribuendo alla limitazione del flusso delle macchine e nel contempo alla fruizione dei monumenti. Al riguardo si riterrebbe opportuno che per l'Appia si istituisse una linea veloce come quelle attivate per la città collegate con stazioni, parcheggi di scambio, ecc.".

A proposito del servizio navetta, l'Ente Parco ha chiesto un preventivo all'ATAC per un servizio di navetta da piazza Venezia a Cecilia Metella, frequenza ogni 30 min nelle fasce orarie 10.00-12.30 e 15.00-17.30, con 2 veicoli Archeobus da 15 posti + 1 alimentati a GPL, un sistema di localizzazione GPS e ascolto di informazioni in cuffia, per un costo preventivato di L. 1.200.000 + IVA al giorno. Nel dicembre 2000 è stata finalmente inaugurata la navetta "Archeobus", che partendo ogni ora da piazza Venezia attraversa il Parco fino alla villa dei Quintili. Il costo del servizio è di 660.000.000 L./anno, che comprende la comunicazione che l'ATAC associerà alla propria linea 110. Il biglietto è di 15.000 L, e consente di avere un'ora di nolo bici gratuita e l'ingresso ridotto al Circo di Massenzio e al Museo delle Mura. A differenza della Sovraintendenza Comunale, la Soprintendenza Archeologica di Roma non ha disposto agevolazioni per i visitatori dei monumenti di sua competenza. L'Ente Parco si farà carico del 25% del costo del servizio, diminuito delle entrate dai biglietti.

- Tabellazione del Parco.

La tabellazione perimetrale, deliberata e impegnata sin dal 1998, non è stata ancora realizzata a causa di una serie di equivoci con la Soprintendenza Archeologica di Roma, la quale, dopo aver visto il bozzetto, ha identificato nei cartelli una forma di pubblicità (definita dalla Soprintendenza "istituzionale") e quindi ha interpretato la normativa per negare il nulla osta all'affissione; nello stesso tempo, per concedere il nulla osta la Soprintendenza ha sorprendentemente indicato un nome nuovo per il Parco, che dovrebbe essere chiamato "Parco archeologico dell'Appia Antica e degli Acquedotti".

La Regione Lazio nel frattempo sta modificando gli standard delle tabelle; il nuovo standard è già stato presentato informalmente alla Soprintendenza e accettato, ma ancora non è stato deliberato dalla Giunta Regionale. Le procedure operative per la taellazione sono in corso.

- Servizio vigilanza.

La pianta organica dell'Ente Parco prevede 9 posizioni di Guardia-Parco. In attesa della definizione delle procedure di assunzione, l'Ente Parco ha ottenuto dalla Regione Lazio nel 1998 un contributo di 170.000.000 Lit per allestire un cantiere scuola-lavoro (costo complessivo 350.000.000 Lit) con 8 operatori qualificati come Guardia-Parco, destinati alla servizio di vigilanza, che entrano in servizio nel marzo 1999. Purtroppo la prefettura non ha mai concesso agli operatori la qualifica di agente di Polizia Giudiziaria, stante il carattere temporaneo del rapporto di lavoro. Nell'ottobre 1999 l'Ente Parco formalizza una collaborazione con il Corpo Forestale dello Stato per assegnare ai cantieristi il ruolo di ausiliari del Corpo Forestale; la concretizzazione è stata però impedita dal mancato rinnovo della convenzione—quadro tra Regione Lazio e C.F.S., il che comunque non ha ostacolato la collaborazione tra C.F.S. e Ente Parco, che nel 2000 ha portato alla chiusura di due cave abusive.

Il cantiere scuola lavoro, rinnovato e composto da 8 elementi, scade nel marzo 2001; per ottenere il rinnovo l'Ente Parco si è impegnato all'occupazione dei 3/5 dei cantieristi, attraverso la loro assunzione, oppure attraverso la costituzione di società miste pubblico-private oppure con altri strumenti.

Per quanto riguarda l'assunzione, è stata espletata la procedura di mobilità, che dovrebbe portare nell'organico dell'Ente due agenti di polizia giudiziaria; la copertura delle restanti sette posizioni avverrà tramite concorso pubblico a fine autunno.

L'Ente Parco ha anche tentato di coinvolgere l'XI Gruppo circoscrizionale dei Vigili Urbani, ottenendo l'offerta di mettere a disposizione due agenti, dalle ore 6.00 alle ore 24.00, in cambio di un rimborso di L. 800.000 al giorno e a patto che l'Ente Parco fornisca l'autovettura per la pattuglia.

Per l'emergenza estiva del 2000 è stato deliberato di istituire un servizio di guardiani, di prevenzione del rischio e informazione ai cittadini in supporto ai guardiaparco di 45 giorni per il periodo di massima pericolosità e di affidarlo alla coop. sociale MANSER per una cifra di circa 40.000.000 L.; nello stesso tempo il Direttore ha ricevuto il mandato di predisporre un bando pubblico per il proseguimento del servizio. Il servizio non è stato però avviato essendo subentrato il Comune di Roma con l'affidamento ad un coordinamento di associazioni e enti di protezione civile del servizio di sorveglianza antincendio su tutto il territorio comunale.

- Servizio comunicazione, Charta Appia, mostra, sito internet e speciale RAI.

Il servizio di comunicazione e pubbliche relazioni dell'Ente Parco è stato affidato al dott. Paolo Vaccari.

L'Ente Parco ha affidato nel 1998 alla Fratelli Palombi Editori la pubblicazione della carta del Parco, destinando a tale scopo la somma di 5.000.000 L. e associando come sponsor l'ATAC e la società che gestisce l'ippodromo di Capannelle; nel contratto è stato stabilito un prezzo di copertina di 5.000 L., l'esclusiva per l'Ente Parco per l'acquisto dall'editore con il 40% di sconto, la royalty del 5% all'Ente Parco sulle carte distribuite dall'editore.

La carta, chiamata Charta Appia, è stata presentata ufficialmente nel 1998 insieme al Sindaco di Roma Francesco Rutelli e all'Assessore alle Politiche Ambientali del Comune di Roma Loredana De Petris.

L'Ente Parco ha inoltre realizzato il sito internet ufficiale, il cui indirizzo web è: http://www.parco.appia.antica.org. Dalla home page è possibile aprire una pagina con le novità, che però non è stata mai aggiornata dal servizio comunicazione.

Nell'aprile 1999 la RAI trasmette uno speciale "Made in Italy" dedicato al parco.

Funzionalità degli uffici.

Nel 1998 il commissario uscente ha completato il Regolamento del Personale e il Regolamento di Contabilità, mentre nei mesi successivi è stato definito il Servizio di Tesoreria, il trasferimento della sede presso la ex Cartiera Latina in via Appia Antica n. 42, ed approvato lo Statuto, assicurando così la funzionalità dell'Ente. Nell'aprile 1999 è stato presentato il logo dell'Ente Parco (una volpe iscritta nel basolato della via Appia Antica).

- Recupero del complesso della ex Cartiera Latina.

La sede del Parco si sposta il 3 agosto 1998 nei locali dell'ex Cartiera Latina (oltre 3.000 mq coperti) in via Appia Antica n. 42. Nel giugno 1999 d'intesa con il VII Dipartimento del Comune di Roma il Parco predispone un progetto per la realizzazione di un parcheggio adiacente alla via Cristoforo Colombo come struttura di accesso al futuro Centro Visite.

L'Ente Parco ha ottenuto un contributo di 1,5 miliardi dalla Legge per Roma capitale e acceso un mutuo ventennale di 4 miliardi con la Cassa Depositi e Prestiti per il recupero dell'intero complesso della ex Cartiera Latina e trasformarla in uno spazio museale, congressistico e centro visite polivalente. Nel marzo 2000 viene approvato dal Consiglio il progetto definitivo, per un investimento complessivo di circa 6,5 miliardi di Lire. Il progetto è approvato con minori modifiche in una preconferenza dei servizi interna all'Amministrazione Comunale. Il progetto è fermo perché un capannone costruito negli anni '70, benché censito nella scheda del Piano di Utilizzazione della Caffarella, non risulta né accatastato né indicato dall'atto di cessione dal Comune di Roma all'Ente Parco: si attende la definizione della questione.

Uno schema di convenzione per la parte scientifica relativa alla realizzazione di un'area destinata a mostre archeologiche temporanee, sottoposto alla dott.ssa Rita Paris (Soprintendenza Archeologica di Roma), alla Sovraintendenza Comunale e alla Soprintendenza Archeologica per il Lazio, a quanto risulta non ha mai ricevuto risposta.

- Scavi archeologici a Ciampino, Marino e a via dei Lugari.

L'Ente Parco ha ottenuto dalla Regione Lazio un contributo di un miliardo per allestire un cantiere scuola-lavoro con 40 disoccupati di varie professionalità (operai, tecnici e archeologi) provenienti dalle liste dell'Ufficio di Collocamento. Questo personale ha svolto dal 1 settembre 1998 al 1 ottobre 1999 lavori di segreteria, di manutenzione del verde e di scavo archeologico a Ciampino e Marino (in base a un accordo con la Soprintendenza Archeologica del Lazio) e a via dei Lugari (XI Circoscrizione, in base a un accordo con la Soprintendenza Archeologica di Roma).

Entrambi i cantieri archeologici hanno dato risultati pienamente soddisfacenti: a Ciampino sono stati ripuliti dalle macerie il basolato e le crepidini. A Marino, oltre alla pulizia il primo cantiere ha recuperato monete e materiale fittile di grande interesse, mentre il 3 marzo 1999 viene presentato pubblicamente il ritrovamento di due statue di marmo; nel luglio 2000 il secondo cantiere ritrova due leoni di peperino a grandezza naturale. A via dei Lugari è stata portata alla luce una parte della villa di Marmenia. Purtroppo i ritrovamenti di via dei Lugari sono stati risepolti, a causa del disinteresse manifestato dalla Soprintendenza Archeologica di Roma per l'approfondimento delle ricerche.

- Lavori giubilari esclusa Caffarella.

Il 7 novembre 1999 il Sindaco di Roma inaugura il Parco degli Acquedotti, 14 ettari acquisiti e riqualificati grazie a 3 miliardi del Piano degli Interventi del Giubileo.

- Recupero del casale adiacente al Tempio del Dio Redicolo.

L'Ente Parco ha affittato nel 1999 il casale adiacente al Tempio del Dio Redicolo dalla Fondazione Gerini al costo di 25.000.000 L./anno; l'edificio è destinato dal Piano di Utilizzazione della Caffarella (approvato con Accordo di Programma il 23 luglio 1996) all'informazione sulle strutture e sulle attività del Parco della Caffarella. Il Consiglio Direttivo ha deliberato un intervento di restauro del casale e di allestimento di un sede permanente di momenti di educazione ambientale, comprendente una mostra sulla biodiversità, sullo sviluppo sostenibile, sulla Prima Conferenza Nazionale sulle Aree Protette.

E' stato approvato dall'Ente Parco il Progetto definitivo. L'opera verrà parzialmente finanziata tramite un contributo del Ministero dell'Ambiente per attività di educazione ambientale sui parchi italiani.

Una prima Conferenza dei Servizi ha messo in luce alcune perplessità della Soprintendenza Archeologica di Roma, della Sovraintendenza Comunale e il parere negativo della ASL per quanto riguarda lo scarico. Inaspettatamente, il 20 novembre 2000 la Soprintendenza Archeologica di Roma ha subordinato il proprio parere favorevole alla definizione di un piano di esproprio, scavo e restauro per l'intero complesso (compreso quindi il Tempio del Dio Redicolo), e alla destinazione del casale non a centro di informazione sulle strutture e sulle attività del Parco della Caffarella (come previsto dal Piano di Utilizzazione della Caffarella approvato con Accordo di Programma sottoscritto tra gli altri dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali), né a centro di educazione ambientale (come progettato dall'Ente Parco) bensì a sede museale storico archeologica dei monumenti della Caffarella. Si prevede di convocare una seconda Conferenza dei Servizi non appena chiarita la questione.

- Qualità delle acque, risanamento del fiume Almone e pulizia del territorio.

Nell'aprile 1998 è stato avviato uno studio in collaborazione con l'Istituto Superiore di Sanità sulle acque superficiali del Parco, utilizzando un contributo straordinario dalla Provincia di Roma; i risultati, presentati nella primavera del 1999, indicano che i fossi presenti all'interno del Parco sono in condizioni di estremo degrado, con l'eccezione dei due rami secondari paralleli al fiume Almone, dove sono presenti popolazioni di rovella e spinarello; l'habitat è comunque fragilissimo a causa dei numerosi impatti di tipo antropico, e la qualità dell'acqua varia drammaticamente a seconda della stagione; le rilevazioni confermano anche la ricchezza di acque sorgive.

L'Ente Parco ha presentato nell'ottobre 1998 un progetto LIFE per il risanamento del fiume Almone, che però non viene finanziato.

Il 13 giugno 1999, in collaborazione con l'A.M.A., l'Ente Parco organizza una iniziativa straordinaria di pulizia del parco, alla quale partecipano 20-30 cittadini.

Il 27 dicembre 1999 l'Ente Parco stabilisce di utilizzare un contributo di 50.000.000 L. della Regione Lazio per bonificare alcune discariche in via Appia Antica, via Appia Pignatelli, via dell'Almone, via di Torricola e via di Tor Carbone.

Un nuovo progetto di riqualificazione delle acque, bonifica dei rifiuti solidi nel fiume, posizionamento di griglie ha ottenuto un contributo di 493.000.000 L. dalla Regione Lazio nel bilancio 2000.

- Controllo durante la pedonalizzazione domenicale.

L'Ente Parco ha offerto la propria disponibilità a coadiuvare il corpo dei Vigili Urbani nelle funzioni di controllo durante la pedonalizzazione domenicale della via Appia Antica. L'offerta non si è mai concretizzata.

Nel 2000 il Comune di Roma ha stabilito di includere la via Appia Antica nella zona pedonalizzata in occasione delle domeniche senz'auto. Tenuto conto che in questo modo la via Appia Antica sarebbe l'unica isola pedonale priva di mezzi pubblici, l'Ente Parco nell'ottobre 2000 ha subordinato l'assenso all'attivazione di una navetta, altrimenti si chiede che venga mantenuta la zona a traffico limitato.

- Visite guidate.

L'Ente Parco ha promosso una serie di visite guidate gratuite alle varie aree del Parco.

La prima serie (14 aprile - 30 luglio 1999) aveva partenza dalla sede del Parco presso la ex Cartiera Latina, prenotazione obbligatoria al numero verde 8000.2.8000, navetta per portare i partecipanti alle aree meno facili da raggiungere.

All'avvio della campagna di comunicazione si sono avute immediatamente circa 2000 prenotazioni, tuttavia complessivamente all'iniziativa hanno partecipato circa 1200 cittadini. Una seconda serie, rivolta soprattutto ai cittadini residenti nei quartieri limitrofi dell'Appio Latino, Tuscolano, Cinecittà, Garbatella, si è svolta nel periodo ottobre-dicembre 1999 con partenza da l.go P. Tacchi Venturi, via Lemonia, Tor Marancia. Il numero di partecipanti è stato di 379 persone.

L'Ente Parco ha accolto la proposta del dott. Mario Leigheb (membro del Consiglio direttivo) di assegnare il servizio alle associazioni locali (Comitato per il Parco della Caffarella, Legambiente circolo Sette Acquedotti, WWF X e XI Circoscrizione FIE) più Italia Nostra, che ha vinto il bando del Comune di Roma per le visite al Circo di Massenzio.

20 operatori sono stati formati attraverso una serie di seminari nel gennaio 1999 ma deve essere messa ancora a punto una soddisfacente (per quanto riguarda il rapporto costi/benefici) campagna pubblicitaria.

- Altre iniziative alla Cartiera Latina.

Presso la sede del Parco sono attivi ogni domenica un bookshop, una ludoteca e un punto di noleggio bici.

Nel febbraio 1999 è istituito il Centro di Documentazione A. Cederna, che in seguito porterà alla costituzione della Fondazione A. Cederna. La fondazione, fortemente voluta dall'Ente Parco, è ospitata presso la sua sede.

Il 22 luglio 1999 si inaugura la manifestazione cinematografica Massenzio (Estate Romana), che durerà 40 giorni con una partecipazione media di 400 spettatori a serata (1000 posti disponibili).

Il 27 agosto 1999, in occasione del 250° anniversario della nascita di Goethe, il Parco, in collaborazione con la Casa di Goethe organizza presso la Cartiera uno spettacolo teatrale di letture del poeta tedesco, con un investimento di 30.000.000 L. Partecipano circa 300 persone. Si inaugura anche una mostra fotografica sul paesaggio del Parco.

- Altre iniziative fuori della Cartiera Latina.

L'Ente Parco ha organizzato il 2 aprile 2000, nell'ambito della Settimana della Cultura promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, lo spettacolo "Recital di Marco Paolini" al Circo di Massenzio (800 spettatori contati dal Presidente dell'Ente Parco). Lo stesso giorno è inaugurata la mostra sul paesaggio romano a cura della prof.ssa Vittoria Calzolari (circa 10 visitatori).

- Interramento G.R.A.

Nel novembre 1998, contestualmente all'approvazione del progetto di interramento del Grande Raccordo Anulare, l'Ente Parco costituisce, anche sulla base di quanto stabilito nel decreto V.I.A., un rapporto di collaborazione con l'A.N.A.S. (che contribuirebbe per 10 miliardi) avente come obiettivo la riqualificazione paesaggistica post—operam e la sistemazione del tratto della via Appia Antica dal G.R.A. fino al confine del Comune di Roma. L'operazione non si è avviata, apparentemente per l'aumento in corso d'opera dei costi del sottopasso.

- Abbattimento orti abusivi della Caffarella.

La Fondazione Gerini e il Comune di Roma abbattono tra l'ottobre 1998 e il marzo 1999 circa 60 orti abusivi nella valle della Caffarella. L'Ente Parco ha autorizzato il trasferimento degli orti in via Appia Nuova angolo via Annia Regilla, in un terreno di circa 8.000 mq di proprietà Gerini, che viene affittato agli orticoltori a circa 3 milioni/anno con la condizione di limitare le recinzioni a basse staccionate e considerare un'unica baracca per gli attrezzi a disposizione di tutti.

- Collaborazione con il Servizio veterinario delle ASL di Roma.

Nel giugno 1999 si attiva una collaborazione con il Servizio veterinario delle ASL di Roma al fine di aumentare le conoscenze sulla presenza di fauna nel territorio del parco con particolare riguardo agli animali di allevamento e ai cani da pastore anche al fine di eliminare i rischi per la salute pubblica. Non sono a conoscenza dei risultati della collaborazione.

- Servizio didattico.

Nel settembre 1999 l'Ente Parco avvia una serie di collaborazioni con i distretti scolastici non solo romani che nel primo anno didattico coinvolgeranno oltre 2000 studenti di ogni ordine e grado.

Il Consiglio Direttivo ha quindi deliberato di destinare 15.000.000 L. per la pubblicazione di un sussidio didattico e ha approvato l'affidamento del servizio di visite guidate per le scuole alla coop. soc. MANSER, fissando un costo di 7.000 L./studente. Il servizio è stato avviato con la spedizione nell'ottobre 2000 di 600 cartelle con gli itinerari proposti alle scuole della Regione, tuttavia il riscontro sembra inferiore alle previsioni (alla fine del 2000 ha concordato una visita al Parco solo qualche decina di istituti scolastici).

- Parco della Caffarella.

La destinazione a parco pubblico della Caffarella è affermata con il Piano Regolatore Generale del 1965; nel 1972 il Comune di Roma acquisiva i primi 72 ettari, prendendone possesso nel 1976. Nel 1980 l'esproprio veniva bocciato dal Consiglio di Stato per assenza del Piano di Attuazione; quest'ultimo veniva redatto in pochi mesi dal Servizio Giardini del Comune di Roma per un territorio di 180 ettari, eppure varie delibere comunali successive non ebbero seguito per assenza di copertura finanziaria. Con il Programma degli Interventi per Roma capitale il Comune di Roma riceve 26 miliardi per l'acquisizione dei terreni della Caffarella (1992), e l'Ufficio Tutela Ambiente riceve (1993) l'incarico di predisporre il Piano di Utilizzazione necessario all'esproprio; il Piano (1994) riguarda un totale di 330 ettari, comprendenti alcuni terreni già comunali (complesso di Massenzio, ex Cartiera Latina ecc.) ma escludendo certe ville della Caffarella dal lato della via Appia Antica; il perimetro del primo esproprio (1995) riguarda circa 120 ettari (tra cui la Vaccareccia). Con il Programma per il Giubileo il Comune ottiene 9 miliardi per le opere di attrezzatura; nel marzo 1997 viene approvata la delibera di occupazione di urgenza di 120 ettari, ma a causa di un errore viene dimenticata la particella catastale di S. Urbano.

Nel giugno 1998 l'amministrazione Gerini fa l'ipotesi di restaurare a sue spese la Vaccareccia prima della cessione al Comune, a patto di poter gestire la parte superiore (circa 2.000 mq) ad attività ricettive a basso costo (p. es. 60 posti letto con ristoro) per un congruo periodo di tempo (25-30 anni). Una ulteriore ipotesi è di affittare il casale a una congregazione religiosa che si impegnerebbe al restauro e al mantenimento di qualche attività agricola e pastorizia.

Nell'ambito dei lavori di attrezzatura del Parco della Caffarella, all'interno del Piano degli Interventi del Giubileo, l'Ente Parco, su sollecitazione degli uffici, ha segnalato al X Dipartimento del Comune di Roma una serie di opere che sono in contrasto con il carattere di parco-campagna specifico dell'area, e probabilmente anche in contrasto con il Piano di Utilizzazione della Caffarella e il Progetto Definitivo dei lavori (terraformazione della maggior parte delle superfici; ringhiera del ponte sull'Almone di fronte alla Vaccareccia; recinzione palatina al ninfeo di Egeria e al Colombario Costantiniano). Le osservazioni, comunicate formalmente al Comune di Roma, hanno prodotto solo parziali correzioni, e attualmente l'area che comprende la Torre-ponte e il Colombario Costantiniano è recintata in pali di profilato di acciaio e rete metallica, mentre la recinzione palatina è stata collocata nel retro e ai due lati del ninfeo di Egeria.

Il 9 aprile 2000 il Comune di Roma inaugura il Parco della Caffarella. Il Piano di Utilizzazione della Caffarella prevede che la gestione delle aree espropriate sia affidata all'Ente Parco regionale dell'Appia Antica.

L'Ente Parco ha segnalato il 20 ottobre 1999 la propria disponibilità a gestire la manutenzione delle aree del Comune di Roma all'interno del Parco regionale dell'Appia Antica, a partire dal Parco della Caffarella, dal Parco degli Acquedotti e dal Parco Scott, prevedendo di avere il rinnovo, nel mese di giugno 2000, del cantiere scuola lavoro con 40 operatori; il rinnovo, che scade nel marzo 2001, è condizionato per legge ad essere finalizzato all'occupazione di almeno i 3/5 del personale impegnato, quindi si chiedeva al Comune di Roma un atto formale di trasferimento dei beni. Il 27 ottobre l'Assessore alle Politiche Ambientali del Comune di Roma rispondeva confermando l'intendimento dell'Amministrazione Comunale di concedere in gestione al Parco dell'Appia Antica le aree di fruizione pubblica site all'interno dell'area protetta, qualora sussistano idonee garanzie in merito alla continuità e alla efficacia degli interventi manutentivi.

- Giardino romano.

Il fondo Gerini (F.C. 924 part. 1-2-3) in località Olivetaccio, compreso tra via Appia Antica e vicolo Tor Carbone, è stato affittato dall'Ente Parco nel 1999 per realizzare un punto sosta. La Soprintendenza Archeologica ha espresso un divieto alla collocazione di panchine e di bagni chimici.

Il 23 maggio 2000 il Consiglio Direttivo dell'Ente ha approvato un nuovo progetto per ricostruire un giardino romano. La Soprintendenza Archeologica ha dato il nulla osta nel luglio 2000 con alcune prescrizioni (evitare alberi da frutto, collocare sedili in travertino anziché in porfido). I lavori sono effettuati dal cantiere scuola-lavoro e si concluderanno entro marzo 2001.

- Punti informativi.

L'Ente Parco ha deliberato nel febbraio 2000 l'istituzione di due punti informativi, uno all'ingresso della Caffarella di l.go P. Tacchi Venturi e uno in via Lemonia. Il Consiglio ha dato mandato di concordare la gestione con la coop. sociale MANSER, nella quale si coordinerebbero tutte le associazioni che hanno già collaborato con l'Ente Parco (Comitato per il Parco della Caffarella, Legambiente circolo Sette Acquedotti, WWF X e XI Circoscrizione, FIE). Inoltre ha deliberato l'acquisto di due gazebo in legno e metallo da collocare in prossimità degli ingressi ma fuori del confine del parco (per evitare di chiedere il nulla osta della Soprintendenza Archeologica di Roma relativo alla lettera "m" della legge Galasso), e di chiedere alle Circoscrizioni di convocare le conferenze di servizi per le necessarie autorizzazioni. La realizzazione dei punti informativi è stata approvata in conferenza di servizi dalla IX Circoscrizione, e si è in attesa di analoga conferenza di servizi in X Circoscrizione.

L'Ente Parco ha quindi approvato l'affidamento del servizio alla coop. soc. MANSER comprendendo il presidio dei due punti informativi per 104 giorni all'anno per una presenza media di 10 ore al giorno e il servizio del numero verde, con la facoltà di noleggiare biciclette, di condurre visite guidate settimanali a pagamento alla Caffarella e al Parco degli Acquedotti e di effettuare attività di educazione ambientale a pagamento con le scuole.

- Schede per Roma Capitale.

L'Ente Parco, parallelamente alla redazione del Piano di Assetto, ha preparato quattro schede di approfondimento da sottoporre all'Ufficio per Roma capitale per un finanziamento. Le schede riguardano progetti considerati dall'Ente come strategici per il raggiungimento degli obiettivi istituzionali:

- risanamento ambientale dell'area di via della Travicella: l'area, che rappresenta la parte terminale del paleoalveo del fiume Almone, verrà risanata da punto di vista igienico-sanitario, realizzando una sorta di museo all'aperto che permetta la lettura unitaria del paesaggio della Campagna Romana nel sistema Caffarella-Appia Antica-Almone e che si riconnetta con il Parco Scott e il casale di Priscilla;

- acquisizione della tenuta della Farnesiana: l'area, di straordinario valore paesaggistico grazie al bosco di lecci a alle presenze archeologiche, ultima testimonianza unitaria di un'antica proprietà fondiaria, sarà tutelata nei valori naturalistici e valorizzata nel sistema dei casali;

- ricostituzione dell'ambito paesaggistico della via Latina a Tor Fiscale: un canale visivo lungo l'antico tracciato della via Latina connetterà l'ingresso del Parco archeologico della via Latina con Tor Fiscale, eliminando il traffico di attraversamento su via Demetriade ma mantenendo la penetrazione d'area;

- riqualificazione dell'area degli Acquedotti a via del Mandrione: si prevede di rendere fruibile il percorso degli Acquedotti dal casale di Roma Vecchia (che verrebbe acquisito e destinato a centro visite) fino alle Mura Aureliane, valorizzando il paesaggio agricolo sopravvissuto e realizzando un percorso ciclabile.

Per quanto riguarda l'acquisizione della tenuta della Farnesiana, si sta cercando di concordare tra la proprietà, l'Ente Parco e il Comune di Roma un sistema di compensazione per ottenere la cessione gratuita della tenuta.

- Insediamento nomadi a via di Torricola.

Nel mese di ottobre 2000 un gruppo di nomadi avrebbe redatto il compromesso di acquisto di un terreno di circa 1 ettaro su via di Torricola, versando la caparra di 70.000.000 L. su un totale di 120.000.000 L. Alle 7 roulotte presenti l'11 ottobre già il 12 se ne erano aggiunte altre 13. Il fatto ha preoccupato i residenti e le Istituzioni competenti, che intendono intervenire chiedendo alla Soprintendenza Archeologica di Roma di verificare la possibilità di prelazione (il terreno potrebbe infatti essere vincolato ai sensi della L. 1089/39), e avviando nello stesso tempo le procedure per abuso edilizio attraverso l'XI Gruppo circoscrizionale dei Vigili Urbani.

Il 18 ottobre l'insediamento risultava comunque di 18 roulotte ordinate e senza alcun segno di degrado. Nel dicembre 2000 le roulotte erano aumentate.

3.6 IL PARCO DELL'APPIA ANTICA: 5 ITINERARI TUTTI DA SCOPRIRE


Foto 1. Foto d'epoca di un tratto della via Appia Antica.

3.6.1 L'asse del parco: la via Appia Antica.

Costruita dal censore Appio Claudio Cieco nel 312 a.C., la via Appia rappresentò per secoli la più grande strada per Capua che costeggiasse il versante marittimo andando a sostituire la via Latina per rispondere al fronte di guerra. Fu costruita con lo stesso criterio delle autostrade moderne puntando con dei grandi rettifili direttamente alla meta finale (Capua) e collegandosi con strade di raccordo ai centri importanti lungo il percorso come Velletri, Norma, Priverno.

La rettificazione della via Appia richiese uno straordinario sforzo ingegneristico; basti pensare che il tratto da Roma a Terracina è un unico rettifilo di circa 90 km che passa in mezzo ai Colli Albani e alle paludi pontine.

Dopo Terracina, la via Appia supera i monti di Fondi e le impervie gole di Itri, scende a Formia a Minturno, oltrepassa Mondragone per poi arrivare a Capua.

Il percorso totale è di 132 miglia (195 km, quindi 4 km in più della via Latina), che si poteva effettuare in cinque—sei giorni di cammino. Nel 268 a.C., per favorire l'espansione romana verso sud, la via Appia fu prolungata fino a Benevento; successivamente la strada fu portata a Venosa, a Taranto, e infine a Brindisi.

La strada fu costruita iniziando dai bordi che davano la direzione. Scavando poi all'interno si metteva uno strato di pietre per fondamenta (statumen) con una susseguente colata di malta mista a pietrisco (rudus). Poi si aggiungeva un terzo strato (nucleus) di malta, sabbia e pozzolana nel quale venivano affondati i basoli, che rimanendo incastrati andavano a formare un piancito durissimo (pavimentum). La larghezza della sede lastricata era circa 4,2 metri, sufficiente all'incrociarsi dei carri; ogni 9 miglia c'erano le stazioni di posta (mutationes), per l'alloggio dei viaggiatori ed il cambio dei cavalli, mentre a distanze maggiori si trovavano veri alberghi (mansiones).

La via, anche grazie ad una costante manutenzione, restò efficiente fino al pieno Medioevo (nel VI l'imperatore Teodorico ne riassestava ancora il lastricato). In seguito, numerose torri sorsero sia sulla via Latina che sulla via Appia per imporre gabelle a chi transitava. La campagna romana fu la soluzione di molti per evitare il dazio oltre ad una viabilità secondaria che in seguito prese il sopravvento. Il tracciato artificiale dell'Appia fu perciò sempre meno soggetto a manutenzione e venne abbandonato a vantaggio della via Latina, che ugualmente raggiungeva Capua, o di nuove vie come la Tuscolana, la Casilina, L'Appia nuova (Staccioli, 1995).

Ma diamo uno sguardo ai numerosi monumenti disseminati lungo la via che da Porta S. Sebastiano (l'antica Porta Appia) porta fuori dai confini della capitale.

Da questo punto la via scende l'antico Clivo di Marte e arriva al fiume Almone dove poco più avanti sorge il nucleo in calcestruzzo del sepolcro di Geta. Accanto al centro visite del parco troviamo il sepolcro di Priscilla sormontato da una torre medievale mentre di fronte si erige la chiesa del Domine Quo Vadis. Questa chiesa ricorda la leggenda di S. Pietro che, fuggendo da Roma, incontra Cristo al quale pone appunto la domanda: "Signore dove vai?".

Arriviamo subito dopo all'ingresso delle Catacombe di S. Callisto che dal III secolo sono il più importante sepolcreto cristiano della capitale e nel quale si trovano sepolti numerosi martiri e papi. Molti di questi resti dell'antichità sono ancora nascosti, come il colombario dei Liberti di Augusto nascosto da un ristorante oltrepassata via della Caffarelletta.

Altre catacombe si celano nel sottosuolo nei pressi con il bivio con via Appia Pignatelli come le catacombe di Pretestato e le catacombe ebraiche di Vigna Randanini. Vicino a via delle Sette Chiese sorge la Basilica di S. Sebastiano, costruita nel IV secolo e dedicata nel IX secolo al martire sepolto nelle catacombe adiacenti. Poco più avanti si trova la residenza imperiale di Massenzio che comprende il Mausoleo di Romolo, figlio dell'imperatore, il circo e il palazzo imperiale (Comitato per il Parco della Caffarella, 1994).

In cima alla salita si situa un altro splendido monumento: la tomba di Cecilia Metella. Costruita a torre cilindrica impostata su base quadrata fu trasformata in torre nell'XI secolo per essere poi inclusa nel 1300 nel castello dei Caetani. Arrivati al grande rudere detto torre di Capo di Bove la via incomincia una corsa libera, fiancheggiata da pini e cipressi, con incontri sempre più frequenti di resti di basolato. In questo tratto molte tombe sono ricostruzioni del Canina del XIX secolo spesso sostituite con calchi. Le più importanti sono: il sepolcro di S. Urbano del II secolo d.C., del tipo a tempietto laterizio con gradinata frontale, e la tomba dei Festoni, del tipo ad ara, ornata da un fregio.

A 200 metri dall'incrocio con via di Tor Carbone l'Appia fa una curva forse per rispettare l'antico confine con Alba Longa e ricordare lo scontro fra i Curiazi e gli Orazi dei quali poco più avanti troviamo i tumoli. Poco più avanti, sulla sinistra, s'affaccia il ninfeo della villa dei Quintili, con un loggiato medievale. Quest'opera, carica di leggende anch'essa, è stata da poco riportata alla luce grazie a degli scavi che l'hanno sottratta al terreno per ridonarla alla visione di tutti. La via quindi prosegue fino a Frattocchie, l'antica Bovillae, dove si sovrappone alla via Appia Nuova (Quilici, 1989).

3.4.2 La Caffarella storico—archeologica.

Per molti secoli la valle della Caffarella è stata oggetto di intense coltivazioni di frutta e ortaggi e viene ricordata, oltre che per la fertilità del terreno, anche per l'ottima posizione strategica al di fuori delle mura della città. A testimonianza di ciò, raggiungendo via della Caffarella, troviamo l'imponente casale Tarani (XVII secolo) e una cisterna romana che è stata adattata nel XIX secolo a fienile.

Seguitando il percorso incontriamo la splendida Vaccareccia (1546), che ingloba una torre del XIII—XIV secolo e che ci ricorda la famiglia dei Caffarelli che trasformò la Caffarella in una grande tenuta agricola dopo il declino medievale. La proprietà passa nel 1695 ai Pallavicini, i quali, nel 1816, la cedono ai Torlonia, che ristrutturarono la Vaccareccia per l'ultima volta. A testimonianza di ciò troviamo una corona che sovrasta due comete che ci ricorda ancora lo stemma della famiglia (Comitato per il Parco della Caffarella, 1994).

Arriviamo al fiume Almone: gli antichi Romani, che deificavano boschi, fiumi e sorgenti, identificarono il fiume con il dio Almone, che dava l'acqua o la siccità a suo discernimento. Il fiume era protagonista di un importante culto di origine orientale, la "Lavatio Matris Deum", che si svolgeva il 27 marzo di ogni anno. Durante una solenne processione che partiva dal Palatino veniva portata la pietra sacra alla Magna Mater (la dea Cibele) fino all'Ostiense dove sfociano le acque del fiume nel Tevere.

In fondo al rettifilo giriamo a sinistra. Dopo 500 metri si trova la tomba di Annia Regilla (160 d.C.), uno dei più bei monumenti intatti che esistono a Roma, dalla raffinata tecnica in cotto policromo.

In direzione di via dell'Almone, ai piedi di una collinetta, troviamo il ninfeo di Egeria (160 d.C.), grotta artificiale in prossimità di una sorgente di acqua minerale. Il ninfeo apparteneva alla villa—azienda di Erode Attico, vissuto nel II sec. d.C., precettore dell'imperatore Marco Aurelio. La moglie di Erode, Annia Regilla, dell'illustre famiglia degli Anni, portò in dote questo fondo al marito, ma alla morte di lei lo stesso fu accusato di averla assassinata; quando uscì assolto dal processo, per smentire le voci che lo accusavano di aver corrotto i giudici, ristrutturò in onore di lei tutto il fondo, che chiamò "Triopio" in ricordo del Triopeion, celebre santuario di Demetra a Cnido.

In cima alla collinetta del ninfeo sorge il tempio di Cerere e Faustina (160 d.C.), costruito da Erode in ricordo della moglie; l'edificio, trasformato in luogo di culto cristiano nel VI secolo d.C., fu dedicato al vescovo S. Urbano; gli affreschi che ornano gli antichi riquadri risalgono al XI secolo ma furono rimaneggiati nel ‘600. Sotto l'altare si trova la cripta costruita per essere una "Confessione", cioè il luogo in cui si conservano le reliquie del santo (Staccioli, 1995).

Sul poggetto di fronte si possono osservare tre lecci: sono i discendenti del "Bosco Sacro" che ricordano la leggenda della ninfa Egeria e il re Numa Pompilio. Il re si dilettava in giochi amorosi con la ninfa che lo consigliava e gli dettava le leggi. Vicino spicca una grande cisterna del I sec. d.C., mentre nel fondo valle troviamo il Colombario Costantiniano, una bella tomba in cotto del II sec. d.C..

Tornando indietro attraversiamo il ponte sull'Almone: una torre di guardia (XIII sec.) ancor oggi sorveglia il transito.

3.4.3 La Caffarella naturalistica.

Oltre che per il suo grande interesse storico la Caffarella è degna di nota anche per i suoi ecosistemi vegetali.

Tipica valle a V con un fiume al centro, la storia geologica della Caffarella comincia tra 360 mila e 80 mila anni fa. Il materiale espulso dal Vulcano Laziale (gli odierni Colli Albani) si andò ad accumulare su più antichi sedimenti fluviali e marini, e oggi il suolo della Caffarella risulta costituito da quattro strati di tufi e pozzolane, visibili nelle numerose voragini; queste, formatesi dallo sprofondamento di alcune cave, si sono riempite di una tipica vegetazione di olmi, fichi, evonimi, sanguinelli ecc.


Foto 2. Scorcio della Valle della Caffarella.

La Valle è considerata il regno delle piante "pioniere": piante rustiche ed adattabili come le graminacee, i cardi e la malva hanno il compito di colonizzare lo strato superficiale e aprire la strada agli altri organismi viventi. Scendendo nel fondovalle, dove l'acqua è in abbondanza e il clima è favorevole, troviamo una ricca vegetazione. Nei pressi di via dell'Almone su di uno stagno ricco di canne, pioppi, salici, giunchi ed equiseti volano i beccaccini e le ballerine, saltano rane e rospi, strisciano biscie e salamandre.

Tra i molti corsi d'acqua il principale è il fiume Almone nel quale i affluiscono le acque di decine di sorgenti dalle caratteristiche "medio—minerali".

Sul versante sinistro troviamo lunghi filari di bagolari, gelsi e noci, segno della mano dell'uomo, sostituiti lungo il cammino da boschetti di aceri, lecci, farnie e roverelle ricchi di alberi secolari. Anche i boschetti più isolati prossimi alla via Appia Antica nascondono piacevoli sorprese: nell'intricato sottobosco di pungitopo, corniolo, prugnolo, melo e pero selvatico, rosa selvatica e sambuco, risuona il canto dei passeri, verdoni, verzellini, cinciallegre, capinere, merli, pettirossi, cardellini, strillozzi o l'improvviso chiocciare del fagiano (Comitato per il Parco della Caffarella, 1988).

Nel cielo volteggiano la cornacchia grigia, l'allodola ed il gheppio. Anche la volpe abita a pochi passi dalle case. Sarà difficile vederla, ma gli escrementi lasciati per marcare il territorio lasciano il segno del suo passaggio. Essa insieme al gheppio e ai rapaci notturni come la civetta ed il barbagianni che abitano i mille ruderi rende il prezioso servizio di eliminare i topi e i ratti attirati dalle montagne di rifiuti abbandonati nelle parti più accessibili.

3.4.4 Il parco archeologico della via Latina.

La via Latina è una strada naturale. Percorsa già nella preistoria, la strada partiva dall'isola Tiberina e dopo 191 km raggiungeva Capua. Nel Parco archeologico della via Latina ritroviamo uno dei pochissimi tratti che hanno conservato l'aspetto originario. All'ingresso del Parco, sulla destra, s'innalza il nucleo di un sepolcro. Accanto troviamo il sepolcro Barberini (160 d.C.), a tre piani, costruito con la tecnica delle tombe a tempietto in laterizio policromo. Il piano seminterrato era la camera funeraria, il piano centrale era utilizzato per i riti funebri e nel piano superiore vi era probabilmente la statua del defunto.

Un altro sepolcro denominato "Fortunati 25" conserva in discreto stato la camera funeraria sotterranea. Proseguendo si raggiunge un tratto di basolato della via antica la cui sede lastricata è larga qui 3,8 metri tale da permettere a due carri di incrociarsi (Comitato per il Parco della Caffarella, 1994).

Prima del sepolcro dei Pancrazi si vede l'alto nucleo di un sepolcro a pilastro e, più avanti, le fondamenta di un sepolcro circolare. Di fronte, uno zoccolo di travertino era la soglia di qualche edificio oltre la tomba dei Valeri. Quest'ultimo è un sepolcro del II sec. d.C., circondato da un "recinto sacro". La parte superiore è stata ricostruita ma la parte inferiore è completamente decorata da stucchi bianchi raffiguranti satiri e menadi danzanti.

I resti di un albergo con tanto di impianto termale e un'altra tomba in laterizio che conserva solo la facciata fronteggiano il sepolcro dei Pancrazi. Il primo ambiente contiene un sarcofago strigilato che ricorda il collegio funeratizio dei Pancrazi. Nella seconda camera, dove è rimasto un gigantesco sarcofago di marmo, la volta a crociera è decorata con pitture e stucchi policromi perfettamente conservati.

Accanto al sepolcro dei Pancrazi si vede un'altra tomba, attribuita ai Calpurnii, mentre l'area alle spalle era occupata da una ricca e vasta villa (V sec. d.C.), appartenuta a Demetriade. La nobildonna romana, trasformò la villa in basilica, coprendo con un tetto il peristilio e consacrandolo a S. Stefano protomartire (Comitato per il Parco della Caffarella, 1994).

3.4.5 Il parco dei sette acquedotti.

Il tragitto lungo questa zona del parco si snoda partendo da Tor Fiscale (XIII sec. d.C.). Questo luogo permetteva il controllo della via Latina (che passava a nord—est) sfruttando l'intersezione tra gli acquedotti Claudio e Marcio e, durante il 559 d.C., fu trincerato dai i Goti di Vitige prendendo da allora il nome di campo Barbarico. Dietro la torre troviamo una grande villa con terme e poco più avanti via del Quadraro corrispondente al IV miglio della via Latina, sede del celebre incontro di Coriolano con la madre.

Arrivando a via Lemonia incontriamo la villa delle Vignacce (125—130 d.C.), attribuita a Q. Servilio Pudente. A nord—est un terrazzo lungo oltre 120 metri ha al centro una fontana e si conclude con cisterne coperte. Una grande aula a sud era forse un ninfeo, mentre ad est era la parte termale. Circa 130 metri a sud—ovest si trova una grande cisterna.

Alle spalle della cisterna scorre l'acquedotto Felice, fatto costruire da Papa Sisto V nel 1585 sfruttando le fondazioni dell'acquedotto Marcio. Dopo la chiesa di S. Policarpo troviamo i resti dell'acquedotto Claudio costruito in blocchi di tufo con le chiavi di volta in travertino al quale si sovrappone l'Anio Novus in laterizio. Entrambi gli acquedotti furono iniziati per opera di Caligola e terminati da Claudio nel 38 d.C.. Si giunge quindi al casale—torre di Roma Vecchia (XIII — XIV sec.), nel cui cortile troviamo una importante raccolta di materiali archeologici.

Superato con un ponticello il rivo dell'acqua Mariana troviamo a monte uno dei rarissimi tratti originali dell'acquedotto Marcio costruito nel 144 a.C. in opera quadrata di peperino e tufo rosso dell'Aniene, lungo 91,4 km. Ad esso vennero sovrapposti in tarda età repubblicana i canali dell'acqua Tepula e in seguito dell'acqua Iulia.

Uno splendido viale alberato prosegue fino al castello Ferroviario di una delle più antiche ferrovie d'Italia, fatta costruire da Papa Pio IX nel 1862 per raggiungere Ceprano (confine dello Stato Pontificio).

Attraversata via delle Capannelle si entra nella villa dei Sette Bassi (138—160 d.C.). La villa è composta di tre corpi contigui eretti in tre fasi diverse. Il grande ippodromo—giardino, il lungo "criptoportico" ed il piccolo tempio laterizio, della fine del II sec. d.C. vanno a completare il quadro di bellezze di quest'area del parco (Comitato per il Paco della Caffarella, 1994).

Bibliografia del capitolo 3

AA.VV., 1995, Lazio, lemma in Grande Dizionario Enciclopedico UTET, Quarta edizione, Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese, vol. XI, pp. 956-957.

Baragliu G. A., 2000, L'ambiente come cultura, in Documentazione Tecnica, Prima Conferenza Regionale delle Aree Naturali Protette, Roma, 26-27-28 gennaio 2000.

Comitato per il Parco della Caffarella, 1988, La Valle della Caffarella: spiccioli di natura, Roma, Fratelli Palombi.

Comitato per il Parco della Caffarella, 1994, La Valle della Caffarella: la storia ci racconta, Roma, Fratelli Palombi.

Migliorini F., Moriani G., Vallerini L., 1999, Parchi naturali. Guida alla pianificazione e alla gestione, Padova, Franco Muzzio Editore.

Parco regionale dell'Appia Antica (a cura di), 2000, Rapporto su due anni di attività, Materiale informativo.

Prezioso M., 1994, Lo stato della pianificazione naturale nel Lazio, in Jannuzzi F. (a cura di), Aree protette e parchi naturali: ricerca, studio, sperimentazione. Atti della II Tavola Rotonda, Roma, 21 ottobre 1994, Napoli, C.N.R..

Quilici L., 1989, Via Appia: da porta Capena ai Colli Albani, Roma, Fratelli Palombi Editori.

Staccioli R. A., 1995, La via Appia. Storia e monumenti della "regina viarum", Roma, Newton.

Siti internet consultati

http://www.parks.it

https://www.caffarella.it/caffa/pagine-mario-leigheb/

http://www.regione.lazio.it

http://www.parcoappiaantica.org

CAPITOLO 4 Metodologia e tecnica della ricerca.

4.1 PREMESSA

Sul tema delle aree naturali protette si è acceso negli ultimi anni un intenso dibattito politico—sociale che ha cooperato alla costituzione di un Sistema nazionale e regionale di parchi. Il nostro Paese ha ottenuto importanti risultati sia per quanto riguarda la percentuale dei territorio sotto tutela (oltre il 10%) sia per il quadro normativo che appare abbastanza dettagliato.

Prima con la legislazione regionale e successivamente con la legge quadro 394/91 le aree naturali protette si sono inserite in un sistema normativo ed istituzionale che coinvolge nello stesso piano d’azione le competenze dello Stato, delle Regioni e degli enti locali. Oggi in Italia ci troviamo davanti ad una variegata tipologia di parchi, dovuta sia ai tempi diversi della loro istituzione, sia alle diverse situazioni ambientali, socioeconomiche e culturali che caratterizzano il nostro Paese.

Questo sistema, ovviamente non ancora compiuto, richiede innanzitutto di ridisegnare i ruoli e le competenze degli organi istituzionali, atti a rafforzare la capacità di indirizzo e di programmazione dei livelli centrali e regionali e di assegnare agli enti locali più dirette responsabilità di gestione. Si potrebbe definire un sistema multilivello in grado di bilanciare i poteri centrali con quelli periferici, con ampi spazi di autonomia nell'applicazione delle direttive europee e delle leggi quadro statali, anche a tutela delle identità territoriali e comunitarie locali, che, con la loro diversificazione, concorrono alla ricchezza ed all'equilibrio complessivi (http://www.parks.it).

La domanda di protezione della natura si presenta sotto un duplice aspetto:

come generica domanda di conservazione;

come ricerca di una diretta esperienza dei parchi naturali a scopo ricreativo.

In questo senso la protezione della natura si configura non solo come bene pubblico, cioè come quel bene il cui consumo non è esclusivo, ma anche come merit good, ossia come uno di quei particolari beni per cui si ritiene che la domanda possa crescere allorché masse sempre più ampie di consumatori ne acquisiscano un'adeguata conoscenza (Fischer, Krutilla e Cicchetti, 1977).

Ed è per questo che le istituzioni devono guardare ai nuovi problemi della gestione e della pianificazione delle aree naturali. Poiché "…il consumo turistico sarà sempre crescente e poiché si va affermando un'altrettanta crescente sensibilità ambientale, quote sempre più consistenti dei flussi turistici si orienteranno verso aree di attrazione come quelle costituite dalle aree protette e, più in generale, verso quelle aree che presentano, nei diversi modi di espressione, un'alta qualità ambientale…" (Beato, 1999, pp. 11-12). Alcuni esperti italiani ritengono che si produrranno dei mutamenti rilevanti dal lato della domanda dei "…turisti come soggetti di scelta e di consumo…" (ibidem). Il ruolo a cui è chiamato il Governo è quello di promozione e stimolo dell'azione delle Regioni e degli enti locali che non possono più limitarsi ad aspettare ma devono diventare gli attori protagonisti della politica ambientale.

Diventa quindi fondamentale l'analisi della domanda e dell'offerta sia per determinare i livelli ottimali di finanziamento pubblico al parco, sia per offrire un supporto maggiore alla parte imprenditoriale della gestione di un'area protetta.

La decisione di affrontare una ricerca sulle modalità di fruizione da parte dei "consumatori" di un'area protetta, nasce dalla convinzione che uno studio di carattere sociologico possa contribuire in maniera considerevole a comprendere l'esplosione della domanda di questi nuovi prodotti di mercato (Maciocco e Preite, 1997; cit. in Beato, 1999).

Abbiamo quindi individuato un luogo particolare per le sue peculiarità ambientali e culturali. Il Parco dell'Appia Antica è infatti un concentrato di natura e storia come pochi altri se ne trovano al mondo. Inoltre l'area è ritenuta interessante da diverse categorie di attori sociali. Oltre agli abitanti del quartiere troviamo coinvolte le istituzioni pubbliche e i gruppi organizzati per la tutela dell'area; troviamo inoltre piccoli e medi imprenditori, articolati in varie categorie, tra quali spicca quella dei servizi e, infine, chi usufruisce del parco come visitatore.

Non meno importante, il territorio del Parco è stato per lungo tempo, ed è ancora, al centro di accese polemiche per i conflitti d'interesse scaturiti dal regime di proprietà dei terreni. Tutto il territorio, infatti, è di proprietà privata ad esclusione di un 5% che costituisce il patrimonio demaniale (2%: Comune di Roma; 2%: Demanio dello Stato ramo storico—artistico; 1%: Demanio dello Stato ramo militare). Prevale la medio—grande proprietà terriera di famiglie della vecchia aristocrazia (40%), seguita dalle società pubbliche e private (25%), da piccole proprietà private (21%) e dagli enti religiosi (10%) (http://www.parcoappiaantica.org).

4.2 L'OGGETTO DELLA RICERCA

Il Parco Regionale dell'Appia Antica si presenta con un territorio vasto e articolato in aree diverse tra loro, diviso sulla carta in più "parchi tematici" ognuno con le sue attrattive naturali, le sue testimonianze storiche e con un diverso grado di attività antropiche. Le aree sono il Parco archeologico della via Latina, il Parco degli Acquedotti (240 ha), il Parco della Caffarella (250 ha), il Parco Scott e un tratto della via Appia Antica all'interno dei comuni di Ciampino e Marino.

Dall'esperienza dei parchi stranieri si evince che attraverso l'analisi dei bisogni e della domanda (demand side) si arriva a elaborare un inventario dei differenti servizi (supply side) che un parco può offrire in relazione alla sua finalità (Migliorini, Moriani e Vallerini, 1999).

Per un Parco regionale, come quello dell'Appia Antica, per il quale la fruizione è uno degli obbiettivi prioritari, è fondamentale uno studio accurato e interdisciplinare per individuare quali servizi sono da sviluppare, servizi che, oltre a non essere dannosi per il territorio, possano aumentare la godibilità dell'area, ovviare alle carenze di fondi pubblici e avere ricadute economiche positive.

Partendo da queste premesse e constatando che effettuare una ricerca sulla fruizione di tutte le aree del Parco sarebbe di difficile compimento per la mancanza di risorse disponibili, è stato necessario individuare una di queste aree che rispondesse alle caratteristiche richieste dall'obbiettivo che ci siamo proposti: il Parco della Caffarella. Ciò ci rende consapevoli del limite della non generalizzabilità dei risultati che in tal modo si otterranno, pur confidando nella possibilità di verificare che le dinamiche da noi ipotizzate possano essere estese anche alle altre aree del Parco.


Cartina del Parco della Caffarella.

Abbiamo individuato nel Parco della Caffarella il luogo ideale per effettuare la nostra ricerca sia per la presenza contemporanea di elementi naturali e archeologici sia per la sua recente istituzione. Infatti l'area è stata inaugurata a Parco il 9 aprile 2000 dopo anni di durissime lotte condotte dai residenti dei quartieri limitrofi, da associazioni di base e ambientaliste.

L'obbiettivo fondamentale della nostra ricerca si identifica nella conoscenza delle caratteristiche dell'utenza del Parco della Caffarella riguardato soprattutto nell'ottica della domanda sociale di ambiente specificata nella forma dei modelli di fruizione di un'area protetta archeologico—naturale suburbana. In particolare, verranno analizzati i modi di utilizzazione dell'area. Più precisamente quali sono le attività maggiormente praticate dai fruitori, quali strutture essi ritengono ancora insufficenti e quali invece più confacenti alle proprie esigenze.

Già nel 1994 l'Ufficio Tutela Ambiente del Comune di Roma aveva avviato, in collaborazione con la cattedra di Sociologia dell'ambiente dell'Università di Roma "La Sapienza" (Prof. Fulvio Beato), una ricerca dal titolo "Indagine conoscitiva sull'utenza potenziale del previsto Parco della Caffarella" con lo scopo di raccogliere materiale utile alla realizzazione del parco e di raccogliere dati sul suo bacino d'utenza. Confrontando i dati della nostra ricerca con i risultati della indagine sopra menzionata, cercheremo di mettere in luce i cambiamenti avvenuti negli ultimi anni, se cambiamenti ci sono stati, nel modo di utilizzare e concepire il parco.

Giova sottolineare che si tratta di un sistema di conoscenze che si configura anche come informazione utile, e talvolta anche necessaria, alla selezione delle opzioni del Piano di utilizzazione del parco rispondendo in tal modo anche alle esigenze della pianificazione territoriale partecipata. Per questo riteniamo che le informazioni che forniremo attraverso i risultati della ricerca possano essere utili anche all'Ente Gestore del Parco regionale dell'Appia Antica. Almeno così si auspica.

4.3 LA RICERCA DI SFONDO

Individuata l'area della ricerca, si è proceduto ad acquisire il maggior numero di informazioni sulla stessa. Si è proceduto quindi alla consultazione dei documenti e della letteratura riguardanti l'argomento consultando materiale proveniente da biblioteche pubbliche, materiale informativo di associazioni ambientaliste e dell'Ente di Gestione, siti internet ed ogni altra fonte di informazione pubblica.

Nella fase di scouting si è inoltre rilevata ogni forma di atteggiamento che i vari attori sociali hanno riguardo il funzionamento e la fruizione dell'area. Tutto questo è avvenuto annotando le risposte ottenute attraverso colloqui informali sia con persone frequentanti l'area (cittadini del quartiere, studenti, commercianti, ecc.) sia con testimoni privilegiati (personale del parco, soci di associazioni ambientaliste e di base, amministratori, ecc.). Da un'analisi sommaria delle opinioni rilevate su questo tema è apparsa subito una discreta "interiorizzazione" del parco come bene sociale. Basti pensare che nel corso dell'ultimo decennio si sono susseguiti in modo massiccio articoli su quotidiani e riviste, libri sul Parco dell'Appia Antica e sulla Valle della Caffarella, decreti, circolari e in generale atti di ordine legislativo. La sensibilizzazione è avvenuta anche grazie ad associazioni di base come il Comitato per il Parco della Caffarella che dal 1984 si è adoperato per la realizzazione del parco stesso impegnandosi a far conoscere l'area attraverso visite guidate gratuite e varie attività informative.

In queste che chiameremo azioni collettive di base si è di certo creata una forte sensibilità nel riconoscere il valore sociale dell'area in netto anticipo rispetto al resto della popolazione. Proprio per questa ragione la presenza di gruppi ambientalisti locali di base, il loro riconoscimento da parte della gente comune ma anche da alcune espressioni delle istituzioni ci sono sembrate elementi socialmente importanti e quindi meritevoli di essere indagati.

Inoltre il confronto tra i risultati della nostra ricerca e quelli della ricerca del 1994 ci permetterà di elaborare un comparazione diacronica tra il modo di intendere la fruizione di un area verde non ancora messa sotto tutela e un area che, a distanza di sei anni, e dopo numerose lotte, è riuscita ad ottenere la sua istituzione come parco pubblico.

4.4 LE IPOTESI DELLA RICERCA

Abbiamo formulato delle ipotesi che, per il loro livello di generalità, collocano la nostra ricerca nella tipologia descrittiva con finalità esplorative.

L'ipotesi guida nasce dalla classificazione delle tipologie di espressione della domanda che si trova nell'annuario europeo dell'ambiente del 1988. Essa distingue due categorie di consumatori che hanno un atteggiamento molto diverso nei confronti delle aree naturali. Un gruppo di soggetti considera i parchi "santuari ecologici", che devono essere preservati il più possibile e non devono essere pertanto condizionati dall'intervento dell'uomo. Un altro gruppo li ritiene il luogo ideale per la ricreazione all'aria aperta. Il primo gruppo è contrario all'accesso delle auto, alla costruzione di strutture ricettive persino nelle aree circostanti e all'organizzazione di visite guidate, mentre il secondo è favorevole ai campeggi e a luoghi di ristoro, ai servizi di trasporto efficenti e ai parcheggi, senza preoccuparsi per le ripercussioni che ne possono derivare sul piano di una rigorosa conservazione.

Questa distinzione appare oggi troppo drastica e sembra incompatibile con l'attuale evoluzione culturale in materia di aree protette. E' più plausibile che la domanda sempre crescente di aree naturali presenti valenze più differenziate a seconda della tipologia degli utilizzatori.

Per quanto riguarda l'Appia Antica la domanda potenziale si può dividere in due grandi gruppi. Un primo gruppo comprende chi è interessato alla conservazione del grande patrimonio storico—naturale dell'area ma che non richiede direttamente di usufruirne. A rappresentare questo gruppo possiamo trovare i gruppi ambientalisti, studiosi e appassionati delle civiltà antiche che hanno a cuore i luoghi di culto presenti nella zona e quegli abitanti della Capitale che comprendono l'importanza della presenza di un polmone verde, all'interno della città, anche per la sua influenza sul microclima.

Il secondo gruppo è rappresentato da coloro che direttamente usufruiscono dell'area tra cui troviamo i turisti portatori di motivazioni culturali, ambientali, ricreative, i pellegrini e gli sportivi. Studiare queste "categorie" di consumatori significherebbe indirizzare le scelte gestionali dell'Ente Parco verso la creazione di servizi d'informazione (convegni internazionali, pubblicazioni, informazioni telematiche, banche dati) ed un'ampia rete di servizi e attrezzature per la fruizione dei visitatori (strutture sportive eco—compatibili, ristorazione, sentieri e guide archeologiche, ecc.).

Ma torniamo al nostro campo d'indagine. Per quanto riguarda il Parco della Caffarella la ricerca condotta nel 1994 dall'Ufficio Tutala Ambiente del comune di Roma ha rivelato che diverse sono le attività svolte al suo interno (vedi tabella 1).

Tabella 1. Attività svolte nell'area della Valle della Caffarella.

Attività svolte
1. Passeggio 35,3%
2. faccio footing 12,8%
3. Visito le aree archeologiche 12,3%
4. Accompagno i bambini 9,5%
5. Porto il cane 7,8%
6. Incontro amici, partner, etc. 7,1%
7. Acquisto prodotti agricoli 5,7%
8. Raccolgo piante medicinali o aliment. 3,6%
9. Raccolgo acqua alle sorgenti 3,4%
10. faccio il pic-nic 2,6%
Totale 100,0%

Fonte: Beato e Piersimoni, 1994.

Per una corretta lettura di questi dati bisogna considerare che questo parco, circondato da quartieri densamente popolati, nel 1994 e fino alla sua istituzione svolgeva prettamente la funzione di parco urbano salvo che per le attività svolte dal Comitato per il Parco della Caffarella (vedi par. 3.4, pp. 73-74). Fino alla creazione del parco veniva riconosciuto all'area un indiscusso valore naturale ed archeologico (valore oggettivo) e la mancanza di un suo totale riconoscimento come bene sociale (valore sociale).

Con l'istituzione del parco si sta avviando un progetto di riqualificazione che ha anche l'obiettivo di aumentare una domanda nazionale e internazionale più specificatamente rivolta alle peculiarità storiche, naturalistiche e archeologiche.

Tutte queste considerazioni hanno portato alla formulazione delle seguenti ipotesi di ricerca:

Ipotesi 1: ipotizziamo che, con l'istituzione del parco, le tipologie dei consumatori dell'area stiano lentamente cambiando così come stanno cambiando le loro modalità di fruizione e gli atteggiamenti verso quest'area naturale protetta.

Ipotesi 2: in relazione alla presenza nell'area di siti archeologici e storici ipotizziamo che i visitatori abbiano un livello d'istruzione medio—alto e che questo influenzi le loro modalità di fruizione e gli atteggiamenti nei riguardi della gestione del Parco della Caffarella.

Ipotesi 3: un altro elemento d'interesse riscontrabile nell'area è la presenza dal 1984 di un comitato di base che si occupa esclusivamente della valle in questione, sensibilizzando attraverso molteplici iniziative sia le comunità di quartiere sia le istituzioni. Le impressioni rilevate durante la fase di scouting ci fanno ipotizzare un atteggiamento di delega nei confronti delle associazioni di base e ambientaliste come il comitato. Infatti sembrerebbe che, malgrado una valutazione positiva dei cittadini sulle iniziative portate avanti dal comitato, questi ultimi non sembrerebbero farsi coinvolgere in prima persona in attività di volontariato. Tenteremo quindi di analizzare gli atteggiamenti dei fruitori del parco nei confronti delle associazioni coinvolte nelle attività dell'area di nostro interesse.

Ipotesi 4: ipotizziamo che chi visita l'area proviene prevalentemente dalle circoscrizioni limitrofe ai confini del parco (IX, X, XI Circoscrizione).

Ipotesi 5: un'ultima ipotesi è quella legata agli atteggiamenti rispetto la tutela dell'ambiente e i problemi ambientali in generale. Si ipotizza infatti che la frequenza dell'area del Parco della Caffarella sia fortemente influenzata dal grado di sensibilità verso le tematiche ambientali generali.

Obbiettivo fondamentale della nostra ricerca sarà appunto confermare o falsificare le ipotesi delineate per poter dare una visione più scientifica sui frequentatori e sul loro modo di intendere il Parco della Caffarella.

4.5 GLI STRUMENTI UTILIZZATI E LA RACCOLTA DEI DATI

La scelta degli strumenti di ricerca da utilizzare per la nostra indagine è avvenuta in base al materiale a nostra disposizione e agli obbiettivi che ci eravamo proposti. Abbiamo così optato per due tipi d'intervista:

Le interviste non standardizzate sono state utilizzate nella ricerca di sfondo per ottenere il maggior numero d'informazioni sul tema oggetto della nostra indagine. Questo tipo d'intervista è stato proposto ad interlocutori privilegiati più adatti a fornire determinate informazioni. Abbiamo infatti intervistato alcuni soggetti del personale del Parco tra cui il dott. Pasquale Grella, il dott. Mario Leigheb membro del Consiglio Direttivo del Parco regionale dell'Appia Antica, alcuni componenti del Comitato per il Parco della Caffarella e, più in generale, dipendenti circoscrizionali e commercianti.

L'intervista guidata, grazie al suo basso livello di standardizzazione, ci ha permesso l'elaborazione di una traccia, predisposta in funzione degli obbiettivi di ricerca, per guidare il colloquio con l'intervistato che ci ha fornito in modo del tutto autonomo tutte le informazioni senza il nostro intervento.

Per la ricerca quantitativa abbiamo invece elaborato un questionario partendo da quello usato nella ricerca del 1994 condotta dall'Ufficio Tutela Ambiente di Roma e dalla Cattedra di Sociologia dell'ambiente dell'Università di Roma "La Sapienza". Questo lavoro si può suddividere in due fasi:

  1. prendendo a riferimento la struttura del precedente questionario abbiamo dapprima rielaborato le domande cercando di attualizzarle con i cambiamenti avvenuti in questi ultimi anni. Sono state inserite in questa fase tre nuove domande rispetto al questionario originario: la prima riguardante le ore di frequentazione preferite dall'intervistato; la seconda e la terza riguardanti la frequentazione nell'ultimo anno di altri parchi a Roma, nel Lazio, in Italia e nel Mondo. Il questionario era quindi composto da 32 domande di cui due aperte;
  2. abbiamo poi deciso di inserire un'ulteriore batteria di domande riguardanti i problemi ambientali e del rischio nella prospettiva di poter ampliare l'orizzonte della nostra indagine.

Il questionario definitivo comprende, dunque, un insieme di 41 domande distinte in quattro aree problematiche.

Il primo gruppo di domande mira ad ottenere informazioni sul grado di conoscenza e di frequentazione dell'area nonché sulle attività svolte dai fruitori.

Il secondo sottoinsieme di domande invita a focalizzare l'attenzione sul grado di conoscenza e sugli atteggiamenti dell'intervistato riguardo le iniziative promosse dalle associazioni ambientaliste di base e riguardo i servizi realizzati nel corso degli ultimi anni dall'Ente Parco.

Il terzo aggregato di domande riguarda informazioni di carattere strutturale quali l'età, il sesso, la residenza, l'occupazione, ecc.

L'ultimo gruppo di domande verte, come abbiamo già visto, sul tema dell'espressione di interesse riguardo all'ambiente e al rischio.

Il problema incontrato subito dopo l'elaborazione del questionario è stato quello di individuare l'universo a cui somministrarlo in quanto la scelta di un campione probabilistico richiedeva notevoli risorse di tempo e di persone che, per la natura stessa della ricerca, non erano disponibili.

Si è dunque pensato di somministrare il questionario direttamente sul luogo della nostra indagine, ma ciò con alcuni accorgimenti. Primo fra tutti quello di rendere le variabili categoriali come il sesso, il titolo di studio e le classi d'età il più omogenee possibili cercando di individuare man mano i soggetti rispondenti ai criteri di selezione stabiliti.

Il questionario è stato fatto compilare tramite autosomministrazione in un banchetto situato all'ingresso del Parco della Caffarella a L.go Tacchi Venturi, con la presentazione e la presenza dell'intervistatore. Ha fatto eccezione l'ultimo giorno di lavoro in cui il questionario è stato somministrato ai partecipanti di una visita guidata alla Villa dei Quintili condotta dal Prof. Lorenzo Quilici e organizzata dal Comitato per il Parco della Caffarella. La scelta dell'autosomministrazione era stata giudicata già idonea durante la fase di pretest dalla quale era però emersa la necessità di una buona presentazione delle finalità della ricerca e di una illustrazione del modo di compilazione del questionario. Inoltre, la presenza del ricercatore ha permesso di fornire chiarimenti durante la somministrazione, nonché un certo grado di controllo su eventuali errori d'interpretazione e di compilazione.

La somministrazione è avvenuta nel corso di week-end consecutivi nel periodo compreso fra il 28 gennaio e il 25 febbraio 2001.

4.6 L'ELABORAZIONE DEI DATI

Terminata la fase di raccolta delle informazioni, abbiamo effettuato uno spoglio preliminare dei questionari al fine di:

Abbiamo poi provveduto all'analisi delle risposte alle domande aperte e alla chiusura a posteriori di esse. Nella chiusura delle domande aperte abbiamo effettuato operazioni di classificazione tenendo conto della regola del "fundamentum divisionis" che stabilisce che il criterio in base al quale i casi vengono attribuiti alle classi deve essere uno soltanto, dell'esaustività dell'insieme delle classi, che stabilisce che ogni caso deve essere classificato, nessuno escluso, e la regola della mutua esclusività che stabilisce che le classi non devono sovrapporsi (Losito, 1998, pp. 235-236).

Nella fase successiva abbiamo definito un piano di codifica (codebook) consistente nell'elenco numerato di tutte le variabili generate dal questionario, ciascuna con le rispettive modalità ed i valori ad esse assegnati. Il numero delle variabili ottenute è risultato essere maggiore del numero delle domande del questionario.

In funzione del codebook i dati sono stati successivamente trasferiti in un database utilizzando il software Excel, applicazione della "suite" Microsoft Office 97, generando in tal modo una matrice dei dati ponendo i casi in riga e le variabili in colonna.

In ogni cella è stato riportato il valore c relativo alla modalità della variabile V (in colonna) rilevata sull'unità—caso U (in riga).

Bibliografia del capitolo 4

Beato F., 1999, Parchi e società. Turismo sostenibile e sistemi locali, Napoli, Liguori.

Beato F., Piersimoni T., 1994, Indagine sociologica sull'utenza potenziale del previsto "Parco della Caffarella", in Ufficio Tutela Ambiente del Comune di Roma, atti della Conferenza stampa dell'Ufficio Tutela Ambiente, Roma, Villa Lazaroni, 22 ottobre 1994.

Fischer A. C., Krutilla J. V., Cicchetti C. J., 1977, The economics of environmental preservation: a theorical and empirical analysis, in Smith V. L., Economics of natural & environmental resources, New York, Gordon and Breach.

Losito G., 1998, Sociologia. Un'introduzione alla teoria e alla ricerca sociale, Roma, Carocci.

Macciocco G., Preite M., 1997, I prodotti-mercato: i parchi, in Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento del Turismo, pp. 333-351.

Migliorini F., Moriani G., Vallerini L., 1999, Parchi naturali. Guida alla pianificazione e alla gestione, Padova, Franco Muzzio Editore.

Osti G., 1992, La natura in vetrina. Le basi sociali del consenso per i parchi naturali, Milano, Angeli.

Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento del Turismo, 1997, Settimo rapporto sul turismo italiano 1997, Firenze, Turistica-Mercuri.

Statera G., 1997, La ricerca sociale. Logica, strategie, tecniche, Roma, Seam.

Siti internet consultati

http://www.parcoappiaantica.org

http://www.parks.it

CAPITOLO 5 I risultati della ricerca: l'analisi univariata.

5.1 INTRODUZIONE: L'ANALISI UNIVARIATA E L'ANALISI BIVARIATA

Condotta a termine la fase di elaborazione dei dati, siamo passati alla fase culminante della nostra indagine: l'analisi statistica dei dati. Si possono distinguere diversi tipi di analisi statistica a seconda del numero di variabili prese in osservazione (Bailey, 1985). Questi sono:

Una tecnica di analisi si dice univariata quando si occupa soltanto della distribuzione dei dati di un'unica variabile; bivariata quando si occupa della distribuzione di due variabili congiuntamente considerate; multivariata quando si occupa della distribuzione congiunta di tre o più variabili (Marradi, 1997).

Per i tempi e le risorse disponibili, e in relazione con gli obbiettivi della nostra indagine, abbiamo scelto di effettuare sui dati in nostro possesso i primi due tipi di analisi e ciò in due fasi distinte.

Nella prima fase abbiamo effettuato l'analisi univariata dei dati in nostro possesso per mettere in luce le informazioni fornite dal conteggio del numero di unità che appartengono a ciascuna modalità di ogni singola variabile. Questo conteggio, come è ben noto, viene denominato distribuzione di frequenze (Bailey, 1985). I risultati prodotti da questo conteggio sono stati sistemati in delle tabelle contenenti i dati delle frequenze assolute e dei rapporti di composizione, cioè dei rapporti tra ciascuna frequenza di ogni modalità ed il totale (Marradi, 1995). Questo tipo di analisi si è dimostrato in grado di avvalorare o meno alcune ipotesi da noi già formulate e di fornire, oltre che informazioni di tipo prettamente descrittivo, anche utili spunti per l'ideazione di ipotesi aggiuntive. L'analisi univariata ha inoltre permesso di controllare che le precedenti fasi della ricerca (raccolta dei dati, codifica, elaborazione dei dati) non abbiano introdotto errori nei dati finali.

È opportuno ora aprire una parentesi. Per quanto riguarda i dati emersi dalle domande del questionario dedicate ai problemi ambientali e del rischio, oltre alla presentazione dei risultati da noi ottenuti, abbiamo indicato in una colonna attigua a quella dei valori percentuali, i risultati ottenuti dalla ricerca condotta dall'ISTAT su un campione rappresentativo della popolazione italiana sul tema "I cittadini e l'ambiente" (ISTAT, 2000). Scopo di questo confronto è quello di mettere ancora più in luce le peculiarità dei fruitori del Parco della Caffarella da noi intervistati rispetto ai temi ambientali.

Nella fase successiva abbiamo effettuato l'analisi bivariata sulle variabili che più interessavano il nostro oggetto di ricerca cercando di mettere in luce i rapporti (relazioni) che legano tra loro le modalità di fruizione e alcune caratteristiche strutturali dei soggetti da noi intervistati. Si è trattato in sostanza di rispondere ai quesiti scientifici espressi nella formulazione delle ipotesi. In particolare, abbiamo scelto di incrociare le variabili sesso, età, titolo di studio, tipologia occupazionale e interesse per le tematiche ambientali (variabili indipendenti), con il grado di frequentazione dell'area, le attività svolte e le opinioni sui servizi recentemente creati nel parco (variabili dipendenti). Il confronto tra queste variabili, detto anche metodo dello scarto dall'indipendenza, è stato riportato in tabelle di contingenza con percentuali di riga e marginali di colonna (Marradi, 1997). In riga troviamo le modalità della variabile indipendente ed in colonna quelle della variabile dipendente. Questo lavoro viene utilizzato al fine di definire l'intensità delle relazioni tra le suddette variabili e quindi ad avvalorare o smentire le ipotesi che abbiamo precedentemente formulato.

Presenteremo, nei capitoli seguenti, i risultati ottenuti dalla nostra indagine.

5.2 L'ANALISI UNIVARIATA: LA STRUTTURA SOCIALE DEI FREQUENTATORI DEL PARCO DELLA CAFFARELLA

Nella ricerca già menzionata del 1994 (Beato e Piersimoni, 1994), sui potenziali fruitori della Valle della Caffarella, il campione era costituito da 377 soggetti e fu estratto casualmente da un universo statistico di 19.500 fruitori potenziali del Parco iscritti alle liste elettorali del quartiere Appio-Latino. La nostra ricerca, come abbiamo già sottolineato, non possiede dati provenienti da un campione rappresentativo della popolazione dell'area d'indagine ma è costituita da una quota di popolazione dei frequentatori del parco, in minima parte selezionati. Sono quindi da porre sotto una luce diversa i dati da noi ottenuti riguardanti, più che il potenziale fruitore proveniente dalle zone limitrofe, il reale fruitore dell'area protetta oggetto di indagine.

La somministrazione del questionario è avvenuta per cinque week-end consecutivi fra i mesi di gennaio e febbraio 2001 all'ingresso del parco. Vista l'elevata disponibilità degli intervistati, sono stati distribuiti 410 questionari, di cui 404 validi. La presenza del ricercatore durante la somministrazione e una adeguata presentazione del questionario hanno determinato lo scarso numero di questionari non validi.

Non appena avuto a disposizione tutti i dati necessari, abbiamo svolto una prima analisi della struttura sociale.

Era nostra intenzione, già nella fase del disegno della ricerca, intervistare un numero identico di uomini e donne dal quale poter ricavare informazioni più dettagliate sul frequentatore tipo del Parco della Caffarella, il tutto comunque con il dubbio che i nostri dati fossero segnati da un certo margine di casualità.

Dalla tabella 1 si incomincia ad intravedere la tipologia dei frequentatori dell'area in base alla classe di età.

Tabella 1. Classi d'età (N = 404).

Val. ass. Val. %
14-18 anni 37 9,1
19-25 anni 48 11,9
26-35 anni 92 22,8
36-45 anni 84 20,8
46-55 anni 56 13,8
56-65 anni 65 16,1
Oltre 65 anni 22 5,3
Totale 404 100,0

La distribuzione si presenta con dei valori che tendono ad innalzarsi, dalla classe iniziale di 14-18 anni (9,1%) verso le classi centrali con le massime concentrazioni nelle classi d'età dai 26 ai 45 anni (43,4%). Con l'elevarsi dell'età queste percentuali tendono a scendere, fatta eccezione per la classe d'età compresa tra i 56 e i 65 anni che con il 16,1% continua a mostrare una buona percentuale di frequentatori.

Era nostra intenzione quella di sottolineare la zona di residenza del fruitore del Parco della Caffarella. È stato quindi chiesto all'intervistato di indicare, nell'area delle informazioni socio-strutturali, la circoscrizione di residenza e possibilmente anche la via per poter risalire poi, in un secondo tempo, ai quartieri di residenza. Nella ricerca del 1994 era stato ipotizzato che il bacino d'utenza del parco potesse corrispondere essenzialmente alle circoscrizioni situate nelle vicinanze dei confini dell'area.

Nella nostra ricerca abbiamo ipotizzato che chi visita l'area proviene dalla IX, X, e XI Circoscrizione, con la speranza di poter essere smentiti in funzione di un bacino d'utenza che in questi ultimi anni abbia scavalcato i confini circoscrizionali limitrofi. Analizzando i dati in nostro possesso risulta tuttavia confermata la nostra ipotesi iniziale. Si mostra infatti una predominanza di frequentatori provenienti in maggior numero dalla IX Circosrizione (76,5%), seguiti dalla X (14,1%) e dalla XI (2%). Seguono con il 5,9% i "consumatori di verde" provenenti da altre circoscrizioni e con l'1,5% i frequentatori provenienti da altri comuni (vedi Tabella 2 e relativo grafico). Questi ultimi sono da associare ai partecipanti di visite guidate naturalistiche e archeologiche organizzate dal Comitato per il Parco della Caffarella.

Tabella 2. Circoscrizioni di residenza (N = 404).

Val. ass. Val.%
IX circoscrizione 309 76,5
X circoscrizione 57 14,1
XI circoscrizione 8 2,0
Altre circoscrizioni 24 5,9
Comuni fuori Roma 6 1,5
Totale 404 100,0


Grafico 1. Circoscrizioni di residenza degli intervistati.

Nella prospettiva di delineare un volto sociologico sempre più definito dei frequentatori dell'area oggetto della nostra indagine abbiamo chiesto agli intervistati di indicarci il titolo di studio che hanno conseguito (tabella 3).

Tabella 3. Titolo di studio (N= 404).

Val. ass. Val. %
Licenza elementare 5 1,2
Licenza media-inferiore 98 24,3
Diploma media-superiore 177 43,8
Laurea 124 30,7
Totale 404 100,0


Grafico 2. Titolo di studio degli intervistati.

Appare evidente una presenza irrisoria di persone in possesso del titolo di licenza elementare (1,2%). I possessori della licenza media inferiore sono il 24,3% del campione mentre il diploma di scuola media superiore risulta il titolo di studio più presente (43,8%). Nota positiva ed in un certo senso sorprendente è l'alta percentuale di laureati (30,7%) che è quasi certamente da imputare all'alto valore storico—naturalistico della zona e alle numerose iniziative che si svolgono da anni nell'area con lo scopo di ampliare la conoscenza e la valorizzazione delle sue bellezze (vedi le attività del Comitato per il Parco della Caffarella) che attraggono quote ampie di frequentatori con un livello d'istruzione alto e medio—alto.

Prima di concludere la parte dedicata all'analisi dei dati strutturali dobbiamo considerare le tipologie occupazionali dei visitatori intervistati.

Abbiamo chiesto di indicarci, fra una serie di attività lavorative, quella che avesse interessato l'intervistato. I risultati sono riportati in ordine decrescente nella tabella 4.

Tabella 4. Tipologie d'occupazione (N = 404).

Val.ass. Val.%
Impiegato, insegnante 110 27,2
Studente 69 17,1
Pensionato 62 15,3
Funzionario, direttore 37 9,2
Libero professionista 34 8,4
Casalinga 25 6,2
Commerciante 20 5,0
Lavoratore non qualificato 17 4,2
Dirigente 9 2,2
Disoccupato 8 2,0
In cerca di 1^ occupazione 5 1,2
Imprenditore 4 1,0
Artigiano 4 1,0
Totale 404 100,0

Al primo posto troviamo gli impiegati e gli insegnanti con la percentuale abbastanza elevata del 27,2% seguiti dagli studenti (17,1%), i pensionati (15,3%), i funzionari—direttori (9,2%) e i liberi professionisti (8,4%). Con percentuali minori troviamo tipologie socio—occupazionali diverse ad iniziare dalle casalinghe (6,2%) per finire con un parimerito tra gli artigiani e gli imprenditori (1%). È da mettere in luce la bassa percentuale dei disoccupati (2%) e di chi è in cerca del primo lavoro (1,2%).

Questi risultati relativi alle tipologie d'occupazione, il livello d'istruzione medio—alto riscontrato in precedenza, nonché la quasi prevalente provenienza degli intervistati dalla IX Circoscrizione ci fanno presumere che lo status sociale dei frequentatori dell'area sia strettamente connesso con la struttura sociale del territorio dove sembrerebbe prevalere il "ceto medio" operante prevalentemente nel settore dei servizi pubblici e privati e con un'alta percentuale di persone in condizioni non professionali come viene evidenziato nella tabella 5.

Tabella 5. Settore d'attività economica (N= 404).

Val. ass. Val.%
Condizione non professionale 169 41,8
Servizi privati 98 24,5
Pubblica amministrazione 89 22,0
Industria 28 6,9
Altra attività 19 4,7
Agricoltura 1 0,2
Totale 404 100,0

Le persone che hanno dichiarato di essere in una condizione non professionale (41,8%) comprendono sia il gruppo composto dagli studenti i pensionati e le casalinghe (38,6%) sia il gruppo dei disoccupati e delle persone in cerca di prima occupazione (3,2%) che comunque, a rigore, sono da considerare in condizione professionale.

Il risultato emerso dalle risposte alla modalità "altra attività" non è risultato utile per una valutazione del suo contenuto ma le risposte date confermano che il settore economico che interessa la maggior parte degli intervistati è quello terziario.

Volendo delineare un provvisorio identikit del fruitore tipo del Parco della Caffarella, sembrerebbe essere prevalentemente un soggetto con un'età compresa fra i 26 e i 45 anni, con un elevato livello d'istruzione, operante in ambito professionale nel settore terziario e proveniente prevalentemente dalla IX Circoscrizione. Ma anche coloro che non sono in condizione professionale costituiscono un sottotipo sociale di grande rilevanza.

5.3 L'ANALISI UNIVARIATA: FRUIZIONE E OPINIONI SUL PARCO

Passiamo ora ad osservare i risultati dell'analisi dei dati relativi alla sezione del questionario che riguarda i modi di fruizione e le opinioni degli intervistati sul Parco della Caffarella. Iniziamo col sottolineare che il 76,5% degli intervistati sa che il Parco della Caffarella fa parte del Parco regionale dell'Appia Antica. Il 39,4% degli intervistati ha dichiarato di frequentare non solo l'area del Parco della Caffarella ma l'intero Parco regionale dell'Appia Antica.

Il nostro questionario iniziava con la domanda seguente: "Che conoscenza ha dell'area in cui si trova il Parco della Caffarella?". La Tabella 6 mostra in modo semplificato i risultati.

Tabella 6. Grado di conoscenza del Parco (N = 404).

Val. ass. Val.%
L'ho visitata 197 48,8
Ne ho una conoscenza parziale 145 35,9
Non l'ho mai visitata 62 15,3
Totale complessivo 404 100,0

Si può notare che quasi la metà dei rispondenti non solo conosce l'area ma l'ha già in qualche modo fruita. Inoltre, più di un terzo del campione ha una conoscenza, anche se limitata, del territorio del parco. I dati relativi l'ultima modalità di risposta "Non l'ho mai visitata", sono da interpretare sotto un aspetto diverso dai risultati ottenuti nel 1994 (Beato e Piersimoni, 1994). Infatti ha risposto in questo modo chi quel giorno stava frequentando per la prima volta il parco. Il 15,3%, corrispondente a 62 soggetti, fa ben sperare che la conoscenza e la diretta fruizione dell'area della Caffarella siano sempre più indirizzate verso quote più ampie di popolazione anche se per il momento, come si è visto, i diretti consumatori dell'area sono in prevalenza provenienti dalle circoscrizioni limitrofe.

La tabella seguente mostra i monumenti e le aree d'interesse storico maggiormente conosciuti.

Tabella 7. Monumenti e aree d'interesse storico più conosciute (N = 404).

Val. ass. Val.%
Ninfeo d'Egeria 274 18,1
Casale la Vaccareccia 247 16,3
S.Urbano 192 12,7
Circo di Massenzio 152 10,0
Tomba di Annia Regilla 143 9,4
Colombario Costantiniano 123 8,1
Mausoleo di Romolo 102 6,7
Casale di Priscilla 88 5,8
Torre Valca 86 5,7
Edificio la Cartiera 59 3,9
Catacombe di Pretestato 50 3,3
Totale 1516 100,0

N.B. La base numerica delle percentuali in termini di valori assoluti è pari a 1516 poiché ogni intervistato poteva esprimere tutte le preferenze possibili.

Tra i siti storico—archeologici troviamo tra i più conosciuti il Ninfeo di Egeria (selezionato dal 67,8% degli intervistati) seguito dal Casale la Vaccareccia (61,1% degli intervistati). Seguono a S. Urbano (47,5% degli intervistati) tutti gli altri.

Il corso d'acqua più conosciuto è la Sorgente Egeria con il 68,3% degli intervistati seguito dal Fiume Almone con il 60,1% e il Fosso della Caffarella con il 38,1%.

Ma con quale frequenza gli individui da noi interpellati frequentano il Parco della Caffarella? In generale, vedi la Tabella 8, abbiamo riscontrato una forte assiduità nel frequentare dell'area (38,1%).

Tabella 8. Assiduità nella frequenza dell'area (N = 404).

Val. ass. Val.%
Spesso 156 38,6
Qualche volta durante l'anno 136 33,7
Visita occasionale 50 12,4
Prima visita 62 15,3
Totale 404 100,0


Grafico 3. Assiduità nella frequenza dell'area.

Sommando questa quota a quella dei frequentatori meno assidui raggiungiamo il 72,3%, valore che ci fa presumere che l'uso sociale del Parco della Caffarella come bene pubblico abbia ormai superato il momento più critico grazie alla recente istituzione dell'area a Parco Pubblico. Con una percentuale minore troviamo chi usufruisce del parco con visite occasionali (12,4%).

I dati in nostro possesso e l'esperienza acquisita sul campo di ricerca ci fanno presumere che si tratti di individui attratti dalle bellezze naturalistiche e archeologiche dell'area con il solo intento di visitare i siti naturali e culturali di questo "museo" all'aria aperta.

I non rispondenti a questa domanda sono le persone che visitavano per la prima volta l'area e alle quali è stato chiesto di "saltare" le domande sulla conoscenza e sulle attività svolte (dalla domanda 2 alla 8 del questionario).

Ma in quali fasi temporali della giornata la gente preferisce frequentare la Valle della Caffarella? Questa informazione, assente nella ricerca del 1994, può essere meglio illustrata nella tabella che segue, la quale contiene la classificazione delle risposte alla domanda 7 del questionario: "In quali ore della giornata preferisce frequentare l'area del Parco della Caffarella?".

Tabella 9. Orari di frequenza (N = 404).

Val. ass. Val.%
Nelle ore del mattino 214 44,1
Nelle ore del pomeriggio 233 48,0
Di sera 38 7,9
Totale 485 100,0

N.B. La base numerica delle percentuali in termini di valori assoluti è pari a 485 poiché ogni intervistato poteva esprimere tutte le preferenze possibili.

Salta subito agli occhi la preferenza a frequentare il parco nelle ore del pomeriggio con una percentuale di risposte del 48%, corrispondente a 233 su 404 soggetti intervistati (il 57,7%). Segue subito dopo chi preferisce frequentare l'area nelle ore della mattina con le percentuali corrispondenti al 44,1% delle risposte ed al 53% dei soggetti intervistati. Significativo è il dato riferito a chi preferisce frequentare l'area la sera. La percentuale delle risposte è pari al 7,9%, corrispondente al 9,4% dei soggetti intervistati. Il dato che non sconvolge più di tanto ma che conferma ciò che già pensavamo è il forte scarto fra le risposte fornite dagli uomini e quelle fornite dalle donne, rispettivamente del 6% (29 soggetti) contro l'1,9% (9 soggetti). Questo dato sottolinea una chiara percezione del rischio da parte delle donne a frequentare i parchi di sera, per le possibili aggressioni causate dalla scarsa vigilanza del territorio.

Analizzeremo meglio questo aspetto valutando le risposte alle domande del questionario riguardanti le opinioni degli intervistati sulla funzionalità del parco e sulle esigenze personali per una migliore fruizione.

Centrale per la nostra ricerca è stato anche individuare le attività maggiormente svolte nell'area. La risposta ci è venuta dall'analisi delle preferenze scelte tra una serie di modalità ben definite. È stato infatti chiesto ai soggetti da noi contattati: "Quale attività svolge generalmente nell'area della Caffarella?". La tabella 10 mostra i risultati.

Tabella 10. Attività svolte nell'area della Caffarella (N = 404).

Val. ass. Val.%
Passeggio 249 29,5
Attività sportive 135 16,0
Visito aree archeologiche 126 14,9
Incontro amici, partner, ecc. 103 12,2
Accompagno i bambini 68 8,1
Porto il cane 52 6,2
Faccio pic-nic 39 4,6
Acquisto prodotti agricoli 28 3,3
Raccolgo acqua alle sorgenti 19 2,3
Raccolgo piante per uso alimentare o medicinale 13 1,5
Altro 12 1,4
Totali 844 100,0

N.B. La base numerica delle percentuali in termini di valori assoluti è pari a 844 poiché ogni intervistato poteva esprimere tutte le preferenze possibili.


Grafico 4. Attività svolte nel Parco della Caffarella.

Abbiamo voluto ordinare in graduatoria decrescente i valori per rendere più agevole la lettura dei risultati. Come appare evidente, l'attività tradizionale della passeggiata risulta la più praticata con 249 soggetti su 404 (il 61,6%). Se si considera associato a questo valore il 16% delle risposte e il 33,4% degli intervistati che trovano nello sport l'attività che occasiona la frequentazione della Caffarella, si può dedurre che l'esercizio motorio del corpo è l'attività che più viene esercitata all'interno del parco. Anche la ricerca del 1994 aveva rivelato gli stessi risultati (vedi tabella 1, par. 4.4, p.113).

Le sole attività riferite alla cultura (visite di aree archeologiche) rappresentano il 14,9% delle risposte e il 31,2% dei soggetti da noi incontrati. Questa quota di fruitori è in stretta relazione con le caratteristiche peculiari dell'area nella quale si coniugano perfettamente scenari di ambienti naturali e segni evidenti delle civiltà passate.

L'item successivo sottolinea un altro aspetto importante. L'area incomincia a svolgere un determinante ruolo come luogo d'incontro. La percentuale di chi incontra amici, partner, ecc. corrisponde al 12,2% delle risposte e al 25,5% dei soggetti da noi incontrati. Questo dato segnala un lento ma avviato processo di consapevalizzazione del valore sociale della Valle della Caffarella determinato quasi certamente dalla recente istituzione a parco. Le percentuali degli items successivi sottolineano però la presenza, anche se con valori minori, di una variegata tipologia di attività prettamente individuali o familiari.

La batteria successiva di domande del questionario riguardava le opinioni dei fruitori sugli interventi realizzati nel Parco della Caffarella ancora insufficenti e su quelli che reputavano più adeguati alle loro esigenze. Alla domanda "Quali fra i seguenti interventi realizzati nel Parco della Caffarella ritiene ancora insufficenti?" è stato chiesto agli intervistati di esprimere la loro opinione indicando un massimo di tre preferenze. La tabella 11 illustra l'insieme delle risposte ordinate secondo una graduatoria decrescente.

Tabella 11. Interventi realizzati ritenuti ancora insufficenti (N = 404).

Val. ass. Val.%
Creazione di strutture per la manutenzione e la vigilanza 225 22,6
Creazione di attrezzature per la sosta dei visitatori 173 17,4
Valorizzazione delle aree archeologiche 166 16,7
Riqualificazione della vegetazione esistente 147 14,8
Salvaguardia dell'habitat per tutelare al fauna 119 12,0
Miglioramenti della viabilità e degli accessi al parco 92 9,3
Creazione di servizi di trasporto pubblico indirizzati al turismo 72 7,2
Totale 994 100,0

N.B. La base numerica delle percentuali in termini di valori assoluti è pari a 994 poiché ogni intervistato poteva esprimere tre preferenze.

Attraverso l'analisi di questi dati si mette subito in risalto il tema del rischio e della sicurezza dei visitatori. La percentuale del 22,6% delle risposte rivela che più della metà dei soggetti da noi intervistati (il 55,7%) avverte un senso d'insicurezza a frequentare l'area sottolineando la carenza dei servizi di vigilanza e di manutenzione, presumibilmente determinata dalla mancanza di personale qualificato all'interno dell'Ente Gestore (ad es. i guardiaparco) e dalla superfice territoriale molto estesa che impedisce un controllo adeguato anche alle forze dell'ordine (Polizia di Stato, Carabinieri, Vigili Urbani). Malgrado l'istituzione del parco abbia portato alla creazione di varie strutture per la sosta dei visitatori, queste ultime si posizionano al secondo posto fra i gli interventi insufficenti con il 17,4% delle risposte. Anche gli interventi sulla natura e sui beni archeologici sono valutati insufficenti alle proprie esigenze. Il 41% degli intervistati (il 16,7% delle risposte) ritiene ancora non valorizzate le bellezze archeologiche del parco sottolineando una forte propensione ad intendere l'area non solo come bene ambientale ma anche come bene culturale. Segue chi ritiene ancora non adeguati i lavori effettuati sulla vegetazione esistente e per la tutela della fauna esistente. Nelle ultime due posizioni troviamo le opinioni sugli accessi e la viabilità del parco e sui trasporti pubblici che collegano all'area. L'esigua percentuale delle risposte alle due modalità (il 9,3% delle risposte per la viabilità nel parco e il 7,2% per i trasporti) ci fa presumere che i lavori per rendere più efficenti gli accessi al parco e la viabilità dello stesso sono stati abbastanza positivi e che l'area risulta sufficentemente collegata con le altre zone della città.

La domanda successiva chiedeva all'intervistato di indicare, in relazione alle strutture create nel parco, i servizi più confacenti alle proprie esigenze. La tabella 12 illustra l'insieme delle risposte in ordine decrescente.

Tabella 12. Servizi più idonei alle esigenze dei visitatori dell'area (N = 404).

Val. ass. Val.%
Percorsi storico-artistici, archeologici e geologici 248 27,1
Percorsi naturalistici per l'educazione ambientale 223 24,3
Pista ciclabile 138 15,1
Attrezzature e servizi per le attività sportive 129 14,1
Attrezzature e servizi per il gioco dei bambini 114 12,4
Spazi per mostre, esposizioni, spettacoli 62 6,8
Altro 2 0,2
Totale 916 100,0

N.B. La base numerica delle percentuali in termini di valori assoluti è pari a 916 poiché ogni intervistato poteva esprimere tre preferenze.


Grafico 5. Servizi e attrezzature giudicate più idonee alle esigenze dell'intervistato.

Come appare evidente, i percorsi storico-artistici, archeologici e geologici si trovano al primo posto con il 27,1% delle risposte che corrisponde al 61,4% delle persone da noi intervistate confermando in tal modo il grande interesse per i beni archeologici. Al secondo posto si collocano i beni naturalistici (il 24,3% delle risposte ed il 55,2% degli intervistati) che confermano la loro rilevanza agli occhi dei fruitori soprattutto come servizio educativo. Tutto questo conferma quanto detto riguardo i dati relativi alla viabilità e agli accessi del parco. Seguono tre items riguardanti le attività motorie e ricreative (pista ciclabile, attrezzature sportive, attrezzature per bambini) con percentuali di risposta comprese tra il 15,1% e il 12,4%. In coda si situa chi trova efficenti ed adeguate alle proprie esigenze gli spazi per mostre, spettacoli, esposizioni. La percentuale di risposte bassa non è da imputare alla mancanza di aree destinate a questo tipo di attività ma alla saltuarietà di questi eventi che trovano maggiore spazio nel periodo estivo.

Concludiamo presentando la distribuzione delle risposte relative alla domanda: "Ha mai visitato nell'ultimo anno altri parchi?". Le modalità di risposta proposte erano le seguenti: a Roma, nel Lazio, in Italia e all'estero.

Il 42,6% degli intervistati, corrispondente al 41,7% delle risposte, ha affermato di aver visitato almeno un parco nel nostro Paese (tabella 13).

Tabella 13. Parchi visitati nell'ultimo anno (N = 404).

Val. ass. Val. %
A Roma 99 24,0
Nel Lazio 97 23,5
In Italia 172 41,7
All'estero 44 10,7
Totale 412 100,0

N.B. La base numerica delle percentuali in termini di valori assoluti è pari a 412 poiché ogni intervistato poteva esprimere tutte le preferenze possibili.

Si tratta di una percentuale molto alta specialmente se unita a chi ha frquentato parchi nel Lazio (il 24% degli intervistati). Questo fa presumere che all'interno del nostro campione esista una vera tipologia di ecoturista da contrapporre alla tipologia del "…turista naturalista casual. Sono turisti che frequentano aree a bassa o nulla densità antropica in modo casuale e come parte di un viaggio di più ampio raggio e quindi strutturato da diverse risorse di attrazione turistica" (vedi Lindberg, 1991, cit. in Beato, 1999, p. 17). Segue chi ha visitato parchi a Roma (il 24% delle risposte, il 24,5% degli intervistati) e a distanza chi a visitato parchi all'estero con il 10,7% delle risposte (10,9% degli intervistati) con una buona percentuale di "turisti generici ed alla ricerca dell'insolito" (Ibidem).

Formulando una domanda aperta abbiamo chiesto all'intervistato di indicarci, se possibile, il nome dei parchi visitati. Primo, fra tutti i parchi nazionali, il Parco Nazionale d'Abruzzo seguito a distanza dal Parco Nazionale del Circeo. Tra i parchi della capitale ai primi posti troviamo le Ville storiche (Villa Borghese, Villa Ada, Villa Pamphili, Villa Celimontana). Abbiamo rilevato analizzando il totale delle risposte una scarsa attenzione per le ville e i giardini della IX Circoscrizione ( ad esempio Villa Lazaroni e Villa Lais) dato che ci fa presumere che l'area del Parco della Caffarella stia finalmente svolgendo un determinante ruolo d'attrazione per gli abitanti della IX Circoscrizione. I risultati più significativi sono esposti nella tabella 14 dove le percentuali sono state calcolate sul totale degli intervistati che hanno risposto alla domanda (108 intervistati).

Tabella 14. I parchi più visitati (N = 404).

Parchi in Italia Val. % Ville storiche di Roma Val. %
Parco Nazionale d'Abruzzo 22,2 Villa Borghese 15,7
P. N. del Circeo 15,7 Villa Pamphili 8,3
P. N. dei Sibillini 6,6 Villa Celimontana 6,6
P. N. Gran Paradiso 4,6 Villa Ada 5,6

5.4 L'ANALISI UNIVARIATA: IL COMITATO PER IL PARCO DELLA CAFFARELLA

Come abbiamo già visto in precedenza, nell'area svolge le sue attività di sensibilizzazione alle problematiche della valle della Caffarella una associazione di base nata nel 1984: il Comitato per il Parco della Caffarella.

Era nostra intenzione analizzare nella nostra ricerca in che modo viene percepito dai diretti fruitori del parco l'operato di questa associazione di base ambientalista e che grado di coinvolgimento hanno gli stessi verso le attività di quest'ultima.

Da i dati in nostro possesso è risultato subito che poco più della metà delle persone da noi intervistate conosce le attività del Comitato (il 51%). Come elencato nella tabella 15, un terzo degli intervistati (il 32,2%) dichiara di aver preso parte, spesso o in qualche occasione, alle attività del Comitato. Questa quota però rappresenterebbe il 63,1% se rapportata al 51% (206 soggetti) di chi ha dichiarato di conoscere le attività del Comitato per il Parco della Caffarella.

Si tratta di certo di una percentuale altissima se viene messa a confronto con i dati emersi dalla ricerca condotta a livello nazionale dall'ISTAT sul tema "I cittadini e l'ambiente" (ISTAT, 2000). Ad una domanda rivolta ad un campione rappresentativo delle famiglie italiane sulle modalità di informazione sui temi ambientali gli intervistati hanno dichiarato di interessarsi alle problematiche ambientali partecipando ad iniziative di associazioni ambientaliste per il 3% dell'intero campione (vedi tabella 20).

Tabella 15. Grado di partecipazione alle attività del Comitato (N = 404).

Val. ass. Val. %
Si, spesso 32 7,9
Si, in qualche occasione 98 24,3
No, non ho preso parte 76 18,8
Non conosco il Comitato 198 49,0
Totale 404 100,0

Il 18,8% degli intervistati ha dichiarato di conoscere questa associazione ma anche di non aver mai preso parte alle sue attività.

E' stato inoltre chiesto agli intervistati di esprimere la loro opinione sul grado di coinvolgimento delle associazioni di base ambientaliste nella gestione del parco. La tabella successiva riporta le risposte alla domanda: "Ritiene utile una collaborazione di associazioni di base e ambientaliste per la gestione del parco?".

Tabella 16. Opinione relativa al grado di coinvolgimento di associazioni ambientaliste nella gestione del parco (N = 404).

Val. ass. Val. %
Si, senza riserve 176 43,6
Si, a determinate condizioni 158 39,1
Incerto 50 12,4
No 20 5,0
Totale 404 100,0

Anche dopo l'istituzione del parco, l'area dei favorevoli a forme di collaborazione gestionale fra l'Ente Parco e le associazioni ambientaliste di base continua ad avere un'altissima percentuale (l'82,7%). Ne è prova l'irrisorio numero (su 404 intervistati solo 20 si dicono contrari) di quanti si dichiarano sfavorevoli a questa proposta che viene per giunta esplicitata come forma di collaborazione. Anche le percentuali molto prudenti emerse dalla distribuzione delle risposte alla domanda indirizzata a cogliere le opinioni verso una forma di collaborazione nella gestione del parco di aziende private sottolineano una fiducia più marcata verso le associazioni ambientaliste di base (vedi tabella 17).

Tabella 17. Opinione relativa al grado di coinvolgimento di aziende private nella gestione del parco (N = 404).

Val. ass. Val. %
Sì senza riserve 23 5,7
Sì, a determinate condizioni 188 46,5
Incerto 81 20,0
No 112 27,7
Totale 404 100,0

Era interessante anche indagare sulla propensione dei diretti fruitori dell'area a partecipare ad attività di volontariato nel parco da svolgere durante il tempo libero. Con una domanda molto diretta abbiamo raccolto i dati riportati nella tabella che segue.

Tabella 18. Disponibilità ad impegnare parte del proprio tempo libero in attività di volontariato nel parco (N = 404).

Val. ass. Val. %
108 26,7
Incerto 145 36,4
No 149 36,9
Totale 404 100,0

Come si vede dalla tabella, la percentuale maggiore appartiene a chi non è disposto a partecipare ad attività di volontariato nel parco (36,9%). Anche il livello d'incertezza ha una percentuale alta determinata molto probabilmente dalla mancanza di tempo e da una certa passività verso impegni diretti. È comunque confortante rilevare che più di un quarto (il 26,7%) delle persone da noi intervistate sarebbe disponibile ad impegnare parte del suo tempo in attività di volontariato nell'area della valle della Caffarella.

L'insieme delle informazioni ottenute sull'operato delle associazioni ambientaliste giustifica l'interesse che avevamo riservato a questo aspetto.

Più della metà del nostro campione conosce le attività dell'associazione ambientalista di base operante nel territorio del parco ed esiste una altissima percentuale di persone che partecipano alle attività della stessa. Va sottolineato che una quota rilevante del nostro campione ha dichiarato di essere disponibile a dedicare parte del proprio tempo libero in attività di volontariato nell'area. La nostra ipotesi iniziale riguardante un forte atteggiamento di delega nei confronti delle associazioni ambientaliste sembrerebbe smentita da una considerevole disponibilità, da parte degli intervistati, verso azioni dirette per la tutela e la valorizzazione dell'area della Valle della Caffarella.

5.5 L'ANALISI UNIVARIATA: PROBLEMI AMBIENTALI, COMPORTAMENTI, PREOCCUPAZIONI, INTERESSI

L'ultima batteria di domande del questionario riguardava il tema dei problemi ambientali con una parentesi aperta sul tema del rischio. Era ed è senza dubbio interessante rilevare quanto si interessano ai problemi dell'ambiente i visitatori della nostra area protetta.

Osserviamo ora le risposte date ad una domanda con la quale chiedevamo all'intervistato di indicarci il suo grado d'interesse verso le tematiche ambientali (tabella 19). I risultati riportati sono stati messi a confronto con i valori emersi nella ricerca già precedentemente menzionata dell'ISTAT.

Tabella 19. Grado d'interesse verso le tematiche ambientali (N = 404).

CAFFARELLA
ITALIA (ISTAT)
Molto 12,4 2,5
Abbastanza 58,2 34,8
Poco 27,2 37,0
Per niente 2,2 6,5
Totale 100,0 100,0

Come si può notare dai risultati riportati nella tabella 19, la percentuale di persone che hanno indicato di interessarsi al tema ambiente è del tutto considerevole (70,4%). Se si osserva poi che la percentuale di chi ha dichiarato di non avere nessun interesse verso le tematiche ambientali è irrisoria (2,2% corrispondente a 9 soggetti) possiamo affermare che presumibilmente esiste una relazione stretta tra il frequentare un'area protetta e il grado d'interesse verso i problemi dell'ambiente. Questa affermazione è maggiormente avvalorata dal confronto con i dati nazionali. La percentuale dei visitatori del parco che hanno dichiarato di interessarsi alle problematiche ambientali risulta essere quasi il doppio di quella emersa nella ricerca condotta sulle famigli italiane (il 70,4% dei visitatori del parco contro il 37,3% delle famiglie italiane). Vedremo più avanti di confermare o smentire queste risultanze di ricerca.

Interessanti sono anche i risultati riportati nella tabella seguente, riguardanti i modi concreti attraverso i quali l'intervistato si interessa alle tematiche ambientali (tabella 20).

Gli intervistati hanno dichiarato di seguire prevalentemente programmi televisivi o radiofonici (il 79,5% degli intervistati) e di leggere notizie sui giornali (il 74,8% degli intervistati).

Tabella 20. Modo d'interesse alle tematiche ambientali (N = 404).

CAFFARELLA
ITALIA (ISTAT)
Seguo programmi televisivi o radiofonici 79,4 89,8
Assisto a conferenze 6,7 5,8
Leggo notizie sui giornali 74,7 63,3
Leggo riviste specializzate 16,1 15,8
Sono inscritto ad associazioni ambientaliste 6,4 3,2
Finanzio iniziative per l'ambiente 5,7 3,0
Partecipo ad iniziative di associazioni ambientaliste 13,9 3,0
Altro 1,5 1,3

Il confronto tra le percentuali dei visitatori del parco e quelle delle famiglie italiane mette in evidenza un maggiore interesse da parte dei primi verso modalità di informazione dirette come assistere a conferenze (il 6,7% dei visitatori della Caffarella contro il 5,8% del campione nazionale), essere inscritti ad associazioni ambientaliste (il 6,4% contro il 3,2%) e partecipare alle iniziative di queste ultime (13,9% contro il 3%). La partecipazione diretta ad iniziative è da analizzare più a fondo. Si tratta di un risultato di ricerca senz'altro rilevante soprattutto se comparato al risultato italiano (ricerca ISTAT). La popolazione particolare dei frequentanti un parco regionale suburbano come quello della Caffarella si definisce per un'altissima partecipazione alle attività delle associazioni ambientaliste. Non inganni infatti l'esiguità del valore (13,9%). Si tratta di una percentuale molto alta poiché essa corrisponde al quasi quintuplo del valore medio italiano (3%).

Abbiamo successivamente chiesto agli intervistati di indicarci quali fra una serie di problemi ambientali ritenevano più preoccupanti (vedi tabella 21).

Tabella 21. Problemi ambientali che più preoccupano (N = 404).

CAFFARELLA
ITALIA (ISTAT)
Effetto serra, buco dell'ozono 59,2 57,9
Estinzione di alcune specie vegetali/animali 25,7 16,0
Cambiamenti climatici 41,6 36,0
Produzione e smaltimento rifiuti 37,4 39,4
Rumore 22,5 14,4
Inquinamento dell'aria 51,5 50,8
Inquinamento del suolo 19,3 20,3
Inquinamento di fiumi, mari, ecc. 35,9 40,1
Dissesto idrogeologico 27,2 34,0
Distruzione delle foreste 40,9 25,2
Inquinamento elettromagnetico 28,7 9,9
Rovina del paesaggio 23,8 15,8
Esaurimento delle risorse naturali 31,4 15,0
Altro 0,5 0,6

Da una prima analisi troviamo tra i primi quattro posti problemi di ordine globale come l'effetto serra (13,3% delle risposte), i cambiamenti climatici (9,3% delle risposte) e la distruzione delle foreste (9,2% delle risposte). Troviamo poi i problemi che più interessano le grandi metropoli come Roma. Tra questi, l'inquinamento dell'aria al secondo posto (11,6% delle risposte) e la produzione e lo smaltimento dei rifiuti al quinto (8,4% delle risposte). Seguono, con percentuali minori, tutti gli altri.

Anche il tema del rischio è stato centrale nelle nostre domande in special modo nel rilevare le preoccupazioni verso impianti con alto rischio ambientale e per la salute. La tabella 22 illustra le risposte alla domanda: " Quali fra i seguenti impianti Le preoccuperebbe maggiori preoccupazioni se posto nelle vicinanze della sua abitazione?". Ai primi due posti troviamo impianti che possono trovarsi anche nelle vicinanze delle abitazioni. Con il 25,3% delle risposte e il 68,3% degli intervistati troviamo gli inceneritori e le discariche seguiti, con il 20,6% delle risposte e il 55,4% degli intervistati, dai ripetitori tv e telefonici. Le preoccupazioni verso quest'ultimo tipo di impianti rispecchiano probabilmente il dibattito nazionale ed internazionale sul loro uso e sulle ripercussioni sulla salute umana.

Tabella 22. Impianti che causano maggiori preoccupazioni (N = 404).

CAFFARELLA
ITALIA (ISTAT)
Inceneritore e/o discarica 68,3 70,4
Ripetitori radio-tv e telefonici 55,4 18,3
Industria petrolifera e/o petrolchimica 45,8 52,3
Industria chimica e/o farmaceutica 41,6 50,8
Linee elettriche ad alta tensione 32,2 29,1
Centrale termoelettrica 23,5 32,9
Nessuno 2,5 -
Altro 0.2 -

Dal confronto con i dati nazionali emerge una minore preoccupazione verso impianti di grandi dimensioni (centrali termoelettriche e industrie petrolifere e chimiche). Questo dato è molto probabilmente determinato dalla residenza prevalentemente urbana dei visitatori e quindi dall'impossibilità di trovare nelle vicinanze della propria abitazione questo tipo di impianti industriali. Il dato che maggiormente attrae la nostra attenzione e sicuramente quella del lettore è l'evidente preoccupazione da parte degli intervistati verso gli impianti che producono onde elettromagnetiche (vedi i valori dei ripetitori radio-tv e telefonici oppure delle linee elettriche ad alta tensione). Su questo tema si è recentemente sviluppato un dibattito politico e scientifico avente per oggetto i danni procurati alla salute degli abitanti del comune di Cesano (in provincia di Roma) dalle onde elettromagnetiche emesse da Radio Vaticana. La nostra idea, tutta da confermare, è che il forte impatto che queste notizie hanno procurato nell'opinione pubblica abbia influenzato le persone da noi intervistate che vivono le stesse preoccupazioni generate dall'aumentare eccessivo di antenne per la telefonia mobile sui palazzi del quartiere.

Abbiamo poi tentato di analizzare, cercando di fare un confronto, i problemi che maggiormente affliggono la città di Roma e, più in generale, il nostro Paese.

In due differenti domande abbiamo elencato una serie di problemi che maggiormente sembrano preoccupare le società attuali. Era possibile dare due risposte per quanto riguardava la propria città, e tre per la propria nazione. I risultati sono esposti nelle tabelle seguenti.

Tabella 23. Problemi maggiormente sentiti a Roma (N = 404).

Val. %
Traffico 74,0
Disoccupazione 33,6
Criminalità 21,3
Evasione fiscale 4,7
Debito pubblico 1,5
Inefficenza sistema sanitario 15,8
Inefficenza sistema scolastico 6,2
Inefficenza sistema giudiziario 7,7
Problemi ambientali 13,9
Immigrazione extra-comunitaria 7,9
Povertà 8,7

N.B.: le percentuali riguardano solo il campione degli intervistati della Caffarella.

Tabella 24. Problemi maggiormente sentiti in Italia (N = 404).

CAFFARELLA
ITALIA (ISTAT)
Traffico 20,5 Dato mancante
Disoccupazione 68,6 78,9
Criminalità 38,9 55,5
Evasione fiscale 22,8 19,8
Debito pubblico 10,4 10,3
Inefficenza sistema sanitario 29,4 22,0
Inefficenza sistema scolastico 11,1 6,3
Inefficenza sistema giudiziario 24,7 7,3
Problemi ambientali 23,3 16,8
Immigrazione extra-comunitaria 13,4 27,5
Povertà 11,9 17,1
Altro - 1,1

Tra i problemi maggiormente sentiti nella Capitale si è posizionato al primo posto, come era prevedibile, il problema del traffico con il 74% degli intervistati. Seguono la disoccupazione (il 33,6% degli intervistati) e la criminalità (il 21,2% degli intervistati). Per quanto riguarda il confronto con i problemi a livello nazionale il traffico viene decisamente scalzato dalla prima posizione dalla disoccupazione che si conferma uno dei maggiori problemi a livello nazionale (il 68,6% degli intervistati). Anche la criminalità continua ad essere un tallone di Achille per la nostra Nazione (il 38,9% degli intervistati), almeno secondo il giudizio delle persone da noi incontrate. Da sottolineare la sfiducia verso il sistema sanitario e giudiziario che si posizionano rispettivamente al terzo e al quarto posto. Per quanto riguarda i problemi ambientali, questi ultimi, sia nella città di Roma, sia a livello nazionale, si posizionano al quinto posto con percentuali di risposta simili. Il confronto tra i dati del nostro campione ed i dati nazionali sui problemi maggiormente sentiti in Italia mettono in evidenza una minore preoccupazione dei nostri intervistati per i problemi come la disoccupazione e la criminalità, probabilmente determinata dalle maggiori opportunità di lavoro che può offrire una grande metropoli e dalla sicurezza pubblica di Roma. Si nota invece una considerevole sfiducia verso il sistema sanitario, scolastico e giudiziario alimentata presumibilmente dal ruolo di centro decisionale che rivestono le Istituzioni con sede nella Capitale. Abbiamo infine chiesto di indicarci quali soluzioni adottare per migliorare la situazione ambientale. Le persone da noi incontrate hanno risposto come è riportato nella tabella sottostante.

Tabella 25. Soluzioni per migliorare la situazione ambientale (N = 404).

CAFFARELLA
ITALIA (ISTAT)
Un maggior impegno delle imprese 42,6 34,4
Un maggior impegno delle Istituzioni 79,7 65,1
Un maggior impegno dei cittadini 90,8 68,1
Non so 0,7 9,4

Per questa domanda era possibile dare più risposte. La quasi totalità degli intervistati (il 90,8%) ha dichiarato che per migliorare la situazione ambientale serve un maggior impegno dei cittadini. Insieme all'intera comunità deve però scendere in campo anche il Governo (il 79,7% degli intervistati) e poi l'imprese (il 42,6% degli intervistati). Il confronto con i dati nazionali sottolinea una maggiore decisione dei soggetti da noi intervistati a risolvere i problemi ambientali, specialmente con un impegno diretto dei cittadini (il 90,8% contro il 68,1% rilevato dal campione ISTAT).

Nella domanda conclusiva del questionario si chiedeva di fornire la propria opinione sull'informazione che i mezzi di comunicazione forniscono ai cittadini sui temi ambientali. I risultati sono riportati nella tabella 26.

Tabella 26. Opinioni sull'adeguatezza dell'informazione dei media sui temi ambientali (N = 404).

CAFFARELLA
ITALIA (ISTAT)
Molto 2,5 2,5
Abbastanza 30,9 34,8
Poco 56,2 37,0
Per niente 8,9 6,5
Non so 1,5 19,2
Totale 100,0 100,0

Alta è la percentuale di chi ritiene abbastanza adeguata l'informazione fornita ai cittadini (il 30,9%). Ancora più alta tuttavia è la percentuale degli intervistati che ritengono l'informazione fornita ai cittadini poco o per niente adeguata (il 66,6% totale). Il confronto di questa percentuale con i dati nazionali (il 43,5% totale) mette in evidenza un chiaro interesse da parte dei cittadini e, in special modo, dei visitatori di un'area protetta che si mostrano molto partecipi delle problematiche ambientali e che cercano sempre più informazioni adeguate su questa questione che coinvolge le società complesse ma ormai anche i Paesi del Terzo e Quarto mondo meno sviluppati.

Bibliografia del capitolo 5

Bailey K. D., 1982, Methods of Social Research, New York, The Free Press; trad. it. Metodi della ricerca sociale, Bologna, Il Mulino, 1985.

Beato F., Piersimoni T., 1994, Indagine sociologica sull'utenza potenziale del previsto "Parco della Caffarella", in Ufficio Tutela Ambiente del Comune di Roma, atti della Conferenza stampa dell'Ufficio Tutela Ambiente, Roma, Villa Lazaroni, 22 ottobre 1994.

ISTAT, 2000, I cittadini e l'ambiente. Indagine Multiscopo sulle famiglie "Aspetti della vita quotidiana" — Anno 1998, in Informazioni, n. 36, Roma, ISTAT.

Marradi A.,1995, L'analisi monovariata, Milano, Franco Angeli.

Marradi A.,1997, Linee guida per l'analisi bivariata dei dati nelle scienze sociali, Milano, Franco Angeli.

Statera G., 1997, La ricerca sociale. Logica, strategie, tecniche, Roma, Seam.

Siti internet consultati

https://www.caffarella.it/caffa/pagine-mario-leigheb/

CAPITOLO 6 I risultati della ricerca: l'analisi bivariata.

6.1 L'ANALISI BIVARIATA

Per l'analisi bivariata abbiamo scelto di incrociare le variabili strutturali sesso, classi d'età, tipologia occupazionale, titolo di studio e la variabile ordinale interesse verso le tematiche ambientali (variabili indipendenti), con alcune variabili riguardanti la diretta fruizione del parco come il grado di frequenza dell'area, le attività svolte e le attrezzature più idonee alle esigenze dei visitatori (variabili dipendenti). Nella prospettiva di rendere i risultati più significativi abbiamo aggregato alcune modalità che per le loro caratteristiche potevano essere raggruppate in una sola.

Il primo incrocio è tra la variabile dicotomica sesso e il grado di frequentazione annua dell'area (tabella 1).

Tabella 1. Distribuzioni per sesso e grado di fruizione annua (N = 404).

Spesso
Qualche volta
Visita occasionale
TOTALI

Maschi

41,0 33,2 25,8 100,0

Femmine

36,2 34,2 29,6 100,0

TOTALI

38,6 33,7 27,7 100,0

Si nota subito che gli uomini frequentano il parco con più assiduità delle donne (il 41% contro il 36,2%, su un totale del 38,6% degli intervistati che ha dichiarato di visitare l'area frequentemente). Questo dato è confermato dalle percentuali riguardanti chi frequenta il Parco della Caffarella solo qualche volta l'anno, dove le donne sembrerebbero frequentare l'area più saltuariamente degli uomini (il 34,2% contro il 33,2%). Per quanto riguarda i visitatori occasionali bisogna aprire una parentesi. Le percentuali riportate in tabella aggregano chi ha dichiarato di usufruire del parco con visite occasionali e chi lo visitava per la prima volta. Anche in questo caso le donne confermano di frequentare l'area con minore assiduità degli uomini (il 29,6% delle donne contro il 25,8% degli uomini). Ricordiamo che il campione da noi ottenuto era suddiviso perfettamente fra i due sessi.

Ma quale relazione si stabilisce tra il sesso e le attività svolte dai visitatori nel parco? La tabella seguente espone in maniera chiara i risultati ottenuti.

Tabella 2. Distribuzione per sesso e attività svolte nell'area (N = 404).

Attività motorie Sport Visito aree archeologiche Sociability Acquisto prodotti agricoli TOTALI
Maschi 37,3 19,6 14,7 24,7 3,7 100,0

Femmine

42,1 11,9 15,2 25,1 5,7 100,0

TOTALI

39,5 16,0 14,9 24,9 4,7 100,0

Prima però di commentare i dati sopra riportati si rendono necessarie alcune delucidazioni riguardanti la tabella 2 e le tabelle seguenti.

Nell'item "Attività motorie" sono state aggregate alcune modalità di risposta alla domanda n. 8 del questionario, che sono:

L'item "Sociability" aggrega le modalità seguenti:

Nell'item "acquisto prodotti agricoli" è stata aggregata la modalità di risposta "altro", con valore irrisorio.

Le attività svolte dai visitatori nell'area sembrerebbero essere influenzate dalla variabile sesso. Il nostro campione ha dichiarato che le attività maggiormente praticate sono quelle motorie (39,5%). La percentuale delle risposte fornite dalle donne (42,1%) è superiore al valore dell'intero campione di quasi tre punti percentuali e di quasi cinque punti rispetto gli uomini (37,3%). Le attività sportive sono maggiormente praticate dagli uomini (19,6% delle risposte). Per quanto riguarda gli ultimi tre items notiamo una leggera predominanza delle donne nel visitare aree archeologiche (15,2%), nel svolgere attività di socializzazione (25,1%) ed una maggiore tendenza nell'acquisto di prodotti agricoli (5,7% contro una percentuale del 4,7% di tutto il campione).

Interessante era anche osservare quali sevizi creati nel parco negli ultimi anni siano più confacenti alle esigenze dei visitatori rapportandoli al sesso dell'intervistato. La tabella 3 illustra i risultati ottenuti associando alcune modalità di risposta che potevano essere, per le loro caratteristiche, aggregate in un unico item.

Tabella 3. Distribuzione per sesso e servizi più idonei alle esigenze del visitatore (N = 404).

Percorsi naturalistici
Attrezzature per lo Sport e per bambini Percorsi archeologici, mostre, spettacoli

Pista ciclabile

TOTALI

Maschi 28,8 24,0 29,9 17,3 100,0

Femmine

24,2 24,7 37,9 13,2 100,0

TOTALI

26,5 24,3 33,9 15,3 100,0

Il nostro campione ha dichiarato che i servizi e le attrezzature più idonee alle esigenze dei visitatori sono quelle riguardanti le attività culturali (33,9%). Questi sono maggiormente apprezzati dalle donne (37,9%) che superano di otto punti percentuali gli uomini nel mentre si pongono sullo stesso valore per quanto concerne la preferenza per i percorsi naturalistici. Per quanto riguarda gli uomini del nostro campione le attrezzature e i servizi da loro più apprezzati sono quelli legati allo sport (28,8%) e, in special modo, ad una attività sportiva specifica: la bicicletta (17,3%). Dai dati appena riportati si nota che mentre gli uomini si ripartiscono più uniformemente fra i vari items, le donne sembrano giudicare più idonee alle loro esigenze le attrezzature e i servizi legati alle attività culturali e più specificatamente alle visite dei siti archeologici.

Passiamo ora ad analizzare i risultati ottenuti dall'incrocio tra la variabile classe di età con la variabile ordinale "grado di frequenza dell'area" (vedi tabella 4).

Tabella 4. Distribuzione per classi d'età e grado di frequenza dell'area (N = 404).

Spesso Qualche volta Visita occasionale TOTALI
14-18 anni 45,9 29,7 24,3 100,0

19-25 anni

37,5 33,3 29,2 100,0

26-35 anni

35,9 31,5 32,5 100,0

36-45 anni

48,8 31,0 20,2 100,0

46-55 anni

35,7 39,3 25,0 100,0

56-65 anni

32,3 44,6 23,1 100,0

Oltre 65 anni

27,3 13,6 59,1 100,0

TOTALI

38,6 33,7 27,7 100,0

I soggetti che sembrano frequentare più sovente l'area del parco hanno una età tra i 14-18 anni (45,9%) e tra i 36-45 anni (48,8%). Sono inoltre da mettere in evidenza le classi d'età che frequentano il parco con visite saltuarie durante l'anno. Queste classi d'età sono quelle comprese tra i 46 e i 55 anni (il 39,3%) e quella successiva tra i 56 e i 65 anni (il 44,6%). I visitatori occasionali sembrano posizionarsi nelle classi d'età tra i 19 e i 25 anni (29,2%), i 26 e i 35 anni (32,5%) e, con un marcato valore, tra gli intervistati con oltre 65 anni (59,1% contro il valore del 27,7% dell'intero campione).

Come si configura in sintesi la relazione tra la classe di età ed il grado di frequentazione del parco? Si possono stabilire alcune grandi modalità comportamentali. Se consideriamo la modalità "spesso" che definisce in sostanza "i clienti" del parco vengono alla luce le classi di età molto giovani (14-18 anni) e la classe di età 36-45 anni mentre i soggetti anziani (> 65 anni) si configurano come una popolazione ad alta presenza occasionale (59,1%). E tuttavia una percentuale del 27,3% degli anziani che frequenta con una certa assiduità il Parco della Caffarella dovrebbe essere considerata attentamente nella politica di sviluppo riferita all'utenza. Senza voler ipotizzare nessuna chiusura generazionale (aree e strutture per gli anziani) è chiaro tuttavia che devono essere programmati degli strumenti innovativi per quanto concerne i trasporti i quali (si pensi solo a pulman leggeri) potrebbero ampliare l'utenza anziana proveniente non solo dalle aree urbane limitrofe al parco.

Ma quali sono le attività più praticate nel parco dalle diverse classi di età?

Nella tabella 5 sono riportate le risposte a questa domanda.

Tabella 5. Distribuzione per classi d'età e attività svolte nell'area (N = 404).

Attività motorie Sport Visito aree archeologiche Sociability

Acquisto prodotti agricoli

TOTALI

14-18 anni

29,3 26,7 6,6 33,4 4,0 100,0
19-25 anni 32,3 19,4 13,0 30,6 4,7 100,0

26-35 anni

35,8 17,4 13,7 31,0 2,1 100,0
36-45 anni 33,6 15,7 17,5 27,4 5,8 100,0

46-55 anni

50,4 13,5 15,3 17,2 3,6 100,0

56-65 anni

57,2 7,6 18,0 8,6 8,6 100,0

Oltre 65 anni

53,2 9,4 18,8 12,4 6,2 100,0

TOTALI

39,5 16,0 14,9 24,9 4,7 100,0

Le attività più praticate dal nostro campione, come abbiamo anche visto nel capitolo dedicato all'analisi delle frequenze, sono quelle motorie (39,5% delle risposte fornite dagli intervistati). Le classi di età che forniscono un maggior numero di risposte in questa direzione sono quelle a partire dai 46 anni, tra le quali emerge la classe di centro (56-65 anni) con il 57,2% delle risposte. Più in generale si rileva una maggiore tendenza nel praticare questo tipo di attività con il crescere dell'età degli intervistati.

Anche le attività culturali sembrano essere influenzate dall'età; in special modo i valori crescono man mano che gli anni degli intervistati avanzano.

Con riferimento alle visite alle aree archeologiche, i valori delle singole classi d'età che superano la percentuale dell'intero campione (14,9%) sono quelli che partono dai 36 anni ed oltre, con la punta degli anziani (18,8%).

Le classi d'età più giovani sembrerebbero essere più indirizzate verso le attività sportive e le attività di sociability come incontrare amici e partner o fare pic-nic. Anche in questo caso esiste una relazione inversamente proporzionale tra la variabile indipendente età e gli items attività sportive e sociability della variabile dipendete categoriale attività svolte nell'area (vedi Marradi, 1997). Da segnalare due valori singolari. Il 9,4% delle risposte fornite dagli intervistati con oltre 65 anni d'età sono indirizzate verso le attività sportive e il 12,4% verso attività di socializzazione. Sono due valori che vanno contro l'andamento decrescente delle percentuali precedentemente menzionate e per i quali appare auspicabile uno studio più approfondito per capire le dinamiche sociali di questi fenomeni.

L'ultimo item "Acquisto prodotti agricoli" non sembra essere influenzato dalla variabile indipendente e presenta valori vicini a quello di tutto il campione (4,7%) nelle classi più giovani per poi alzarsi al crescere dell'età. Le classi d'età più rivolte verso questo tipo di attività sembrano essere comunque quelle più anziane (8,6% della classe 56-65 anni; 6,2% della classe oltre 65 anni).

La successiva tabella mette in evidenza le attrezzature e i servizi ritenuti più adeguati alle esigenze dei visitatori in base all'età.

Tabella 6. Distribuzione per classi d'età e servizi più idonei alle esigenze del visitatore (N = 404).

Attrezzature per lo sport e per bambini Percorsi naturalistici Percorsi archeologici, mostre, spettacoli Pista ciclabile TOTALI
14-18 anni 33,0 21,6 27,2 18,2 100,0
19-25 anni 33,0 21,4 31,1 14,5 100,0
26-35 anni 32,2 21,1 32,1 14,6 100,0
36-45 anni 28,2 24,6 31,6 15,6 100,0
46-55 anni 17,9 26,9 37,3 17,9 100,0
56-65 anni 17,5 30,1 39,2 13,2 100,0
Oltre 65 anni 22,0 24,0 42,0 12,0 100,0
TOTALI 26,5 24,3 33,9 15,3 100,0

Questa risultanza di ricerca mostra che, come per le attività svolte nel parco, esiste una relazione tra la variabile indipendente età e alcune modalità della variabile dipendente. Il 26,5% delle risposte degli intervistati giudica adeguate le attrezzature per lo sport e per i bambini. Rispetto a questo valore le percentuali delle classi dai 14 anni ai 45 seguono un andamento decrescente dal più alto del 33% fino al valore più basso del 17,5% (56-65 anni). Il 22% delle risposte fornite dagli intervistati con oltre 65 anni molto probabilmente sottolinea nuovamente un'alta percentuale di persone anziane che praticano attività sportive, oltre che la parte di nonni che accompagna i propri nipotini nelle aree attrezzate per il loro gioco. Le classi d'età dai 36 ai 65 anni sembrerebbero giudicare più aderenti alle proprie esigenze i percorsi naturalistici con percentuali del 24,6% (36-45 anni), del 26,9% (46-55 anni) e del 30,1% (56-65 anni). Per questa modalità esiste comunque una relazione direttamente proporzionale con le modalità della variabile indipendente tranne che con l'ultima di queste (Oltre 65 anni) molto probabilmente determinata dalle maggiori difficoltà di questa quota del campione nell'affrontare percorsi più impegnativi di una semplice passeggiata.

I servizi per le attività culturali sembrerebbero essere maggiormente apprezzati dalle classi a partire dai 46 anni con percentuali che arrivano al 42% di chi possiede più di 65 anni con uno scarto positivo di otto punti rispetto al valore di tutto il campione (33,9%). Anche qui assistiamo ad una relazione direttamente proporzionale tra la variabile età e le opinioni positive sui servizi creati nel parco. Deve comunque essere notato che l'area storico—archeologica attrae la maggiore domanda e che questa esigenza viene soprattutto espressa dalle classi d'età mature e anziane. L'ultima modalità "Pista ciclabile ed altro" presenta i valori più alti nelle classi d'età 14-18 anni (18,2% delle risposte), 36-45 anni (15,6%) e 46-55 anni (17,9%).

La successive distribuzioni avranno come variabile indipendente il livello d'istruzione degli intervistati. Visto l'esiguo numero di intervistati in possesso di licenza elementare abbiamo aggregato quest'ultima modalità ai possessori di licenza media inferiore creando un unico item (fino a licenza media inferiore).

La tabella seguente mette in relazione il livello d'istruzione dei visitatori del parco con il grado di frequenza dell'area.

Tabella 7. Distribuzione per titolo di studio e grado di frequenza dell'area (N = 404).

Spesso Qualche volta Visita occasionale TOTALI
Fino a licenza media inferiore 35,0 35,0 30,0 100,0
Diploma di scuola media superiore 39,5 31,7 28,8 100,0
Laurea 40,3 35,5 24,2 100,0
TOTALI 38,6 33,7 27,7 100,0

I possessori di un titolo di studio medio—alto mostrano percentuali maggiori rispetto al valore dell'intero campione (38,6%) per quanto riguarda chi ha dichiarato di frequentare spesso l'area. Il 40,3% dei laureati ha dichiarato di frequentare spesso la Valle della Caffarella e così il 39,5% dei diplomati. Questi dati sono da spiegare presumibilmente considerando l'enorme fascino che l'area produce per i suoi innumerevoli siti archeologici e storici. La percentuale di laureati continua, infatti, a mantenersi alta anche tra chi frequenta il parco qualche volta l'anno (35,5%). Molto probabilmente si tratta di soggetti attratti dalle attività culturali e dalle numerose visite guidate che si svolgono nell'area e in tutto il Parco regionale dell'Appia Antica. Chi è in possesso di un titolo di studio più modesto è più propenso a frequentare il parco saltuariamente durante l'anno (35%) o con visite occasionali (30%).

In generale la distribuzione per livelli d'istruzione e per attività svolte nel parco dimostra una correlazione positiva tra attività socio—culturali (visitare aree archeologiche e attività di socializzazione) e livelli di studio più elevati e all'inverso tra attività ricreative (Sport e acquistare prodotti agricoli) e livelli di scolarità più bassi (vedi tabella 8).

Tabella 8. Distribuzione per titolo di studio e attività svolte nell'area (N = 404).

Attività motorie Sport Visito aree archeologiche Sociability Acquisto prodotti agricoli TOTALI
Fino a licenza media inferiore 39,9 18,2 12,1 23,3 6,5 100,0
Diploma di scuola media superiore 39,0 16,2 15,6 24,4 4,8 100,0
Laurea 39,9 14,1 16,0 26,7 3,3 100,0
TOTALI 39,5 16,0 14,9 24,9 4,7 100,0

Mentre troviamo una generale propensione verso l'esercizio di attività motorie (passeggio, portare il cane, ecc.), le risposte fornite danno valori diversificati riguardo le altre modalità. Chi è in possesso di un titolo di studio medio—alto ha dichiarato di esercitare maggiormente attività rivolte alla conoscenza dei siti archeologici presenti nell'area (il 15,6% delle risposte dei diplomati, il 16% delle risposte dei laureati) e alla socializzazione (ben il 26,7% delle risposte dei laureati contro il 24,9% di tutto il campione). Al contrario chi è in possesso di un livello di scolarità più basso è più propenso ad attività come lo sport (18,2% delle risposte dei possessori di un titolo fino la licenza media contro il 16% di tutto il campione) o all'acquisto di prodotti agricoli (il 6,5% delle risposte contro il 4,7% del campione).

Legato alle attività svolte è anche l'espressione delle opinioni degli intervistati sui servizi realizzati nel Parco della Caffarella (tabella 9).

Tabella 9. Distribuzione per titolo di studio e servizi più idonei alle esigenze del visitatore (N = 404).

Attrezzature per lo sport e per bambini Percorsi naturalistici Percorsi archeologici, mostre, spettacoli Pista ciclabile TOTALI
Fino a licenza media inferiore 29,6 21,1 33,3 16,0 100,0
Diploma di scuola media superiore 26,2 26,7 33,7 13,4 100,0
Laurea 24,5 23,8 34,5 17,2 100,0
TOTALI 26,6 24,3 33,9 15,2 100,0

I possessori di un livello d'istruzione basso danno una valutazione positiva sui servizi e sulle attrezzature sportive (29,6% delle risposte) e sulla pista ciclabile (16%) mentre gli intervistati con un livello medio—alto giudicano confacenti alle proprie esigenze i servizi e le attrezzature create per le attività culturali (34,5% delle risposte dei laureati) e naturalistiche (26,7% dei diplomati). E tuttavia non pare che la variabile istruzione una alta capacità di discriminazione rispetto alla variabile dipendente.

Cercando di andare sempre più a fondo nelle caratteristiche dei visitatori del Parco della Caffarella abbiamo messo a confronto le tipologie occupazionali degli intervistati con le variabili relative alla fruizione dell'area (variabili dipendenti). Abbiamo quindi aggregato, per rendere più fluida la lettura dei risultati, alcune categorie professionali facendole diventare, dalle tredici del questionario, alle otto della tabella 10 (l'item "Dirigente, Direttore, ecc." contiene anche le modalità libero professionista e imprenditore).

La tabella 10 mostra i risultati dell'incrocio tra le tipologie occupazionali e il grado di frequenza del parco.

Tabella 10. Distribuzione per tipologia occupazionale e grado di frequenza dell'area (N = 404).

Spesso
Qualche volta
Visita occasionale
TOTALI
Dirigente, Direttore, ecc. 41,7 32,1 26,2 100,0
Impiegato-insegnante 38,2 34,5 27,3 100,0
Commerciante, artigiano 37,6 45,8 16,6 100,0
Lavoratore non qualificato 35,4 23,5 41,1 100,0
Studente 42,0 29,0 29,0 100,0
Pensionato 29,0 33,9 37,1 100,0
Casalinga 40,0 36,0 24,0 100,0
Disoccupato 53,8 46,2

-

100,0
TOTALI 38,6 33,7 27,7 100,0

Come è agevole rilevare le categorie occupazionali che usufruiscono dell'area con più assiduità sono quelle dei dirigenti/direttori/liberi professionisti con il 41,7%, degli studenti con il 42%, delle casalinghe con il 40% e dei disoccupati con il 53,8%, anche se quest'ultima categoria non professionale rappresenta una quota abbastanza esigua del campione. La categoria più numerosa del campione (impigato-insegnante) ha dichiarato di frequentare l'area con una certa costanza per il 38,2% e qualche volta durante l'anno per il 34,5%. Tra le categorie non professionali è da evidenziare il valore percentuale dei pensionati che dichiarano di frequentare l'area solo qualche volta l'anno (il 33,9%) o con visite occasionali (il 37,1%) confermando la relazione di dipendenza tra il frequentare assiduamente il parco e l'aumentare dell'età. Anche i lavoratori non qualificati dichiarano di frequentare l'area prevalentemente con visite occasionali (il 41,1%) anche se questa categoria rappresenta una quota piuttosto piccola del campione.

La seguente distribuzione mette in evidenza, per ciascuna tipologia occupazionale, le attività svolte nel parco.

Tabella 11. Distribuzione per tipologia occupazionale e attività svolte nell'area (N = 404).

Attività motorie Sport Visito aree archeologiche Sociability Acquisto prodotti agricoli TOTALI
Dirigente, Direttore, ecc. 40,3 15,3 15,3 23,5 5,6 100,0
Impiegato-insegnante 38,2 15,0 17,3 26,9 2,6 100,0
Commerciante, artigiano 33,3 15,3 15,3 27,8 8,3 100,0
Lavoratore non qualificato 23,6 21,1 10,5 44,8 - 100,0
Studente 34,6 26,5 10,3 27,2 1,4 100,0
Pensionato 55,4 7,6 20,7 9,8 6,5 100,0
Casalinga 53,3 6,7 8,9 22,2 8,9 100,0
Disoccupato 33,2 15,4 12,8 25,7 12,9 100,0
TOTALI 39,5 16,0 14,9 24,9 4,7 100,0

Le categorie occupazionali che hanno dichiarato in modo più marcato di praticare nel parco attività motorie sono i dirigenti/direttori (il 40,3% delle risposte), i pensionati (il 55,4% delle risposte) e le casalinghe (il 53,3% delle risposte). Per quanto riguarda lo sport sembrerebbe maggiormente praticato dagli studenti (il 26,5% delle risposte) e dai lavoratori non qualificati (il 21,1%). Si nota anche una generale propensione, da parte di quasi tutte le categorie, verso le visite archeologiche con preminenza dei pensionati (il 20,7%). Le percentuali più basse si riscontrano tra i lavoratori non qualificati (10,5%), tra gli studenti (il 10,3%) e tra le casalinghe (l'8,9%). Tra la generale corrispondenza dei valori riguardanti le attività di socializzazione meravigliano l'alta percentuale dei lavoratori non qualificati (il 44,8% delle risposte) e la bassissima percentuale dei pensionati (il 9,8%). Quasi tutte le categorie hanno dichiarato di acquistare prodotti agricoli nel parco con sorprendenti valori, tranne che i lavoratori non qualificati (nessuna risposta), gli studenti (l'1,4% delle risposte) e gli impiegati/insegnanti (il 2,6% delle risposte). Questo dato riflette l'interesse, da parte di molte categorie, per i prodotti ecologici dell'area evidenziando la possibilità di una riorganizzazione delle attività agricole e di allevamento ecocompatibili presenti nel parco per ampliare la massa di consumatori che sempre di più ricercano prodotti ecologici.

Ma come valutano le varie tipologie occupazionali i servizi e le attrezzature create dopo l'istituzione del parco? La tabella 12 espone i risultati relativi a questa variabile. Le categorie che ritengono più idonee alle proprie esigenze le attrezzature e i servizi creati per le attività ambientali ed archeologiche sono i pensionati (il 69,5%), gli impiegati/insegnanti (il 63%), le casalinghe (il 61,1%) e i dirigenti/direttori (il 58,2% delle risposte). Tra gli amanti dello sport all'aria aperta che giudicano maggiormente confacenti alle proprie esigenze i servizi e le attrezzature offerti dal parco troviamo i disoccupati (il 58,1%), i lavoratori non qualificati (il 55,7%), i commercianti/artigiani (il 52,7%) e gli studenti (il 49,4%).

Tabella 12. Distribuzione per tipologia occupazionale e opinioni sui servizi più idonei alle esigenze del visitatore (N = 404).

Attrezzature per lo sport e per bambini Percorsi naturalistici Percorsi archeologici,mostre, spettacoli Pista ciclabile TOTALI
Dirigente, Direttore, ecc. 26,7 24,2 34,0 15,1 100,0
Impiegato-insegnante 22,9 26,9 36,1 14,1 100,0
Commerciante, artigiano 38,2 21,8 25,5 14,5 100,0
Lavoratore non qualificato 33,3 16,7 27,8 22,2 100,0
Studente 30,9 20,4 30,2 18,5 100,0
Pensionato 16,0 26,7 42,8 14,5 100,0
Casalinga 27,8 29,6 31,5 11,1 100,0
Disoccupato 45,2 19,4 22,5 12,9 100,0
TOTALI 26,5 24,3 33,9 15,3 100,0

Le percentuali appena commentate aggregano i valori riferiti alle modalità "Attrezzature sportive e per bambini" e "Pista ciclabile".

Nel presente lavoro abbiamo cercato di rilevare quanto l'interesse verso le tematiche ambientali influenzi il modo di fruire ed intendere il Parco della Caffarella.

La tabella 13 mostra i risultati della relazione tra le variabili ordinali "interesse per le tematiche ambientali" e "grado di frequenza dell'area".

Tabella 13. Distribuzione per interesse verso tematiche ambientali e grado di frequenza dell'area (N = 404).

Spesso
Qualche volta
Visita occasionale
TOTALI
Molto/abbastanza
43,9 32,6 23,5 100,0
Poco/per niente
26,1 36,1 37,8 100,0
TOTALI
38,6 33,7 27,7 100,0

Visto la forte concentrazione dei valori nelle modalità "abbastanza" e "poco" abbiamo aggregato queste ultime a alle due modalità estreme. I risultati emersi da questo incrocio confermano una correlazione positiva tra assiduità di frequenza del parco e un forte interesse ambientale e, al contrario, tra visite sporadiche e poca o totale assenza d'interessi verso le tematiche ambientali.

Ma l'interesse verso l'ambiente quanto influenza le attività svolte dai visitatori in un'area protetta? Le risposte ci vengono fornite dalla tabella seguente.

Tabella 14. Distribuzione per interesse verso tematiche ambientali e attività svolte nell'area (N = 404).

Attività motorie Sport Visito aree archeologiche Sociability Acquisto prodotti agricoli TOTALI
Molto/abbastanza 38,8 15,8 16,3 25,1 4,1 100,0
Poco/per niente 41,7 16,5 10,7 24,1 6,6 100,0
TOTALI 39,5 16,0 14,9 24,9 4,7 100,0

Chi ha dichiarato di avere molto interesse per i problemi dell'ambiente presenta prevalentemente, confrontando i valori con quelli di tutto il campione, percentuali alte per quanto riguarda le attività culturali (il 16,3% delle risposte) e quelle di socializzazione (il 25,1% delle risposte). Al contrario chi ha dichiarato poco interesse per l'ambiente sembrerebbe più propenso a praticare attività motorie (il 41,7% delle risposte) e sportive (il 16,5% delle risposte). Un dato da sottolineare è quello riferito all'acquisto di prodotti agricoli all'interno dell'area. La percentuale di coloro che esprimono interesse per l'ambiente risulta essere minore a quella dell'intero campione (il 4,1% contro il 4,7% delle risposte fornite dal campione). Questo risultato è maggiormente evidenziato dalla percentuale elevata di chi ha dichiarato scarso interesse verso l'ambiente (il 6,6% delle risposte). Probabilmente questo dato è da imputare alla conoscenza delle attività agricole e di allevamento eco-compatibili esercitate nell'area.

E tuttavia una sorta di sorpresa rispetto ai risultati attesi dall'incrocio delle due variabili deve essere dichiarata. L'interesse verso la natura si capovolge, per così dire, sul terreno delle attività concretamente svolte che premiano la cultura, la storia, i manufatti del passato.

L'ultima tabella (tabella 15) mette in relazione l'interesse ambientale con le opinioni relative ai bisogni dei visitatori espressi in servizi.

Tabella 15. Distribuzione per interesse verso tematiche ambientali e servizi confacenti alle esigenze dei visitatori (N = 404).

Attrezzature per lo sport e per bambini
Percorsi naturalistici
Percorsi archeologici, mostre, spettacoli
Pista ciclabile ed altro
TOTALI
Molto/abbastanza 25,2 23,9 34,7 16,2 100,0
Poco/per niente 30,2 25,6 31,4 12,8 100,0
TOTALI 26,5 24,3 33,9 15,3 100,0

Gli intervistati con un forte interesse verso l'ambiente trovano più confacenti alle proprie esigenze i percorsi archeologici e i servizi per le attività culturali (il 34,7% delle loro risposte). Stupiscono i valori riguardanti le opinioni positive sui percorsi naturalistici. Solo il 23,9% (il 24,3% delle risposte di tutto il campione) dei visitatori con un alto interesse verso le tematiche ambientali giudicano idonei alle proprie esigenze i percorsi naturalistici. Questo dato è molto probabilmente generato da una insoddisfazione verso le attrezzature create e i servizi che non sono giudicate idonee da chi di ambiente se ne intende. Questo risultato di ricerca merita un approfondimento che in questa sede non può essere esperito. E tuttavia la coppia concettuale natura/cultura ed i suoi correlati empirici merita di essere indagata in modo più approfondito poiché è ipotizzabile che nella valutazione dell'attore sociale fruitore del parco essa non si qualifichi con i tratti dell'opposizione radicale.

Concludiamo il commento alla tabella osservando che gli interessati e non alle tematiche ambientali si dividono il primato tra gli estimatori delle attrezzature per lo sport e i bambini (il 30,2% delle risposte di chi ha dichiarato scarso interesse verso l'ambiente) e la pista ciclabile (il 16,2% delle risposte di chi ha dichiarato di avere molto interesse verso le tematiche ambientali).

Bibliografia del capitolo 6

Bailey K. D., 1982, Methods of Social Research, New York, The Free Press; trad. it. Metodi della ricerca sociale, Bologna, Il Mulino, 1985.

Beato F., Piersimoni T., 1994, Indagine sociologica sull'utenza potenziale del previsto "Parco della Caffarella", in Ufficio Tutela Ambiente del Comune di Roma, atti della Conferenza stampa dell'Ufficio Tutela Ambiente, Roma, Villa Lazaroni, 22 ottobre 1994.

ISTAT, 2000, I cittadini e l'ambiente. Indagine Multiscopo sulle famiglie "Aspetti della vita quotidiana" — Anno 1998, in Informazioni, n. 36, Roma, ISTAT.

Marradi A.,1995, L'analisi monovariata, Milano, Franco Angeli.

Marradi A.,1997, Linee guida per l'analisi bivariata dei dati nelle scienze sociali, Milano, Franco Angeli.

Statera G., 1997, La ricerca sociale. Logica, strategie, tecniche, Roma, Seam.

Siti internet consultati

https://www.caffarella.it/caffa/pagine-mario-leigheb/

CAPITOLO 7 La ricerca del 1994: una comparazione diacronica dei risultati.

7.1 PREMESSA: LA RICERCA DEL 1994

Come abbiamo già osservato nei capitoli precedenti, nel 1994 l'Ufficio Tutela Ambiente, in collaborazione con la cattedra di sociologia dell'ambiente (prof. Fulvio Beato) dell'Università di Roma "La Sapienza", ha svolto una ricerca dal titolo Indagine sociologica sull'utenza potenziale del previsto Parco della Caffarella. L'obbiettivo fondamentale della ricerca si identificava con la conoscenza dei caratteri generali del bacino d'utenza del previsto Parco della Caffarella nella consapevolezza che nessun processo di pianificazione può oggi eludere uno studio approfondito dei bisogni, degli interessi e delle preferenze dei visitatori di un'area protetta.

La ricerca è stata svolta tramite questionario postale somministrato ad un campione casuale (N=377) rappresentativo della popolazione di 19500 fruitori potenziali del quartiere Appio—Latino estratti dall'elenco degli iscritti alle liste elettorali del Comune di Roma (livello di probabilità: 95%, errore tollerato 5%).

Una sintesi dei risultati della ricerca è stata presentata nel giugno del 1995 in un Convegno organizzato dall'Ufficio Tutela Ambiente del Comune di Roma al quale presero parte il Prof. Fulvio Beato, il Prof. Lorenzo Quilici, il Prof. Parotto e l'Arch. Mirella Di Giovane (https://www.caffarella.it/caffa/pagine-mario-leigheb/). Dalla lettura degli interventi svolti durante il convegno emerse subito una radicale differenziazione fra lo studio dei grandi parchi nazionali poco o per niente antropizzati e questo parco regionale carico di cultura.

Il seguente paragrafo ha per obbiettivo conoscitivo un confronto diacronico tra i risultati emersi dalla ricerca del 1994 e i risultati della nostra indagine cercando di evidenziare i cambiamenti avvenuti nell'arco di sette anni nelle modalità di fruizione dell'area e nelle opinioni dei visitatori sui servizi offerti dal parco.

7.2 I RISULTATI: UNA COMPARAZIONE INTERTEMPORALE

Abbiamo voluto confrontare i nostri risultati con quelli rilevati nella ricerca del 1994 per avere il maggior numero d'informazioni volte alla maggiore comprensione delle ipotesi di lavoro della nostra indagine.

Il primo risultato che è emerso nella ricerca dell'Ufficio Tutela Ambiente è quello che l'area svolgeva già sette anni fa la funzione di parco pur non avendone i tratti giuridici. Più di un terzo degli intervistati dichiarò di frequentare l'area e quasi il 50% di averne una conoscenza parziale. Dai dati ottenuti dalla nostra indagine risulta subito evidente un aumento dei visitatori che hanno una buona conoscenza dell'area (48,8%) e una diminuzione di chi ha una conoscenza parziale (35,8%). La tabella e il grafico seguenti espongono i risultati delle due ricerche messi a confronto.

Tabella 1. Intervistati secondo il grado di conoscenza dell'area.

1994 2001
L'ho visitata 35,2 48,8
Conoscenza parziale 49,9 35,9
Non l'ho mai visitata 14,9 15,3
Totale 100,0 100,0


Grafico 1. Intervistati secondo il grado di conoscenza dell'area.

Dalla ricerca del 1994 scaturì il dato che, rispetto alla variabile sesso, gli uomini frequentavano l'area più delle donne (41,8% contro il 29,0%). Le donne si situarono più nell'area di quanti non hanno mai visitato la Caffarella (20% contro il 10% degli uomini). Questi dati ci dicono, seguendo anche linee interpretative rilevate in ricerche internazionali, che le donne frequentano di meno i parchi per la semplice ragione che esse corrono maggiormente il rischio di aggressioni. Questo aspetto fu messo in risalto per fornire anche degli orientamenti gestionali capaci di garantire maggiore sicurezza per tutti i visitatori. Anche se il campione della nostra indagine non è stato estratto con la stessa metodologia adottata nella ricerca del 1994, anche i nostri risultati sottolineano analoghe conclusioni. L'incrocio tra la variabile sesso e il grado di frequentazione dell'area (vedi capitolo 6, tabella 1) hanno confermato che le donne, anche dopo l'istituzione del parco, frequentano meno degli uomini l'area o comunque più saltuariamente.

Ambedue le ricerche hanno confermato poi grosso modo quello che era già conosciuto attraverso altre indagini. Troviamo infatti che gli anziani (oltre 65 anni) si pongono nel gruppo di età che frequenta di meno il Parco della Caffarella. Questo dato, allora come oggi, impone una indicazione di politica gestionale che porti alla realizzazione di servizi ed attrezzature specializzate capaci di rendere più vivibile ed attiva la fruizione di questa quota di visitatori di un'area particolare come un parco urbano. I valori riferiti alla modalità "Non l'ho mai visitata" non sono confrontabili poiché la percentuale riscontrata nella nostra indagine rappresenta una quota di fruitori che per la prima volta frequentavano il parco. Nonostante ciò possiamo comunque affermare che il valore della nostra indagine (15,3%) rappresenti un dato non indifferente, specialmente se visto nell'ottica di una politica gestionale che mira ad incentivare ed ad allargare il bacino d'utenza dei diretti fruitori.

Ma cosa facevano nel 1994 e cosa fanno oggi i frequentatori dell'Area?

In ambedue le ricerche le attività più praticate sono la classica passeggiata, le attività sportive e la visita di aree archeologiche (vedi tabella 2). Per quanto riguarda le altre modalità troviamo dei cambiamenti avvenuti nel corso degli anni che meritano di essere analizzati.

Tabella 2. Intervistati secondo le attività svolte nell'area del Parco.

1994
2001
Passeggio 35,3 29,5
Attività sportive 12,8 16,0
Visito aree archeologiche 12,3 14,9
Incontro amici, partner, ecc. 7,1 12,2
Accompagno i bambini 9,5 8,1
Porto il cane 7,8 6,2
Faccio pic-nic 2,6 4,6
Acquisto prodotti agricoli 5,7 3,3
Raccolgo acqua alle sorgenti 3,4 2,3
Raccolgo piante 3,6 1,5
Altro - 1,4
Totali 100,0 100,0


Grafico 2. Intervistati secondo le attività svolte nell'area del Parco.

In special modo le attività di socializzazione sembrano essere aumentate considerevolmente sottolineando che quel processo di consapevalizzazione del valore sociale della Valle della Caffarella abbia già raggiunto notevoli risultati dovuti naturalmente dalla recente istituzione del parco. Un dato negativo riguarda l'acquisto dei prodotti agricoli. La percentuale di chi ricercava prodotti del settore primario direttamente sul luogo di produzione è diminuita. Una interpretazione di questo dato potrebbe essere quella che vede nell'esproprio dei terreni avvenuto in questi anni una causa della diminuzione degli acquisti di prodotti agricoli. L'abbattimento di numerosi orti abusivi ha ridotto la produzione di generi alimentari locali producendo un calo considerevole della domanda dei prodotti dell'area. Queste considerazioni possono indirizzare l'Ente Gestore verso politiche di valorizzazione delle attività produttive agricole e di allevamento eco—compatibili già presenti nel territorio che portino alla produzione di prodotti con il marchio del parco anche nella visione di un'eventuale beneficio economico.

La sintesi dei risultati della ricerca del 1994 presentava inoltre i risultati riguardanti gli interventi da realizzare che gli intervistati ritenevano più urgenti e i servizi che più avrebbero risposto alle esigenze del visitatore. Non è possibile effettuare un confronto tra i risultati della ricerca del 1994 ed i nostri poiché le domande utilizzate nel nostro questionario sono state modificate in base agli interventi ed ai servizi creati in questi ultimi anni.

Passiamo quindi ad analizzare i dati relativi alle opinioni degli intervistati sul grado di coinvolgimento delle associazioni ambientaliste di base nella gestione del Parco della Caffarella (vedi tabella 3).

Ambedue le ricerche presentano dei valori altissimi nell'assegnare senza riserve compiti gestionali alle associazioni ambientaliste di base operanti sul territorio. Aggregando la prima e la seconda risposta otteniamo percentuali che si avvicinano quasi alla totalità dei rispettivi campioni (83,7% nel 1994; 82,7% nel 2001).

Tabella 3. Intervistati secondo l'opinione relativa al grado di coinvolgimento delle associazioni ambientaliste di base nella gestione del parco.

1994 2001
Si, senza riserve 44,0 43,6
Si, a determinate condizioni 39,7 39,1
Incerto 12,5 12,4
No 3,2 5,0
Non risponde 0,6 -
Totale 100,0 100,0


Grafico 3. Intervistati secondo l'opinione relativa al grado di coinvolgimento delle associazioni ambientaliste di base nella gestione del parco.

E' possibile fornire una interpretazione di questi dati seguendo le linee interpretative leggibili nella presentazione dei risultati dell'indagine condotta nel 1994. Iniziamo con il dire che l'azione svolta nell'area dal Comitato per il Parco della Caffarella, una associazione presente nella realtà sociale del quartiere Appio—Latino, ha sicuramente influenzato le risposte degli intervistati. Infatti già nel 1994 non ci si aspettava questa risposta giudicata un successo per lo stesso Comitato. Le attività di questo tipo di associazionismo (Grassroots environmental movement) sono sicuramente mirate alla difesa di particolari realtà locali vicine alla popolazioni che di fronte a pericoli o minacce per l'ambiente si auto—organizzano. A sostegno di queste valutazioni portiamo a sostegno altri dati delle due ricerche. Infatti in ambedue le indagini è emerso che il 50% dei rispettivi campioni intervistati è a conoscenza delle iniziative promosse dal Comitato per il Parco della Caffarella. Inoltre è aumentata la percentuale di chi ha dichiarato di aver preso parte alle iniziative del Comitato per il Parco della Caffarella. Nel 1994 un intervistato su cinque dichiarava di aver partecipato spesso o in qualche occasione alle attività dell'associazione ambientalista di base. Oggi questo rapporto è un intervistato ogni tre. La conferma negli anni di una valutazione positiva nei confronti di questa associazione e l'aumento della quota di visitatori che dichiarano di conoscere e di aver partecipato alle iniziative del Comitato fanno presumere che questa associazione, operante sul territorio della IX circoscrizione, sia riuscita a conquistare negli anni un riconoscimento da parte di una altissima quota di cittadini dei quartieri nelle immediate vicinanza del parco. Tale riconoscimento sembrerebbe aver conferito un mandato tacito al Comitato per il Parco della Caffarella per proseguire il suo lavoro di valorizzazione e di sensibilizzazione nei confronti di un'area così piena di cultura, natura e storia.

Sempre con riferimento a forme di collaborazione abbiamo messo a confronto i dati relativi alle opinioni riguardo forme di collaborazione tra l'Ente Gestore e aziende private (vedi tabella 4).

Tabella 4. Intervistati secondo l'opinione relativa al grado di coinvolgimento di aziende private nella gestione del parco.

1994 2001
Si senza riserve 8,5 5,7
Si, a determinate condizioni 47,0 46,5
Incerto 13,8 20,0
No 30,0 27,7
Non risponde 0,8 -
Totale 100,0 100,0


Grafico 4. Intervistati secondo l'opinione relativa al grado di coinvolgimento di aziende private nella gestione del parco.

Si nota subito un calo sensibile per quanto riguarda l'area dei favorevoli ad una collaborazione tra aziende private e l'Ente di Gestione nella gestione di alcune zone del parco. Questo dato molto probabilmente è dovuto all'istituzione dell'area a parco pubblico e ad una minore preoccupazione dei fruitori di vedere la Valle della Caffarella abbandonata a se stessa. Il valore di chi vedrebbe favorevolmente delle collaborazioni tra aziende private a determinate condizioni risulta essere in ambedue le ricerche il più elevato (il 47% nel 1994, il 46,5% nel 2001). Si è di certo alzata la quota degli incerti (il 13,8% nel 1994, il 20% nel 2001) mentre si è abbassata la percentuale dei contrari a forme di collaborazione (il 30% nel 1994, il 27,7% nel 2001). Quest'ultimo dato è molto significativo visto che la sua comparazione con la quasi inesistente opposizione espressa nei confronti delle associazioni ambientaliste di base evidenzia ancora di più gli atteggiamenti positivi dei fruitori che sentono più tutelati gli interessi della collettività anche per la possibilità di una partecipazione diretta nelle azioni di tutela e di valorizzazione della Valle della Caffarella.

Possiamo ora tentare di delineare delle conclusioni su quanto è emerso in questo capitolo. Di certo i primi risultati di questo confronto sono confortanti per un'area che per lungo tempo è stata abbandonata a se stessa senza che le Istituzioni ponessero dei vincoli di tutela che la salvaguardassero da azioni distruttive e di sfruttamento. La quota di visitatori che hanno una esperienza diretta dell'area sembrerebbe infatti essere cresciuta in maniera considerevole come anche per chi si avvicina per la prima volta alle bellezze naturali ed archeologiche di questo parco regionale suburbano. Abbiamo riscontrato anche un aumento delle attività svolte nel parco che sottolinea una maggiore consapevalizzazione dei cittadini sia del valore oggettivo sia del valore sociale dell'area oggetto d'esame. Si è infatti riscontrato un aumento delle attività tipiche di un parco pubblico ma anche delle attività rivolte alla fruizione dei beni storico—archeologici presenti nel territorio.

Un dato particolarmente positivo è quello della grandissima fiducia che la popolazione del quartiere ha nei riguardi del Comitato per il Parco della Caffarella. Questo risultato, che riveste importanza anche a livello nazionale, disconferma anche la nostra ipotesi iniziale di un atteggiamento di delega da parte dei cittadini nei confronti dell'associazione ambientalista di base. Infatti le percentuali da noi ottenute mettono in evidenza una marcata tendenza a partecipare direttamente alle iniziative del Comitato oltre che una buona disponibilità ad impiegare parte del proprio tempo libero in attività di volontariato nel parco.

Altro elemento interessante è quello emerso dai dati riguardanti le opinioni verso forme di collaborazione tra aziende private e l'Ente di Gestione del Parco regionale dell'Appia Antica. A tal riguardo i fruitori del parco sembrerebbero ben consapevoli dei rischi che una gestione privata potrebbe portare in un'area d'interesse pubblico che oltre ad essere un vanto per la città di Roma lo è per l'intera nazione e per il mondo intero.

La realizzazione pratica di questo parco nonché la creazione di servizi e di attrezzature per una miglior fruizione dei visitatori hanno sicuramente incoraggiato la gente ad avere una maggiore esperienza diretta dell'area.

Il grande compito che ha ora l'Ente Parco è quello di non fermarsi ai risultati comunque positivi ottenuti in questi ultimi anni ma di continuare nella sua opera di valorizzazione delle aree ancora abbandonate e di informazione con l'intento di allargare il bacino d'utenza dei fruitori non solo alle altre circoscrizioni della Capitale ma anche fuori i confini della città.

I risultati presentati al convegno del 3 giugno del 1995 prospettavano un ritorno più approfondito sui dati ottenuti per analizzare molti altri problemi analitici ed interpretativi. Non abbiamo notizie a tal proposito ma confidiamo che i risultati della nostra ricerca possano contribuire scientificamente e socialmente a creare un dibattito sul tema dei visitatori e delle modalità di fruizione dei parchi regionali urbani.

Bibliografia del capitolo 7

Bailey K. D., 1982, Methods of Social Research, New York, The Free Press; trad. it. Metodi della ricerca sociale, Bologna, Il Mulino, 1985.

Beato F., Piersimoni T., 1994, Indagine sociologica sull'utenza potenziale del previsto "Parco della Caffarella", in Ufficio Tutela Ambiente del Comune di Roma, atti della Conferenza stampa dell'Ufficio Tutela Ambiente, Roma, Villa Lazaroni, 22 ottobre 1994.

Marradi A.,1995, L'analisi monovariata, Milano, Franco Angeli.

Marradi A.,1997, Linee guida per l'analisi bivariata dei dati nelle scienze sociali, Milano, Franco Angeli.

Statera G., 1997, La ricerca sociale. Logica, strategie, tecniche, Roma, Seam.

Siti internet consultati

https://www.caffarella.it/caffa/pagine-mario-leigheb/

CONCLUSIONI: PROSPETTIVE PER FUTURI APPROFONDIMENTI

La presentazione dei risultati e l'analisi dei dati raccolti ci permettono ora di affrontare la verifica delle ipotesi di ricerca precedentemente formulate.

Abbiamo scelto il caso del Parco della Caffarella per alcune peculiarità che lo caratterizzano come valido esempio di parco regionale suburbano. L'area infatti ben rappresenta quel tipo di aree naturali protette che si incastrano nelle aree urbane con una densità di popolazione elevata e che assolvono funzioni microclimatiche (aumento umidità, diminuzione delle temperature estive), disinquinanti (attenuazione dei rumori, ecc.), igieniche (benessere fisiologico e psicologico), architettoniche, estetiche e di abbellimento (Sertorio, 1990; cit. in Martinelli, 1993).

Questo parco svolge però anche altre funzioni rivolte alla collettività. Infatti non preserva solo la natura contro atti incivili dell'uomo ma anche la storia delle civiltà passate, i loro resti, le loro leggende, gli amori e le crudeltà di chi in un tempo passato era al comando di un impero potente. Troviamo dunque nella Valle della Caffarella un museo all'aria aperta come pochi se ne trovano al mondo. E per questo museo i cittadini de quartiere fin dal 1984 si sono organizzati per tutelarlo e valorizzarlo.

Proprio da questa considerazione muoveva una delle nostre ipotesi di ricerca che con i risultati da noi ottenuti è stata smentita. Infatti non abbiamo riscontrato nessun atteggiamento di delega nei confronti del Comitato per il Parco della Caffarella e, al contrario, è stata rilevata una quota considerevole di frequentatori che partecipa assiduamente alle iniziative dello stesso. Questa quota di visitatori cresce maggiormente se prendiamo in esame solamente chi ha atteggiamenti positivi nei confronti della associazione ambientalista di base.

Questa enorme fiducia nei confronti dell'associazione operante nell'area sottolinea che ormai le sue iniziative non sono più viste solo come mezzo di protesta contro la lentezza burocratica delle Istituzioni ma anche come un servizio d'informazione e di conoscenza dell'area interno alle funzioni del parco.

Ma tentiamo ora di delineare una risposta alle ipotesi che più riguardano la fruizione del Parco della Caffarella.

Una delle ipotesi era quella che sottolineava un legame tra un alto grado d'interesse verso le tematiche ambientali e la frequenza di un'area protetta.

Emerge dalla nostra indagine una conferma di questa proposizione nonché una relazione esistente anche con le attività svolte e le opinioni sui servizi creati nel parco.

Non abbiamo trovato relazioni significative tra le tipologie occupazionali degli intervistati e le loro modalità di fruizione dell'area. Al contrario, abbiamo trovato delle relazioni tra l'età e il titolo di studio degli intervistati e il loro modo di usufruire dell'area. Queste due variabili, infatti, sembrerebbero condizionare sia il grado di frequenza del parco sia le attività svolte all'interno dello stesso. In special modo il livello d'istruzione riscontrato, oltre ad essere molto alto, sembrerebbe influenzare in maniera considerevole le attività culturali che si svolgono nell'area determinando una marcata selezione di chi usufruisce dei siti archeologici presenti nel parco.

Inoltre, per quanto riguarda il grado d'interiorizzazione del valore sociale del Parco della Caffarella, troviamo conferme di un processo ben avviato ed in continua evoluzione. Il parco, infatti, sembrerebbe svolgere un il ruolo di luogo d'incontro e di socializzazione per gli abitanti dei quartieri limitrofi all'area, modo tipico di un'area verde urbana pubblica. Il Parco della Caffarella sembrerebbe essere considerato un bene sociale sia per le sue ricchezze storico—monumentali (ambito specifico) sia condividendo con il verde in generale il valore sociale dei beni ambientali (ambito generale).

Per finire, prendiamo ora in considerazione la nostra prima ipotesi di ricerca. Ipotizzavamo che la tipologia dei fruitori, così come le loro modalità di fruizione, stessero lentamente cambiando con l'avvenuta istituzione del parco.

I dati precedentemente commentati ci permettono di fornire un teorico identikit del fruitore del Parco regionale suburbano della Caffarella. Esso risulta essere prevalentemente uomo per quanto riguarda il grado di frequenza dell'area, con un'età è compresa tra i 26 e i 45 anni ed un livello d'istruzione medio—alto e proveniente prevalentemente dalla IX Circoscrizione. Per quanto riguarda le attività svolte nel parco azzardiamo una divisione dicotomica dei fruitori del parco. Abbiamo trovato infatti una figura di fruitori attratti da attività culturali ed ambientali che possiamo definire "archeo—ambientalisti" ed una quota più attratta dalle attività tipiche di un'area verde urbana che definiamo "visitatori classici". I primi sembrerebbero essere in lieve maggioranza donne, con un'età dai 36 anni ed oltre, un livello d'istruzione medio—alto ed un'alta sensibilità verso le tematiche ambientali. I secondi invece sembrerebbero essere in prevalenza uomini, con un'età tra i 14 e i 45 anni, un livello d'istruzione medio—basso e scarsa sensibilità verso i problemi ambientali.

In conclusione ci auguriamo di effettuare, in breve tempo, uno studio più approfondito su queste problematiche che confermi e migliori i nostri risultati. È necessario infatti delineare un volto sempre più definito dei fruitori delle aree verdi urbane e, in special modo, dei parchi regionali, che sia di sostegno alle Istituzioni per l'attuazione di politiche pubbliche capaci di rendere più agevoli e fluidi i compiti gestionali degli Enti Parco.

La nostra speranza è che la nostra indagine sia presa in considerazione da tutti gli attori sociali coinvolti in qualche misura nelle vicende del Parco regionale della Caffarella al fine di promuovere un dibattito pubblico scientificamente e socialmente produttivo.