Il sacro Almone da fiume a discarica

Mito, storia, scienza e impegno civile
per ridare vita al fiume del Parco dell’Appia Antica

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Introduzione

L’acqua, così come siamo abituati a conoscerla sulla Terra nei suoi tre stati che cicli- camente si inseguono da miliardi di anni, è però una caratteristica esclusiva del nostro Pianeta. I pianeti del sistema solare o sono troppo caldi o troppo freddi per cui non esi-ste corpo celeste a noi conosciuto in cui si verifichi questo ciclo idrologico: esso rende il nostro un pianeta tanto diverso da ospitare la vita nelle sue straordinarie forme.

L’acqua non solo costituisce la maggior parte di un qualsiasi essere vivente ma rico-pre anche il 71% della superficie del Pianeta. Questa quantità è immensa, sono 1360 milioni di chilometri cubi e ci fa pensare che forse sarebbe stato più corretto chiamare il nostro pianeta Acqua, anziché Terra. Di quest’acqua poco meno del 96% è salata, qua-si il 3% è immobilizzata nelle calotte polari e nei ghiacciai, circa l’1% sono acque sotter-ranee e solo lo 0,009% si trova nei laghi e nei fiumi.

Dal Tigri all’Eufrate, dal Nilo al Tevere, la storia dell’interazione tra il fiume e l’essere umano è stata di fondamentale importanza per il progresso delle più grandi civiltà del passato, che hanno tratto ampi benefici per il loro straordinario sviluppo proprio dallo stretto rapporto instaurato con grandi fiumi. Basti pensare agli innegabili vantaggi di cui hanno goduto quei popoli nel campo dell’agricoltura, dei trasporti, della difesa, della pesca, della navigazione, della produzione di energia e dell’allontanamento dei rifiuti.

Tuttavia, il rapporto tra essere umano e fiume si è andato nei secoli modificando, nel senso che le azioni naturalmente esplicate dai fiumi sono state via via piegate alle esi-genze dello sviluppo socio-economico del territorio determinando una progressiva alte-razione di una grande parte di questi ambienti. Opere di irregimentazione idraulica, ponti, dighe, l’urbanizzazione degli alvei e delle aree golenali sono solo alcuni esempi di come i fiumi, nel tempo, siano stati progressivamente sottoposti a numerosi interventi di modificazione morfologica, che, insieme alla piaga dell’inquinamento, hanno deter-minato un graduale deterioramento della qualità degli ambienti fluviali, fino ad arrivare alla situazione odierna di estremo degrado. In nome del progresso l’enorme valenza ambientale dei fiumi rischia in questo modo di venir banalizzata; essi finiscono per esse-re considerati addirittura minacce dalle quali proteggersi ad ogni costo, innalzando e ce-mentificando gli argini e costruendo strutture artificiali. Proprio per la loro capacità di diluire gli inquinanti il ruolo principale dei fiumi viene attualmente limitato a quello di condotte d’acqua per l’allontanamento degli scarichi (urbani, industriali e agricoli) o per-fino per lo smaltimento di rifiuti.

Se ancora non si comprende che qualsiasi intervento sull’ambiente prima o poi ci si ritorcerà contro non si è capito nulla: costruire sugli argini e sulle golene significa limita-re il deflusso delle acque in caso di piena (è la situazione di tutti i fiumi italiani a comin-ciare dal nostro Tevere); innalzare e cementificare gli argini può determinare inondazioni devastanti (il Po, ad esempio, che scorre più in alto della Pianura Padana, è un fiume pensile); inquinare un fiume significa inquinare la falda acquifera e quindi i pozzi, le sor- genti e poi il mare o un lago (tutti i fiumi italiani sono solo delle condotte fognarie); pre- levare indiscriminatamente acqua da un fiume impoverisce la falda acquifera, ecc.

I fiumi devono essere riconosciuti per quello che sono: ecosistemi complessi, fanta-stici mosaici composti da numerose tessere di natura biotica (cioè l’insieme delle popo-lazioni che interagiscono fra loro per rapporti alimentari, di competizione, predazione, simbiosi, ecc.) e abiotica (luce, temperatura, velocità della corrente, struttura del sub-strato, ecc.). Il fiume non è solo acqua che scorre in un alveo, un fiume è tutto il territo-rio che con esso scambia materia ed energia, è la fauna e la flora acquatica e terrestre che da esso dipende, è il sedimento e l’universo che lo popola, è la falda sotterranea che, a seconda delle stagioni, alimenta o è alimentata dal fiume, è un’incessante attività di erosione, solubilizzazione, trasporto e deposito operata sull’ambiente. Il fiume è tutto questo e molto altro ancora, e, nel caso dell’Almone, è anche storia, mito e, da alcuni decenni, l’asse principale del parco più importante di Roma e provincia: il Parco Regio-nale dell’Appia Antica.

Con la testardaggine che contraddistingue la nostra quasi trentennale attività per la salvaguardia della Valle della Caffarella, da alcuni anni abbiamo deciso che era ora di occuparsi del “problema Almone” per il gravissimo degrado in cui versa tutta l’asta flu-viale in barba a leggi regionali, nazionali e comunitarie.

Così come nella “Guerra di Piero”, cantata da Fabrizio De Andrè, il personaggio era stufo di vedere i cadaveri dei soldati trasportati dalla corrente del fiume, noi non ne po- tevamo più di vedere a ogni piena l’Almone trascinare in Caffarella tonnellate di botti-glie di plastica, bombole di gas, frigoriferi, ecc. Eravamo stufi di sentire il tanfo nause-ante degli escrementi riversati a monte della Caffarella. Perciò abbiamo cominciato la nostra battaglia contro gli inquinatori e contro coloro che hanno consentito che si per-petuasse l’inquinamento. Per prima cosa abbiamo studiato la geografia del fiume, che nasce dai Colli Albani ed è il terzo fiume della Capitale per lunghezza, scoperto la sua importanza nel passato geologico, in quello della storia romana e nella difesa della città verso sud, indagato sulle cause del suo inquinamento, approfondito le analisi effettuate in passato, ne abbiamo poi svolte di nuove e interloquito, a volte con asprezza, con le istituzioni (che in molti casi si sono dimostrate sorde alle istanze dei cittadini), per arriva-re poi ad ottenere risultati concreti.

Nell’Almone noi vogliamo rivedere il guizzare dei cavedani e risentire il gracidare del-le raganelle; vogliamo rituffarci così come facevamo cinquant’anni fa bagnandoci in quel punto del fiume, all’altezza di Via dell’Almone, che chiamavamo “la Rota Rossa”; qui una chiusa, comandata da una ruota, consentiva il formarsi di un laghetto. Era que-sto luogo, per noi bambini di quel tempo, un posto lontanissimo dal cemento della cit-tà, in cui far volare la fantasia.

La nostra “Guerra di Piero” per la salvaguardia dell’Almone è iniziata tre anni or so-no e continua. Ma diversamente dall’eroe cantato da De Andrè, leggendo queste pagi-ne si potrà comprendere come sconfitti sono stati e saranno gli inquinatori e coloro che, anche fra le istituzioni, hanno colpevolmente consentito che questo disastro am-bientale si perpetuasse per tanti anni.

Associazione di volontariato Comitato per il Parco della Caffarella.

 

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